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Reportage

Un altro calcio è possibile

Viaggio a Firenze dove la squadra del Centro Storico Lebowski promuove uno sport popolare e comunitario fatto di tanta passione e impegno civile

di

Federico Franchini

«Un modello radicalmente alternativo al calcio a cui siamo sempre stati abituati, in cui la passione e l’amore sono sempre minacciati dai capricci e dalle alterne fortune di padroni, finanziatori, mercati. Questo modello ci garantisce una totale libertà, e la certezza che quello che succederà in campo sarà il risultato non di dinamiche in mano ad altri, ma solo dei nostri sforzi, con in più quel tocco di magia e imprevedibilità che ci fa tanto amare questo gioco» . È questo lo spirito alla base del Centro Storico Lebowski, un club calcistico toscano autogestito dai tifosi. Noi di area siamo andati a visitarlo in occasione del fine settimana dedicato ai soci e alle socie estere del club.

 

La cronaca del nostro viaggio parte da un fatto che non abbiamo vissuto in diretta. Dopo una due giorni in visita per i luoghi storici del club e dopo avere assistito alla partita della squadra maschile eravamo già di ritorno per il Ticino. Nel mentre al campo sportivo di Tavarnuzze è andato in scena uno dei gol più importanti della storia del Lebowski. Ce lo siamo persi, ma ve lo raccontiamo comunque. La protagonista è Fatima Haidari, arrivata in Italia dall’Afghanistan la scorsa estate. In patria, la ragazza giocava nel Bastan Football Club di Herat ed era già nel giro della nazionale. Con l’arrivo al potere dei talebani, però, il suo sogno calcistico è svanito e Fatima è stata costretta a lasciare il Paese. Da dicembre, assieme alle connazionali Maryam e Susan, gioca nella squadra femminile del Cs Lebowski. Domenica 8 maggio mancano pochi minuti alla fine della partita quando Fatima, numero 16 sulla schiena, entra in campo nella partita decisiva contro il Livorno. In ballo vi è una possibile promozione in serie C. Al novantesimo, la giovane afghana approfitta di una disattenzione della difesa avversaria e s’invola verso la porta e segna con un tiro beffardo.

 

Con questa vittoria il Lebowski supera il Livorno, si porta al primo posto in classifica e ipoteca la promozione. Fatima è sommersa dall’abbraccio delle compagne e dei tifosi. «È stato il miglior momento della mia vita, grazie alla mia seconda famiglia che ho trovato qui, aspettando che la mia mi raggiunga dall’Afghanistan» ha dichiarato la calciatrice a la Repubblica. Il fatto che le tre giocatrici afghane siano finite in questa squadra non è un caso: «Facciamo tantissime cose al di fuori del calcio, siamo come una grande famiglia dove l’integrazione fa parte dei nostri valori. Da noi le ragazze possono continuare la loro crescita sportiva, ma anche umana» ci spiega Matthias Moretti del Cs Lebowski.

 

L’origine di un sogno

 

La storia di questa squadra è ricca di emozioni, di promozioni raggiunte all’ultimo respiro grazie alle famose tre “c”, cervello, cuore e... fortuna: come quella bandierina del corner che nel 2018 salva una palla dall’uscita di campo e permette alla squadra di segnare all’ultimo respiro nella partita decisiva per il salto dalla Prima categoria alla Promozione. Epico! Per capire di cosa stiamo parlando e di cosa ci ha spinto, dalla Svizzera, a scendere a Firenze per tifare Lebowski occorre però fare un passo indietro e tornare alle origini.

 

Prima tappa, Piazza d’Azeglio in centro a Firenze. È qui che, nel 2004, alcuni ragazzi scoprono l’esistenza di una squadra chiamata Ac Lebowski. Sono gli ultimi dell’ultima categoria e perdono in continuazione. Però, come scrive il giornale che hanno tra le mani, «si piegano, ma non si spezzano». È amore a prima vista. Sono stufi del grande calcio luccicante, dove fare il tifoso è ostacolato da troppe norme restrittive. Decidono così di diventare gli ultras di questa squadra dedicata al Drugo Lebowski protagonista del film dei fratelli Coen il cui motto è «prendiamola come viene».

 

Il sabato seguente i ragazzi si presentano al campo con bandiere e striscioni e intonando cori. La squadra perde (ovvio) e i giocatori vanno dai tifosi chiedendo loro chi sono: «Siamo degli sbandati e da oggi il Lebowski è la nostra squadra del cuore», questa è la risposta. Da quel momento, ogni weekend, la squadra ha avuto la sua curva di fedeli ultras.

 

Dopo anni di tifo irriducibile, la svolta avviene nel 2010, quando gli stessi tifosi decidono di acquistare la squadra e di creare una cooperativa. Negli statuti vengono forgiati valori quali la solidarietà, l’auto-organizzazione, la cooperazione, l’antifascismo, l’antirazzismo e l’antisessismo. La squadra, inoltre, «ripudia la mercificazione del calcio, sport tradizionalmente popolare». Il club viene rinominato Centro Storico Lebowski. Il nucleo dei tifosi è infatti radicato nel centro di Firenze. Anche se poi la squadra vaga per vari campetti della cintura fiorentina fino a trovare casa, cinque anni fa, a Tavarnuzze, frazione di Impruneta.

 

È qui che assistiamo alla partita contro il Montespertoli, la squadra che ha già vinto il campionato. Per il Lebowski, però, la partita è importante: la classifica è corta, i playoff sono ancora possibili, così come anche la zona retrocessione. Finirà con un pareggio (1-1) dopo novanta minuti di tifo allegro e scatenato a cui abbiamo partecipato, tra cori e bandiere grigionere, i colori del club scelti perché i meno costosi per produrre magliette.

