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"Un cavallo per il mio regno"

di

Loris Campetti
Secondo sua maestà il sondaggista, eminente figura mediatica che domina la scena politica in questo primo squarcio di secolo, lo schieramento guidato da Prodi sarebbe in vantaggio di cinque punti sulla berlusconiana Casa delle libertà. Non è molto, e i sondaggi sono quel che sono anche se con il solito colpo di teatro il presidente del consiglio uscente è andato a pescare un nuovo mago – l’unico disposto a darlo alla pari con Prodi – nella terra delle libertà, gli Stati uniti d’America. C’è da fidarsi di questo mago e della società Ps&b, per intenderci quelli che avevano dato per perdente alle elezioni venezuelane l’immarcescibile Chavez. L’Italia, comunque, resta un paese spaccato a metà e se oggi flette verso il centrosinistra è quasi esclusivamente per i danni prodotti da cinque anni di berlusconismo. Sbaglia chi dice, anche a sinistra, che sua Emittenza non ha mantenuto le promesse. Alcune, ahinoi, le ha mantenute: ha controriformato la scuola, ha inquinato la cultura con una legge sull’immigrazione – la Bossi-Fini – che ci fa vergognare d’essere italiani, ha liberalizzato e precarizzato il mercato del lavoro con la legge 30, utilizzata anche per spaccare le organizzazioni sindacali. Ha violato la Costituzione con la deregulation leghista, ha imposto la peggiore legge elettorale che il paese abbia mai avuto dal secondo dopoguerra, da quando esiste il suffragio universale per uomini e donne. Infine, ha messo la mordicchia alla magistratura. Ha ragione invece chi dice che gran parte delle leggi varate dal centrodestra sono ad personam, per difendere e ampliare gli interessi dell’uomo più ricco d’Italia. Qualche esempio: la cosiddetta legge Cirielli che garantisce l’immunità per le prime 5 cariche dello stato; la Gasparri che salva il potere televisivo del Cavaliere; l’abolizione della tassa di successione; l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione di primo grado. Si potrebbe continuare a lungo, ricordando la farsa sul conflitto di interessi e la nuova legge che lo salva in quanto “nudo proprietario” del suo impero, ma forse l’idea l’abbiamo resa. Quel che ha terremotato la base sociale berlusconiana è l’andamento disastroso dell’economia. Il Pil è piatto, alla faccia del miracolo promesso e gli unici posti di lavoro attivati – a fronte dei tantissimi bruciati – sono precari, regolati con 48 diverse forme contrattuali flessibili. È aumentata la povertà e non soltanto nel Mezzogiorno, è un fenomeno crescente che riguarda ormai una fascia importante di lavoratori dipendenti e pensionati. L’Italia ha perso la sfida della competitività e sta slittando verso gli ultimi posti nelle classifiche europee. Non è solo colpa di Berlusconi, certo, i padroni che adesso gridano al tradimento ci hanno messo del loro. La produzione sta lasciando il posto a una finanza stracciona e senza regole dove si moltiplicano i “furbetti del quartierino”. Solo la Fiat, tra le grandi imprese, dà qualche segno di ripresa, mentre crolla l’export e la bilancia dei pagamenti piange miseria. A tutto ciò va aggiunta la perdita di credibilità del paese, grazie alle continue gaffes di Berlusconi e dei suoi ministri: solo agli esteri sono cambiati quattro titolari del dicastero. Tra le gaffes ricordiamo le corna del ministro degli esteri ad interim Berlusconi al ministro degli esteri spagnolo Josef Piqué nella foto ricordo al summit dell’Unione europea, il presunto corteggiamento della premier finlandese, l’offerta della moglie Veronica a un altro premier europeo, l’insulto al leader della Spd Martin Shultz, apostrofato come kapò. Qualcosa di peggio delle gaffes, poi, sono gli insulti del ministro Giovanardi al governo olandese accusato di essere peggio dei nazisti per la legge sull’eutanasia; per non parlare dell’ultima performance del ministro leghista Calderoli, diventato famoso per l’esposizione in televisione della t-shirt con la riproduzione delle vignette anti-islamiche. Risultato, lo scatenarsi della rabbia dei libici che ha provocato la distruzione del nostro consolato a Bengasi. E qui ci