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Un'autentica opera pubblica

di

Tita Carloni
Parlo della nuova pensilina degli autobus, in piazza della Posta. Da molto tempo non sorgeva più a Lugano un nuovo pezzo di architettura civile. Uso di proposito questo termine un po’ desueto, col quale venivano designati nel passato i grandi edifici destinati ai cittadini, capaci anche di rappresentare una comunità, una città, uno Stato. A Lugano furono costruiti nel 1844 il Palazzo civico di Giacomo Moraglia, nel 1904 il Palazzo degli studi di Otto Maraini, nel 1940 la Biblioteca cantonale di Rino Tami, ma dopo fu una miseria. Il rifacimento del Kursaal nei primi anni ’50 fu un pasticcetto; negli anni ’60 e ’70 si mancarono due occasioni: il nuovo Palazzo di giustizia, una costruzione piuttosto tetra, e il Palazzo dei congressi, un’«affaire ratée». E non parliamo delle nuove chiese: Sacro Cuore, San Nicolao, Santa Teresa ... È interessante notare che ora proprio un manufatto utilitario come una pensilina per gli autobus, senza particolari vocazioni alla nobiltà istituzionale, finisca per acquistare un valore che supera il suo modesto utile ruolo. Ciò è dovuto, a mio parere, alla qualità architettonica.Vitruvio esigeva dall’architettura che avesse tre qualità: l’utilitas, la firmitas, la venustas, ovverosia l’utilità (oggi diremmo la funzionalità), la stabilità e la resistenza nel tempo, e la bellezza. Io credo che nessuno possa negare che la nuova stazione degli autobus funzioni bene. Basta andare a vedere: è comoda, spaziosa, accogliente. Sulla stabilità non si possono nutrire dubbi e bisogna dare atto all’architetto ed agli ingegneri del fatto che poggiare una struttura di più di settanta metri di lunghezza, su sole quattro coppie di pilastri, neanche eccessivamente grossi, sia una bella intuizione e una bella prestazione statica. È vero, oggi siamo in grado di calcolare tutto, ma l’invenzione strutturale rimane un atto creativo che richiede immaginazione e coraggio. Il disegno della struttura di ferro è preciso e non credo che vi sia una sola asta di troppo. Ma veniamo alla venustas. La nuova pensilina è composta essenzialmente di tre elementi: la struttura di ferro, i pannelli translucidi di policarbonato ed un sistema di impianti, in particolare d’illuminazione, ben congegnato. Si tratta in fondo di ben poche cose. Eppure il risultato è quello di un oggetto ordinato ed elegante, luminoso di giorno, fantasmagorico di notte. Insomma un evento architettonico esteticamente pregevole. Difetti? Secondo me pochi e minori. Le discussioni sul troppo grande o troppo lungo, sul mancato rispetto delle facciate circostanti e così via, sono discussioni piuttosto vaghe del tipo «mi piace», «non mi piace», … sentimenti più che legittimi, ma che rimangono nell’ambito della pura opinabilità. Se mai si potrebbe discutere dello «stile» (che in architettura è la componente effettivamente variabile) e fare diverse ipotesi sullo stesso tema. Per esempio, un grande portico in stile populista: grossi pilastri di mattoni, grandi capriate di legno (è possibile), travetti in vista, coppi. Qua e là, per decorazione un po’ di ruote di carro, gerle, cavagne. No. Non ridete. Molti ticinesi che criticano la pensilina costruiscono e addobbano le loro case in questo modo e non disdegnano questo stile anche in ristoranti, alberghi, fiere, cortei. Facciamo ora un’ipotesi inversa: una gran macchina high-tech, tutta fatta di bianchissimi piloni, cavi, tensori, controtensori, vetri affumicati, bulloni e rosette di acciaio inox; insomma una specie di grande esibizione di funambolismo architettonico tanto per far vedere che siamo capaci, tendi e controtendi, di far star su l’impossibile. No, anche qui non ridete. Ce ne sono di più di quel che si crede di queste prodezze. In Riviera, per esempio, per una modesta passerella pedonale; a Coira, per la stazione degli auto postali; a Brescia …; a Vienna … Terzo progetto stilistico: un grande «passage» sul genere post-modern, con colonne, nicchie, timpani, stucchi lucidi, lampade in forma di torcia; una specie di lunga basilica a tre navate disegnata come piace a certi gioiellieri di Via Nassa, alla signora Versace e ai suoi amici di Miami. Ancora una volta, vi prego, non ridete. Ce ne sono anche a Lugano di ville, palazzi, centri commerciali, studi professionali con questo design un po’ mortuario. E potrei continuare: col neo-moderno minimalista tutto cemento armato rigorosamente a vista, pilastrini quadri, volte a botte ..., o con lo strutturalismo un po’ alla spagnola con esiti che assomigliano qualche volta a scheletri di enormi pipistrelli metallizzati … Tutto questo per dire una cosa sola: che in materia di stile le vie dell’architettura sono oggi (quasi) infinite, e che è dunque difficile raccapezzarsi ed esprimere un giudizio. Soprattutto se si vive in un paese come il nostro dove la critica dell’architettura è praticamente morta. Intendo naturalmente la critica nel senso dell’analisi ragionata e della spiegazione chiara. Oggi siamo ridotti all’osanna o crucifige: l’osanna autocelebrativo delle riviste d’architettura o il crucifige dei nostalgici e degli eterni malcontenti. Di maniera che uno come Mario Botta, nel Ticino, è semplicemente amato o vituperato: amato al di là di ogni ragionevole misura e vituperato allo stesso modo. Le sue opere non si discutono. O si applaude o si denigra. Ma non si potrebbe ricominciare ad analizzare i lavori per quello che sono, sulla base degli antichi concetti di utilità, stabilità e bellezza, dove in quest’ultima è compreso anche il rapporto col territorio e con la città? Secondo questi punti di vista e secondo il mio pensiero, la nuova struttura degli autobus di Lugano è un’opera d’architettura riuscita, ed in più un’autentica opera pubblica. (Questo articolo è stato scritto da uno che nel 1938, ragazzino campagnolo trapiantato in città, stava a caragnare sotto un tiglio del piazzale delle scuole, proprio là dove ora sorge la pensilina. Vi assicuro che non rimpiango per nulla quel luogo e quell’atmosfera. Preferisco lo spazio arioso e l’allegra pensilina di oggi).

Pubblicato

Venerdì 18 Gennaio 2002

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