 

Una cooperativa con 1.600 soci

 

Siamo arrivati a Tavarnuzze in mattinata, dopo che il giorno precedente abbiamo visitato i luoghi simbolo della squadra in centro. In particolare San Frediano, un quartiere popolare e storico baluardo della resistenza antifascista fiorentina. Un luogo che resiste oggi all’assalto dei turisti e dove si respira ancora autenticità. Proprio qui si trova il giardino dei Nidiaci che è il cuore pulsante della scuola calcio creata dal Lebowski. Un luogo che qualche anno fa è stato messo sotto attacco da un gruppo immobiliare speculativo che ha rilevato diverse palazzine adiacenti facendone degli appartamenti di lusso e mangiandosi il giardino. Il quartiere si è opposto a suon di manifestazioni.

 

Nel 2015, il Lebowski assieme ad altri partner ha deciso di rendere vivo questo giardino creando una scuola calcio che sta avendo sempre più successo: «Oggi ci occupiamo di 180 bambini e bambine. Per noi è un posto speciale perché da un lato dietro a questo campetto vi è una battaglia politica di quartiere, dall’altro perché con la scuola calcio possiamo radicarci nel territorio del centro e portare avanti non solo un discorso calcistico, ma anche un percorso educativo e pluridisciplinare» ci spiega Giovanni Concutelli, responsabile della scuola calcio.

 

Lo stadio, quello dove giocano i grandi, si trova a quindici minuti di autobus da San Frediano. Dietro alla curva Moana Pozzi si intravedono le colline con i tipici uliveti. Mancano diverse ore alla partita, ma bambine e bambini affollano già la tribuna e si divertono con i tamburi. Tra gli spalti si intravedono anche alcuni ragazzi giunti da Colonia (tifoseria gemellata) e diverse magliette del collettivo di fabbrica della Gkn, l’azienda fiorentina che la scorsa estate è stata chiusa dal fondo d’investimento inglese Merlose lasciando a casa 400 persone. Un’ingiustizia che ha avuto il merito di fare nascere un forte movimento di solidarietà, radicato nel territorio e appoggiato in maniera attiva anche dal Lebowski, di cui alcuni operai della Gkn sono soci.

 

Per pranzo, le famiglie di chi frequenta la scuola calcio hanno portato piatti fatti in casa, specialità toscane ed etniche da leccarsi i baffi. Tra una lasagna al lampredotto e un Tavernello ne approfittiamo per fare altre due chiacchiere con Matthias Moretti per cercare di capire questo modello diverso di fare calcio: «Siamo una cooperativa con circa 1.600 soci provenienti da tutta la Toscana e anche dall’estero. Amiamo il calcio, ma non ci piace la deriva dello sport moderno per cui abbiamo deciso di mettere in piedi la nostra squadra in cui ognuno di noi s’impegna a dare qualcosa» ci spiega colui che è una sorta di responsabile comunicazione del club.

 

L’arrivo di una stella

 

Dall’acquisto della squadra e dalla creazione della cooperativa sono stati fatti molti passi in avanti. In termini sportivi, il Lebowski è salito di tre categorie, senza calcolare la creazione della squadra femminile e degli juniores. «Il Lebowski è qualche cosa di molto concreto, legato al territorio e ai quartieri. È l’essenza dello sport popolare, ossia alla portata di tutti. Può sembrare qualcosa magari di utopistico, in realtà sono molto pragmatici e oggi siamo di fronte a una cooperativa molto apprezzata da tutti» ci dice al telefono Benedetto Ferrara, giornalista e scrittore fiorentino affezionato al Lebowski.

 

È lui ad avere fatto da tramite per la realizzazione di un altro clamoroso sogno che solo una squadra come quella dei grigioneri poteva veder realizzato: l’“acquisto” di un uomo simbolo del calcio fiorentino, lo spagnolo Borja Valero, già giocatore di Real Madrid, Villarreal, Inter e Fiorentina di cui era diventato una bandiera. Lo scorso anno quando ha deciso di ritirarsi e di restare con la famiglia a Firenze, per scherzare si era detto tra i tifosi che sarebbe venuto a giocare per il Lebowski.

 

Lo scherzo è diventato realtà. Quando Borja Valero ha conosciuto la realtà del club ha subito accettato la proposta e scelto di mettere il suo talento e la sua notorietà al servizio del club: «Il mondo del calcio non è tutto così bello come sembra da fuori. È un mondo complicato, difficile, non direi marcio, però è vero che ci sono tanti interessi soprattutto da un punto di vista economico che fanno sì che sia un mondo complicato. Ho avuto la fortuna di esserne parte e di avere realizzato il mio sogno da bambino e di diventare un giocatore professionista. Però a un certo punto quando ho avuto la possibilità di fare questo tipo di scelte e di continuare a giocare a pallone in maniera più divertente e spensierata ho subito accettato la proposta di una squadra in cui subito mi sono identificato. Alcune squadre di Serie A mi hanno offerto ancora dei contratti però ho deciso che questa sarebbe stata un’esperienza unica e così l’ho fatta» ci spiega lo stesso calciatore.

 

Quest’anno Borja non ha giocato tantissimo, a causa dei nuovi impegni professionali come commentatore sportivo. La classe nello smistare palloni in mezzo al campo, quella è rimasta. Lo abbiamo visto con i nostri occhi. Gli stessi che si sono illuminati di fronte a quella che non è solo una squadra di calcio, ma una grande famiglia grigionera. Forza Lebowski!

 

Pubblicato

Martedì 24 Maggio 2022

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