fermiamo. Last but not least, l’avventura bellica di Berlusconi. È forse questa la scelta sciagurata che ha spezzato l’incantesimo del grande sogno contagioso del Cavaliere di Arcore. La stragrande maggioranza del paese s’è schierata contro la nostra partecipazione alla guerra contro l’Iraq e da tre anni chiede in tutti i modi e in tutte le piazze il ritiro delle truppe da Nassirya. Truppe che svolgono il ruolo di cani da guardia degli interessi petroliferi dell’Eni in quella landa irachena. È ovvio che un’Italia così, attanagliata dalla crisi economica e sociale e sbeffeggiata nel mondo, non va bene né a Bankitalia né a Confindustria, né ai grandi giornali, quei “poteri forti” contro cui si stanno scatenando le ire di un furibondo Berlusconi. L’effetto su un centrosinistra che aspetta sul greto del Tevere il miracolo del 10 aprile è che qualsiasi nuovo avversario di Sua Emittenza viene assurto a simbolo della democrazia e dunque dell’Unione. L’ultimo incoronato è l’imprenditore calzaturiero Diego Della Valle, ex finanziatore di Forza Italia presente in banche, aziende e nel Corriere della sera. Ora guarda al centro del centrosinistra e ciò ha fatto dimenticare ai leader dello schieramento antiberlusconiano che Della Valle è uno degli imprenditori italiani con più processi e condanne per atteggiamenti antisindacali. Nelle sue fabbriche in cui si producono le scarpe Tod’s il sindacato è visto come il fumo negli occhi e non esiste il diritto di contrattazione. Che Berlusconi sia in difficoltà lo conferma il tono rabbioso, minaccioso e ricattatorio con cui sta conducendo la campagna elettorale, liberando i peggiori spiriti animali della sua frantumata coalizione. L’animale ferito può provocare danni ancora peggiori dei tanti che ha già fatto. E tra i tanti danni, non ultimo è la chiamata a raccolta di tutte le organizzazioni fasciste, naziste e razziste disponibili sul ricco mercato italiano: protetti dalle forze dell’ordine e dal ministro degli esteri sono tornati a sfilare nelle piazze italiane con tanto di saluto romano e croci celtiche i peggiori avanzi dello stragismo fascista che ora si presentano in parlamento con liste collegate al centrodestra. Così succede che se i giovani dei centri sociali, lasciati soli dall’immobile Unione, decidono di manifestare a Milano contro una di queste adunanze sediziose e scelgono stupidamente di menar le mani contro la polizia, sul banco degli imputati finiscono loro e l’intero centrosinistra, e non invece i neonazisti. Poco importa che nella nostra Costituzione sia scritto a chiare lettere il no al fascismo. Che dire dell’Unione? Che bisogna votarla, non resta altro da fare agli italiani in patria e all’estero. Soprattutto gli italiani all’estero, che dal centrodestra hanno avuto in dono una legge pensata e voluta dall’ex repubblichino di Salò Mirko Tremaglia, fatta apposta per reclutare vagonate di voti di italiani di terza generazione che non sanno neppure dov’è l’Italia di cui neppure conoscono la lingua. Insomma, voti di scambio – pensiamo al Sud e al Nordamerica e non alla vicina Svizzera, tanto per intenderci – disponibili per il miglior offerente, e si sa chi è. Perciò è importante che i veri italiani all’estero, quelli che non sono semplici voti cammellati da Tremaglia, aiutino chi ancora non è fuggito dal patrio suolo a liberarsi da un incubo. C’è chi ha stampato adesivi che mostrano un uomo con la molletta al naso e la scritta: “Mandiamo a casa Berlusconi”. La scelta all’interno dello schieramento di centrosinistra è quanto mai ampia, al punto che su un solo punto sono tutti d’accordo ed è quel che recita l’adesivo di cui sopra. Da destra a sinistra: c’è il pur sempre democristiano e ondivago Clemente Mastella, c’è il principe di Tangentopoli Antonio Di Pietro, ci sono liste variamente socialiste e c’è la Margherita di Rutelli, la seconda forza della coalizione; c’è una metà dei rimasugli repubblicani e, soprattutto, ci sono i maggiori eredi del Pci, i Ds di Fassino e D’Alema. A sinistra c’è infine chi pensa che sia arrivata l’ora di voltare radicalmente pagina e farla finita oltre che con Berlusconi con il berlusconismo, un mutante che si insinua