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Un bicchiere al San Giacomo

di

Stefano Guerra
Nel soggiorno della sua casa di Ambrì, Matilde Chivilò apre una mappetta rossa con su scritto “Stabiascio”. Stanno lì dentro parte dei suoi ricordi. Li rivive con pudore, con poche parole, mentre sparpaglia sul tavolino articoli di giornale ingialliti. Ad un tratto si alza, va a prendere uno scialle in lamé argentato che Giovanni Da Dalto (vedi nella pagina accanto) tessè con le sue mani nelle baracche di Stabiascio e le regalò quarant’anni fa. Poi ci mostra un album di fotografie: c’è l’imbocco del cunicolo, squadre di operai pronte ad entrare nel tunnel, al lavoro sul cantiere esterno, a riposo nelle baracche, oppure in libera uscita, attorno a un tavolo con un bicchiere di vino o una birra in mano. “Tilde” non ricorda i nomi di tutti, anche se bene o male molti di loro li aveva conosciuti a quei tempi al Ristorante San Giacomo di Bedretto, di proprietà dei genitori, dove lei viveva e lavorava. Cliente regolare del ristorante era Mario Chivilò, capo-squadra a Stabiascio, che diventerà suo marito. Appare in diverse fotografie; in una di queste, scattata nella mensa del cantiere di Stabiascio, è assieme ai colleghi Angelo Da Dalto e Valerio Chenet: «qui hanno bevuto un po’...». Tilde sorride timidamente, come quando si riconosce a stento nella fotografia d’epoca che le mostriamo, che Giovanni Da Dalto ha conservato e dalla quale la si vede sorridere agli amici dei cantieri seduti a un tavolo del Ristorante San Giacomo. Nata Forni, originaria di Bedretto, Matilde Chivilò (detta “Tilde” per distinguerla dalla madre omonima) oggi ha 71 anni. Allora era la “donna tuttofare” di uno dei ritrovi privilegiati dagli operai dei cantieri di Stabiascio e Cruina. Serviva ai tavoli, aiutava in cucina, puliva. «Si fermavano sempre la domenica sera; tornavano da Airolo alla fine del loro giorno libero e facevano tappa al Ristorante San Giacomo. Cantavano, mettevano su musica, ballavano, giocavano alla morra. Ogni tanto andavano al cinema ad Airolo», ricorda. Nel ristorante in quegli anni si incrociavano le vite di decine di operai e delle loro famiglie. Tilde ricorda quella di Piero Bonetti: «era una notte di baldoria prima del Natale ’65 – racconta – e sua moglie era agli ultimi giorni di gravidanza. Un lunedì mattina in gennaio, giorni dopo la riapertura del cantiere, ha aperto la porta del ristorante e mi ha urlato dentro: “Tilde, è nata: la chiamiamo Monica”. Mi sembra di vederlo: era contento, andava di fretta ed è partito subito. È l’ultima volta che l’ho visto». Tilde fu una delle prime persone a sapere della disgrazia. Quella notte tra martedì 15 e mercoledì 16 febbraio 1966, poco prima dell’una, stava chiudendo il ristorante. «Stavo pulendo quando è arrivata una telefonata dall’assistente contrario Zweifel. “Tilde, va a chiamare aiuto che c’è stata una gran disgrazia: ci sono tanti morti, non sappiamo quanti”, mi ha detto. Sono andata a svegliare gli assistenti che alloggiavano lì, ho svegliato anche il sindaco, ho telefonato al parroco di Airolo. E poi tutta la notte è stato un viavai di guardie dei forti, ambulanze, camion militari, avanti indietro, avanti indietro». Nel trambusto Tilde aveva un pensiero fisso. «Continuavo a chiedere: “avete visto il Chivilò, avete visto il Chivilò?” Nessuno lo aveva visto». Non erano fidanzati, ma “si parlavano”. L’angoscia durò ore. Mario non immaginava che Tilde già sapeva, altrimenti l’avrebbe chiamata subito. «Alle 6 del mattino mi ha telefonato: “guarda che ci sono eh! sono vivo”». Il giorno precedente era entrato in galleria alle 7. Stanco morto, si era coricato attorno alle 22. «Era sconvolto quando mi chiamò. Col Chenet [nato nel 1914, ndr], ad esempio, erano come padre e figlio. Dormivano nella stessa stanza, già ai tempi dei lavori [idroelettrici, ndr] in val di Blenio», ricorda Tilde. «Sono pronto a difendere Chenet di fronte a qualsiasi tribunale. Lui aprì quella porta, è vero, e fece ciò che chiunque altro avrebbe fatto (...). Lo avrei fatto anch’io», racconterà a vent’anni dalla tragedia suo marito all’Eco di Locarno. Mario Chivilò giunse in Svizzera nel ’58 all’età di 18 anni, come frontaliere. Lavorò nei cantieri delle opere idroelettriche in val di Blenio, poi nel ’62 si trasferì nell’Alta Leventina per lo scavo del cunicolo Robiei-Stabiascio-Alstafel. Mario e Tilde si sposarono nel ’67, qualche mese dopo la chiusura del cantiere di Stabiascio. Nacquero due figlie, nel ’68 e nel ’71. Fino alla sua morte, nel ’95, Mario Chivilò lavorò con la sua piccola impresa di costruzione fondata nel ’74 ad Ambrì. La notte della tragedia toccò a lui preparare le valigie dei compagni morti. Non lo avrebbe mai scordato: «quando era ammalato, gli ultimi giorni prima di morire, diceva: “ma che poveretti eravamo: ho messo dentro quattro stracci in quelle valigie”», racconta Tilde. Eppure, malgrado tutto, non gli sarebbe dispiaciuto replicare col traforo autostradale del San Gottardo: «aveva il mal di galleria: quando abitavamo ancora a Bedretto e lui lavorava ad Ambrì, si alzava presto per potersi fermare un attimo ad Airolo a guardare la squadra che entrava nel tunnel al Gottardo», ricorda Tilde che si oppose con tenacia – e con successo – a quell’inspiegabile istinto che la contagiò solo un giorno, quando Mario e lei entrarono nel cunicolo a Stabiascio tempo dopo la tragedia, per salutare a modo loro i compagni morti.

Pubblicato

Venerdì 17 Febbraio 2006

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