< Ritorna

Stampa

 

Un autunno italiano infuocato

di

Loris Campetti
Ogni anno, alla ripresa del lavoro dopo le vacanze estive, la domanda è inevitabilmente sempre la stessa: sarà caldo l’autunno? Sono molti i fattori che contribuiranno a determinare la temperatura della stagione che si apre. Innanzitutto i contratti, in molti casi già scaduti come nel pubblico impiego o nei bancari e in altri in scadenza, primo fra tutti il contratto dei metalmeccanici, la categoria numericamente (oltre un milione e mezzo di lavoratori) e politicamente più importante dell’industria. Il dilemma è: bloccare il rinnovo fino alla riforma del sistema contrattuale, come chiedono il governo, il padronato rappresentato dalla “nuova” Confindustria e una parte del sindacalismo, oppure rispettare le scadenze e poi, semmai, una volta trovato un terreno comune di lavoro tra le parti sociali, riformare il sistema? È la Cgil a sostenere questa seconda ipotesi. E non perché il sistema contrattuale vigente sia il migliore possibile ma semplicemente perché le ipotesi di modifica ventilate sono decisamente peggiorative per i lavoratori, economicamente e socialmente. E poi perché i salari stanno battendo la fiacca da tempo, se ne sono accorti persino gli industriali che vedono precipitare i consumi interni e non si può pensare di surgelarli ancora a lungo con l’inflazione che, invece, continua a correre. La struttura contrattuale che pretenderebbero i teorici dell’immediata riforma si può riassumere schematicamente (ma neppure troppo) in questo modo: cancellazione del contratto collettivo di lavoro attraverso lo svuotamento del primo livello (quello nazionale di categoria) destinato al solo recupero dell’inflazione programmata dal governo. E il governo Berlusconi ha già fatto sapere che il massimo che è disposto a concedere è l’1,6 per cento, meno della metà di quella reale. La differenza sarebbe recuperata attraverso la contrattazione di secondo livello, peccato che siano meno del 30 per cento i lavoratori che hanno accesso al secondo livello di contrattazione, quello aziendale. Per non parlare di come potrebbe finire la contrattazione nelle aziende in crisi. Non basta: l'intenzione del governo, di Confindustria e di Cisl e Uil è di ripristinare sotto diverso nome le gabbie salariali, andando a una territorializzazione dei contratti sulla base del fatto che il costo della vita, per farla semplice, è maggiore a nord e minore a sud. Insomma, la fine della solidarietà generale. E non basta ancora: governo e padroni chiedono l’allungamento della durata dei contratti, con conseguenze salariali evidentemente negative. La Cgil, sia pure con qualche mal di pancia interno, è l’unica confederazione a difendere l’idea che con i contratti si debba non solo recuperare l’inflazione reale ma anche garantire una sorta di redistribuzione della ricchezza invece di lasciarla per intero nelle mani dei padroni (e del governo, nel caso del pubblico impiego). L’attacco ai contratti – insieme alla cancellazione definitiva dell’articolo 18 che riconosce il diritto al reintegro in caso di licenziamento ingiusto (solo in aziende con più di 15 dipendenti, dopo il mancato raggiungimento del quorum nel referendum che ne proponeva l’estensione a tutti e per il quale hanno comunque votato sì 10 milioni di italiani) – è l’ultimo atto del programma berlusconiano in materia di lavoro. L’Italia è già diventata - grazie alla legge 30, detta legge Biagi - il paese più flessibile dell’Europa occidentale, dove il lavoro è più precario e i diritti più minacciati. Sono una cinquantina le forme contrattuali possibili grazie alla controriforma del mercato del lavoro sottoscritta da Cisl e Uil e non dalla Cgil. Solo qualche esempio: job on call, con il lavoratore seduto davanti al telefono in attesa che il padrone abbia bisogno di lui; contratti a termine, interinali, settimanali e quant’altro; staff leasing, che vuol dire che un imprenditore può affittare da un’agenzia non uno ma tutti i lavoratori di cui ha bisogno per il tempo che vuole per il lavoro che vuole. Sarebbe lungo raccontarvi tutte e cinquanta le forme di sfruttamento legalizzato rese possibili dalla nuova legge. Il contesto in cui questa gigantesca deregulation si dipana è ancor più preoccupante. Grazie all’opposizione di Cisl e Uil è oggi impossibile per i lavoratori esprimere la loro opinione in forma vincolante su quel che li riguarda, vertenze, piattaforme, accordi e contratti. Succede così che una minoranza possa decidere per tutti praticamente tutto, come già succede da anni per esempio tra i metalmeccanici, dove i sindacati minoritari Fim e Uilm siglano contratti senza e contro la Fiom (che ha più iscritti di tutti gli altri sindacati messi insieme) e la maggioranza dei lavoratori. Una legge sulla rappresentanza non esiste perché il governo Berlusconi non la vuole e il precedente governo dell’Ulivo in cinque anni non è riuscito a vararla. Non ha voluto vararla, perché le forze maggioritarie del centrosinistra – Ds e Margherita – guardano al centro, politicamente e socialmente, dunque a Cisl e Uil. A vincolare la Cgil sulla richiesta di una legge sulla rappresentanza è la sua base sociale e la categoria più determinata a non mollare è quella dei matalmeccanici. La Fiom è riuscita a rompere l’accerchiamento da parte di tutti, amici e nemici, con la straordinaria vittoria alla Fiat di Melfi: dopo 21 giorni di picchetti ai cancelli contro le condizioni di lavoro, d’orario e salario di quello stabilimento rispetto agli altri della Fiat, la Fiom è riuscita a inchiodare al tavolo della trattativa il Lingotto ottenendo un risultato positivo e incoraggiante per tutti. Ma il fiore all’occhiello di questa vittoria consiste nell’essere riuscita a imporre a tutti, Fiat, Fim e Uilm, che a decretare la validità dell’accordo fossero tutti i lavoratori interessati con un voto democratico. Perché solo loro titolati a decidere su ciò che riguarda il loro lavoro e la loro vita. Autunno caldo, dunque? È probabile. Ancora una volta i lavoratori potranno contare solo parzialmente sul sostegno dei partiti democratici dell’opposizione incantati dalle nuove sirene confindustriali. C’è persino chi ha ventilato l’ipotesi che il miglior leader del centrosinistra sarebbe il “democratico” Luca Cordero di Montezemolo, presidente dell’associazione industriale al posto dell’integralista D’Amato, nonché presidente della Fiat e della Ferrari. Il quale si presenta come uomo del dialogo con tutti i sindacati, purché a decidere l’agenda delle trattative sia lui. E, tanto per essere chiaro, Montezemolo ha scelto di mettere al suo fianco un certo Bombassei, l’uomo che come direttore di Federmeccanica ha firmato tutti gli accordi e i contratti separati con Fim e Uilm, senza e contro il sindacato più rappresentativo, la Fiom. A riscaldare l’autunno, infine, contribuirà la precipitazione della crisi nelle maggiori industrie italiane. Dello stato di salute della Fiat i lettori di questo giornale sanno già molto, e se vorranno potranno essere aggiornati prossimamente. Un capitolo a parte merita l’Alitalia: migliaia di posti a rischio, possibilità di fallimento. Perché non è detto che una compagnia di bandiera non possa morire. Gli svizzeri dovrebbero saperlo.

Pubblicato

Venerdì 10 Settembre 2004

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Venerdì 4 Giugno 2021