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Dietro lo specchio

Un’altra economia dopo il Covid

di

Ferruccio D'Ambrogio

La recrudescenza del Covid ha obbligato Stati e Banche centrali, tra cui anche della Svizzera, a iniettare nuova liquidità (crediti, fideiussioni, e indennità di disoccupazione, nonché aiuti indiretti: sospensione di pagamenti e tasse) che stanno tenendo a galla imprese, consentendo di mantenere un reddito minimo per quasi tutti.


Misure evidentemente necessarie per affrontare l’urgenza, ma, come ricorda l’economista Penacchi, non modificando la struttura non sono in grado di cambiare il modello di sviluppo.


Oltretutto all’orizzonte si sta formando un’enorme ondata di recessione  che arrischia pure di essere lunga. Secondo l’Fmi nel prossimo decennio il Pil si contrarrà a livello planetario tra il 6 e il 10%. I più toccati saranno i paesi del “sud” ma non solo! Come prima, anzi più di prima, a sopportarne le conseguenze saranno ovunque gli strati più vulnerabili: bambini, donne, famiglie: soprattutto di coloro che affollano città e metropoli, già costretti a vivere in condizioni fatiscenti, a cui si aggiungeranno altri che rimarranno senza lavoro sia per fallimenti, sia per la riorganizzazione del lavoro associata a web 4.0 (digitalizzazione e intelligenza artificiale).


I vari governi, anche il nostro, confidano nel vaccino, sperando di ritrovare la normalità e far ripartire l’economia. Già ma quale? Quella del pre Covid? Un abbaglio! «Ci ritroveremo con due grandi sfide: il crescente divario tra ricchi e poveri, a livello nazionale e internazionale, e la crisi climatica. Problemi che dobbiamo affrontare. E oggi, con la pandemia di corona, ci troviamo di fronte a una terza sfida. Necessitiamo di un sistema economico che sia più resistente, inclusivo e sostenibile». Sono parole di K. Schwab, presidente e fondatore del Wef di Davos, intervistato da Die Zeit. Dette da un liberale (non liberista) suonano forti.


C. Duzrand e R. Keucheyan, rispettivamente economista a Paris-XIII e sociologo all’università di Bordeaux, hanno formulato una proposta (L’heure de la planification écologique, MD, maggio 2020) per un futuro sostenibile a livello sociale, economico e ambientale. In sintesi:


1. Rilocalizzazione delle attività economiche che poggi su tre principi: a)de-specializzazione dei territori, per eliminare dipendenza e sfruttamento;
b) protezionismo solidale mediante barriere doganali sociali, ambientali e reciprocità su conoscenze, oggidì monopolio delle multinazionali; c) produzione di beni durevoli e riparabili;


2. crediti e investimenti sottoposti a controllo pubblico e democratico a tutti i livelli decisionali, annullando così il potere della finanza privata, la cui decisione d’investire in un settore o in un’attività si basa essenzialmente su 2 criteri: redditività e solvibilità. Al riguardo François Morin ex membro del Conseil général de la Banque de France afferma: «I poteri elettivi devono essere al centro della decisione di credito e, quindi, dell’emissione di nuovo denaro, e definire i criteri per la concessione dei prestiti, i beneficiari e gli importi stanziati»;


3. garanzia di reddito tramite: a) lavoro organizzato dall’ente pubblico che dovrà soddisfare le esigenze non coperte dal mercato (domanda non solvibile). Posti che offrono un elevato valore aggiunto individuale (autostima), sociale (cura anziani, bambini ecc. ) ed ecologico (manutenzione delle risorse naturali, riparazioni di beni durevoli ecc.); b) versamento del reddito di base;


4. giustizia ambientale e sociale mediante il controllo democratico sulle scelte di produzione e di consumo. Oggidì i ceti più poveri sono doppiamente vittime: sia del degrado ambientale (e anche del Covid) costretti a vivere in quartieri e alloggi malsani (inquinamento di acqua, aria, sonoro) situati in periferia, sprovvisti di servizi di base; sia dell’aumento di tasse su consumi e costi d’accesso ai servizi di base.
Saprà la politica liberarsi dalla sua subalternità all’economia vigente?

Pubblicato

Giovedì 3 Dicembre 2020

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