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Il reportage

Un'arte popolare di creare comunità

Mettere insieme le persone che danno e quelle che ricevono perché nessuno resti indietro: è la realtà del quartiere romano di Centocelle

di

Serena Tinari

In principio fu la Pecora Elettrica. Libreria, bar e luogo d’incontro, a fuoco due volte nel 2019, incendi dolosi dal forte retrogusto di criminalità organizzata. L’appello “Combatti la paura, difendi il quartiere” viene raccolto da centinaia di persone, che si incontrano in piazza e finiscono per fare rete. Si danno un nome: LAC, Libera Assemblea di Centocelle. E poi, è arrivata la pandemia.

Da Porta Maggiore imbocchi via Prenestina e continui dritto lungo i binari del tram. Scorrono palazzi dalle mille finestre, le facciate incupite dai fumi del traffico. Superi l’ingresso di Villa Gordiani, dopo poco giri a destra e di colpo ti ritrovi immerso in una toponomastica bucolica. Via dei Gelsi, delle Palme e delle Acacie e ancora Faggi, Noci, Platani, piazza delle Iris e dei Gerani, piazzale delle Gardenie. Sono cresciuta a Roma e da adolescente ho scoperto Centocelle, leggendario quartiere ai margini sud-orientali della Capitale. Al tempo della pandemia ci torno per un reportage virtuale su un’esperienza di comunità che resta unita e si rimbocca le maniche. È l’avventura mirabolante del Gam, Gruppo di Appoggio Mutuo nato dalla Libera Assemblea. «Ci siamo chiesti come proseguire l’impegno di proteggere il quartiere e costruire una rete di solidarietà, in un momento di enorme difficoltà. La prima consegna che abbiamo fatto è stata a casa di una famiglia in quarantena, c’era un pacco di vestiti da portare all’ospedale in cui uno di loro era stato ricoverato. Poi, ragionando, ci siamo resi conto che molti avrebbero perso il lavoro, come in effetti è poi successo, quindi ci sarebbe stato bisogno di aiuto concreto – aiuto per mangiare. Il lockdown avrebbe creato difficoltà per la vita quotidiana, così abbiamo lanciato lo sportello psicologico, cui collaborano venti professioniste. E poi, tante persone nonostante le restrizioni avrebbero avuto bisogno di muoversi, con i relativi problemi legali, e tante sarebbero state licenziate. Da quella riflessione è nato lo sportello di supporto legale». Antonello è il portavoce del Gam per questa intervista con area, condotta – Corona oblige – tramite videoconferenza. È un operatore sociale e nel suo racconto ricorre spesso un’espressione: “Fare comunità”.

Combattere la paura
Centocelle ha una storia speciale. Cittadella costruita per ospitare cento fra i migliori cavalieri della guardia imperiale, nel secondo dopoguerra da rione proletario è diventato piuttosto quartiere del ceto medio. Negli ultimi decenni è stato toccato dalla gentrificazione, che ne ha esaltato il carattere eterogeneo. A Centocelle c’è davvero di tutto. Ci sono studenti, intellettuali, migranti e famiglie che ci vivono da generazioni. E c’è il Forte Prenestino, centro sociale occupato che dal 1986 fa cultura, politica e socialità in 13 ettari di un forte militare ottocentesco incredibilmente ben conservato che si raggiunge attraversando un ponte levatoio. Persone e infrastrutture del Forte fanno parte della rete Lac e del progetto Gam, eppure la vera anima di queste moderne creature è il quartiere, con tutte le sue diversità: «Abbiamo agito dal basso, con la finalità di costruire e mantenere una comunità basata su legami solidali di mutuo appoggio. Perché nella nostra visione della realtà nessuno deve rimanere indietro». Spiega Antonello: «Ci siamo detti che un interesse mafioso può avere la meglio sul territorio quando i cittadini sono monadi, vivono come singolarità isolate. In un quartiere solidale queste cose non succedono. E allora è importante uscire di casa, non farsi terrorizzare dagli attentati e anzi riprendersi il quartiere. Una linea di pensiero e azione che è andata avanti a maggior ragione nel periodo del lockdown. Perché il problema è stato ancora una volta l’isolamento, che crea paura».

