< Ritorna

Stampa

 

Un cerbero impazzito

di

Can Tutumlu
"Il peggior tonfo degli ultimi 25 anni". In questo modo gli analisti finanziari e i banchieri di mezzo mondo si sono affrettati a definire il nuovo storico lunedì nero delle borse asiatiche ed europee. La paura di una nuova Grande Depressione, che si espanderà a macchia d'olio dagli Stati Uniti d'America, si è così nuovamente insinuata nella popolazione mondiale inerme di fronte alle bizze dei mercati finanziari.
Solo poche settimane fa l'ottimismo regnava sovrano, l'economia – si diceva – stava girando a buon regime e le previsioni per il futuro prossimo segnavano sereno. Poi ci è bastata una sola giornata di contrattazioni di titoli per cambiare di umore e far sorgere timori e ansie. La gente comune si guarda allibita. Ma i sentori della crisi, ci dicono ora gli analisti, erano nell'aria: prima con la famigerata crisi delle ipoteche elargite ai poveri d'America e in seguito con i segnali di un mercato petrolifero in fermento e di un biglietto verde sempre più debole. Sempre a posteriori ci si dice che è stata la recessione – quella di cui gli agenti borsistici hanno infine preso coscienza – ad aver affossato le borse. Ma il nesso di causalità non è affatto unidirezionale. La finanza moderna ha sovvertito questa primordiale causalità. Oggi viviamo in un mondo in cui la dicotomia fra il reale e il finanziario rischia davvero di ammazzarci. La borsa, un'invenzione rivoluzionaria che con la moneta e le banche ha contribuito a togliere l'umanità dallo stato di sussistenza, si sta rivelando un mostro che si sta ribellando al proprio creatore. La domanda è semplice: cosa può aver fatto crollare il valore di un'azienda nell'arco di poche ore? Sono state scoperte malversazioni? Siamo di fronte a tante Enron e Parmalat?
No, niente di tutto questo. Lunedì, una volta in più, abbiamo capito che il valore fondamentale di un'impresa e quindi dell'economia stessa sul mercato finanziario globalizzato vale come carta straccia. Gli azionisti che contano se ne infischiano bellamente dei conti economici, dei bilanci e della produzione reale di beni e servizi. Il valore scritto su un titolo è ormai solo uno strumento di guadagno, e non un contratto di lungo termine. Un contratto che era mosso sì dalla prospettiva di guadagno, ma che proprio attraverso i canali borsistici doveva far arricchire l'intera società. Questa è la scommessa del capitalismo, che rischiamo ora di perdere. Il risparmio macroeconomico della società, il nostro capitale – quello sano, quello che ha messo a disposizione dell'intraprendente il risparmio del prudente –, ora si muove come un cerbero impazzito sui mercati mondiali.

Pubblicato

Venerdì 25 Gennaio 2008

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 65.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Giovedì 15 Settembre 2022