Recentemente il calcio s'è dato arie da azienda senza esserlo: più presidenti e dirigenti hanno volato alto, più, come i monaci citati da Voltaire, hanno mostrato il sedere. Il primato della comicità (involontaria) spetta però alle ditte serie: quelle che invitano i condottieri dello sport a riferire sui segreti del loro successo; i titoli sono sempre gli stessi: «dinamica di gruppo», «pensiero positivo», «volontà di vittoria» e altre baggianate del genere. Pochi giorni fa a Istambul il turco Terim ha saputo di essere stato licenziato dal Milan nel mezzo di un seminario in cui spiegava la differenza fra i costumi di casa (troppa fretta, pressione dei fans) e quelli delle grandi società italiane, che vagliano un progetto (il suo, in questo caso), lo accettano e lo portano a termine; (cambiando allenatore e di conseguenza sovente anche progetto!). In un'azienda normale se la palla non va in goal (leggi scarso profitto o bilanci negativi) i capi (tutti rigorosamente «Chicago Boys») salvano se stessi licenziando il 10-20% del personale, cambiano o spostano la produzione dove i salari sono miserabili, aumentano i ritmi e tolgono ogni possibilità di critica con lo spauracchio della qualifica di fine anno: credere, obbedire, marciare, come ai tempi del fascio. Nel calcio non si può: il «lavoratore-artista» ha troppo peso specifico, troppo potere contrattuale, a causa della sua grande visibilità e presa sul pubblico: se si lamenta trova subito chi lo assume. Nelle aziende invece il lavoratore (sempre più Fantozzi) vale talmente poco agli occhi dei «managers» da aver perso perfino il diritto al nome: viene definito unità. Mezza unità, 3/4 di unità. Il paradosso dell'azienda calcio sta nella sopravvivenza di una certa democrazia proprio nel momento in cui dichiara il suo passaggio al capitalismo e alla logica del profitto. Con 2 clamorose eccezioni: A) contrariamente alle aziende, che per dogma, alla testa d'una pasticceria mettono un macellaio («lo specialista fa solo danni»), nel calcio si cerca chi viene dal mestiere. Quando Cragnotti e Moratti hanno assunto un tecnico di pallavolo (Velasco) hanno capito che mani e piedi non sono la stessa cosa. B). Lo specialista viene licenziato se non vince subito. Nel calcio il capo ha sempre torto. Il boss però ha sempre ragione: vedasi il caso Terim: Berlusconi, «incidentally» anche boss dell'«Azienda Italia» (ipse dixit), lo ha cacciato come aveva già cacciato Zaccheroni. Si era sbagliato. Ora si è corretto.

Pubblicato il 

16.11.01

Edizione cartacea

Rubrica

 
Nessun articolo correlato