Brigata della solidarietà
Al tempo della pandemia, il Gruppo di Appoggio Mutuo si è fatto in quattro per sopperire alle carenze dell’amministrazione e garantire servizi essenziali, come portare beni di prima necessità a persone anziane e immunodepresse. All’inizio il Gam faceva consegne a domicilio. Ma poi: «Ci siamo resi conto che i bisogni erano diffusi ed abbiamo modificato il modello d’intervento». Da settimane ormai, i volontari e le volontarie del Gam gestiscono punti di distribuzione attorno a mercati e supermercati. Pacchi che valgono fra i 15 e i 20 euro, alimenti non deperibili ma anche carne donata da negozianti solidali con l’iniziativa, frutta e verdure biologiche messe a disposizione da contadini della regione. «Siamo presenti con un carrello nei supermercati. Chi fa la spesa può comprare prodotti che poi noi distribuiamo a chi ne ha bisogno». A metà giugno erano stati consegnati 1.635 pacchi. Ma non è beneficenza: «Non vogliamo diventi una forma di assistenzialismo. L’obiettivo resta mettere insieme e far collaborare le persone – quelle che danno e quelle che ricevono. Per questo quando facciamo i punti di distribuzione uno di noi ha il compito di parlare con le persone che fanno la fila per ritirare un pacco. Sentire come stanno, conoscerle. Così, per esempio, siamo entrati in relazione con una sarta cubana. Ha confezionato mascherine e ce le ha portate in dono, da distribuire. Ed è questo lo spirito che vogliamo stimolare. Creare comunità, rapporti umani. Un quartiere vivo. In cui ci si parla».

Le difficoltà
L’impresa non è priva di complicanze. Anzitutto, ça va sans dire, burocratiche. «Ci siamo appoggiati all’organizzazione Nonna Roma per dei lasciapassare che consentissero di fare consegne e raccogliere merce, ma siamo stati multati per aver violato il lockdown. Quando i disinfettanti hanno raggiunto prezzi esagerati, li abbiamo autoprodotti seguendo la ricetta dell’Oms e distribuiti gratuitamente. La polizia ci ha fermato a più riprese e questo ha mostrato la volontà di non capire la situazione da parte delle istituzioni». Lo sportello psicologico si aspettava ansia, depressione e paura, ma «sono arrivate richieste più serie. Persone già prese in carico da servizi territoriali, che si sono di colpo ritrovate prive di riferimenti». L’amministrazione ne esce con le ossa rotte. Spiega Antonello: «A Roma non ci sono fabbriche, è una metropoli che vive di servizi che ora sono stati sospesi. È una città in cui è molto presente il lavoro nero, scomparso con la chiusura dei locali pubblici. Quindi la fine del lavoro e nessuna possibilità di ricorrere a misure compensative. Perché se lavori al nero, come fai a dimostrare perdita di guadagno?». I buoni spesa del Comune li hanno presi in pochi, con la beffa per molti di poter ricevere alimenti dietro prestazione di “lavori socialmente utili”. Chiosa Antonello: «Un abominio. In pratica, se vuoi mangiare devi lavorare gratis». Finito il lockdown, resta l’emergenza finanziaria, legale e psicologica. Il Gam ha intanto varcato i confini del quartiere e non ha nessuna intenzione di interrompere la catena della solidarietà. Tante persone hanno perso il lavoro e continuano ad avere bisogno di aiuto. E se in quartiere c’è stato pochi giorni fa l’ennesimo incendio doloso, nei locali della Pecora Elettrica presto vivrà un nuovo progetto della regione. Il Gruppo di Appoggio Mutuo, intanto, continua a fornire servizi essenziali e accetta donazioni (email: lac100celle@inventati.org).


-Foto di Gianluca Sansevrino-


Pubblicato

Venerdì 3 Luglio 2020

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