ovunque: i Verdi, il Pdci e Rifondazione comunista. Nel ruolo di liberi battitori, sotto il simbolo della Rosa nel pugno, socialisti di Borselli e radicali che portano un po’ di sana laicità in una campagna elettorale inquinata dall’interventismo papalino. Ma come dimenticarsi le campagne referendarie liberiste di Pannella, contro l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori? Per concludere, questa volta il rischio della vittoria di uno schieramento così composito non è certo il “tradimento” di Bertinotti che pose fine al primo governo dell’Ulivo retto da Prodi, consentendo così il passaggio del timone nelle mani di D’Alema che ci trascinò nella guerra “umanitaria” contro la Jugoslavia. Oggi il rifondatore Bertinotti è il più leale alleato di Prodi, pur mantenendo una posizione radicale, di classe. Il rischio, semmai, è un ritorno del centrismo stile Prima repubblica. Il programma dell’Unione si compone di 280 pagine, troppe per dire parole chiare sulle cose che contano: la pace e il ritiro immediato delle truppe, l’abolizione delle leggi Moratti, Bossi-Fini, quelle sul mercato del lavoro. Tutto si giocherà dopo il 10 aprile, se l’obiettivo comune sarà stato raggiunto. Buon voto a tutti. Il commento La Confindustria, il Corriere della sera, la Banca d’Italia, la Fiat e Mediobanca. Sono solo le più importanti tra le perdite recenti di Silvio Berlusconi che vanno ad aggiungersi ai nemici di vecchia data, i comunisti. I quali avrebbero ingrossato a dismisura le proprie fila che già ospitavano in blocco la magistratura, o toghe rosse che dir si voglia. Che succede in Italia? Succede che il blocco sociale che ha portato l’Unto del Signore al potere si sta sfaldando e gli schizzi maleodoranti arrivano da tutte le parti. I poteri forti si dislocano altrove e lanciano Opa sul futuro governo che ritengono sarà di centrosinistra. Lo fanno per ragioni molto poco ideali: per i padroni salire sulla barca dei (presunti) vincitori è il modo più semplice per orientarne la rotta. È comprensibile l’irritazione di Berlusconi che si sente tradito dai beneficiati dalla legislazione più liberticida e liberista d’Europa sul mercato del lavoro, la legge 30 che ci rende appendici passive del mercato. Sono passati meno di cinque anni da quando la platea degli imprenditori osannava il collega che prometteva di governare l’Italia come le sue aziende. Oggi Berlusconi entra a piedi uniti sulle caviglie di Confindustria e spacca il padronato. Dà dei traditori a Montezemolo e Della Valle, a Paolo Mieli e al Sole 24 Ore. Accusa contro Prodi di rifarsela al tempo stesso con la Cgil e con la Confindustria. La sua Rai sarebbe un altro covo rosso e lui, anzi Lui, si sente oscurato. Il passo successivo: rovesciare i tavoli, stracciare le regole e rivolgersi direttamente al “popolo” saltando le “aule sorde e grigie” di mussoliniana memoria. Uno così fa paura e costringe ad alleanze “contro natura”, come direbbero dalle parti del Vaticano che si è buttato in politica come mai dagli anni Cinquanta, ultimo baluardo della destra equamente distribuita tra i due schieramenti. Grande stampa e padronato, finanza e sindacati hanno in comune la prognosi sullo stato di salute del malato terminale Italia. Per tener viva l’alleanza bisogna evitare di parlare della terapia. I padroni e i loro alleati chiedono ancora più flessibilità e pensano che per rimettere in carreggiata il paese si debbano ulteriormente abbattere i costi del lavoro e hanno già pronta una cura che ammazzerebbe il cavallo. Per questo nella campagna elettorale più scialba non si parla di contenuti, di lavoro, di chi debba fare i sacrifici, di dove trovare le risorse per finanziare lo sviluppo – né si dice quale sviluppo. Per chi è interessato a sapere cosa succederà dopo il 10 aprile non c’è che una strada: quella che porta alle urne. Rimandare a casa Berlusconi è un dovere democratico. Poi, chi vivrà vedrà. Perché se dovesse vincere di nuovo Lui, il futuro sarebbe già scritto e come dice Umberto Eco, non ci resterebbe che la fuga in Svizzera. Svizzera permettendo.

Pubblicato

Venerdì 24 Marzo 2006

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