«Se fossi un pollo thailandese, sarei preoccupatissimo». Una boutade lanciata da un politico italiano, che contiene una grande verità. Perché a dispetto del panico mediatico, l’influenza aviaria è a tutt’oggi un’emergenza sanitaria per pennuti. Dalla fine del 2003, in Asia ne sarebbero morti 150 milioni. L’aviaria, nome in codice H5N1, si trasmette fra animali e talvolta da animale ad essere umano: ha colpito un centinaio di persone entrate in contatto con volatili infetti – la metà, sono morte. Eppure l’aviaria viene descritta con espressioni apocalittiche dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms): potrebbe uccidere dai 2 ai 7 milioni di persone, laddove cominciasse a trasmettersi fra gli umani. Si è spinto oltre il direttore Lee Jong, che l’ha definita: «la più grave minaccia sanitaria che abbia toccato il pianeta». Ma quanto è sensato avere paura oggi – e quanto è ragionevole presumere che un farmaco ci salverà? È dal 1997 che questo ceppo dell’influenza aviaria circola sul pianeta. Dalla fine del 2003, però, non ci sono novità. Non sono stati scoperti farmaci per fermarla, né la comunità scientifica è stata in grado di formulare certezze sulla prospettiva di evoluzione del virus. Gli esperti, però, sono pessimisti. Guan Yi, professore a Hong Kong, nell’inchiesta del Time è lapidario: «Se arriva la pandemia, non importa quanto sia avanzato il nostro mondo: si spegnerà di colpo. E succederà». Il carico da novanta ce l’ha messo una ricerca dell’Istituto militare di patologia di Washington, che ha ricostruito la sequenza genica del virus della spagnola, che nel 1918 uccise cento milioni di persone, ed ha concluso che si trattava di aviaria. Da qui, la deduzione che anche H5N1 sarà un killer di massa. Gli scettici obiettano che le condizioni sanitarie sono cambiate. Ma è vero che l’unico rimedio potrebbe essere un vaccino, da sintetizzare quando il virus sarà fra noi. Ci vorranno anni per produrne a sufficienza e a quel punto il virus potrebbe essere mutato di nuovo. L’annuncio è del 24 agosto 2005: la Roche regala tre milioni di trattamenti all’Oms. Chi si è inventato questa mossa, è un genio della comunicazione. Racconta Le Temps che Roche lo voleva ritirare dal mercato, per quanto poco vendeva – ma grazie alla paura da H5N1, il Tamiflu si è trasformato in blockbuster. La popolazione è stupida, o pazza? Di sicuro, l’incertezza delle autorità ha fatto la sua parte: ripetono di non fare scorte, ma hanno fatto pubblicità alle quantità che stavano acquistando per arginare una pandemia. E allora, perché non comprarne da tenere in casa? (grande è sotto il sole la fiducia nelle autorità). In commercio dal 1999, il Tamiflu ha dimostrato di funzionare su alcuni ceppi influenzali – per “funzionare” si intende una riduzione di un giorno e mezzo sulla durata dei sintomi. Un po’ poco per definirlo una rivoluzione. Tamiflu è stato testato su poche migliaia di persone: ignoti gli effetti collaterali su una popolazione più vasta. Per questo Prescrire e Pharmakritik, bibbie della farmacologia, l’hanno stroncato. Peggio che andar di notte, per quanto riguarda l’aviaria: è stato provato solo in laboratorio. Avrete letto sui giornali che in Asia ha aiutato persone colpite da H5N1. È un’ottima occasione per smettere di credere nei media. L’Oms ha confermato a Falò che non esistono dati oltre a quelli presenti nella letteratura scientifica. 5 adulti, 4 dei quali sono morti, e un bambino di sette anni, morto pure lui. In assenza di dati, i ricercatori nutrono dubbi sulla somministrazione a donne incinte e bambini. Sulle prime, ci sarebbe da aspettarsi danni cerebrali nel figliolo. Sempre i topi ci hanno mostrato che il Tamiflu uccide i bimbi fino a un anno di età – ma non ci sono dati su quelli da 2 a 12. Mancanza di prove che si rivela a doppio taglio: rischiamo di accoppare fanciulli – ma anche di assistere impotenti a una moria di neonati in caso di pandemia – ammesso e non concesso che Tamiflu fosse efficace. Ma le autorità non sanno che pesci prendere. E dunque hanno scelto Tamiflu. In cotanto caos, tornano in mente altri attacchi di panico mediatico: Sars, Mucca pazza, Ebola e Hiv. A mettere da parte la dietrologia, restano due certezze. Siamo di fronte a una catastrofe ecologica, che potrebbe dare il colpo di grazia alla diversità biologica animale. E se il virus passerà all’uomo, saranno le megalopoli del sud del mondo a farne le spese. Magari non funziona, però non si può dire Alla giornalista che voglia parlare di Tamiflu con gli esperti, tocca improvvisarsi filosofa – perché si procede per sillogismi. Anzitutto, bisogna fare lo slalom fra le dichiarazioni ufficiali – fateci caso, gli esperti parlano di H5N1 e ripetono una cantilena che pare imparata a memoria. L’hanno studiata sui comunicati dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e sulle veline fatte colla carta carbone dai governi nazionali. Per trovarci un varco, dovete avere letto Tutte le ricerche presenti nella letteratura scientifica. Non è difficile: il motore di ricerca del British Medical Journal fra “oseltamivir” e “Tamiflu” ne trova una manciata – una miseria, dal punto di vista accademico. Se nel frattempo avrete acceso il cervello, siete pronte. Perché all’esperto, ai tempi dell’influenza aviaria, tocca tendere il trappolone. Non si possono porre domande dirette: la risposta è un vicolo cieco fra «Il Tamiflu funziona» e «Ce ne sarà per tutti». Insinuando un dato scientifico ogni sette parole, tessuto nel linguaggio degli iniziati e sostanziato da quello che a Roma si chiama “na nticchia de loggica” – l’esperto confessa. Con un sospiro di sollievo e rigorosamente “off records”, un luminare confida: «Non sappiamo se Tamiflu funziona, ma non avevamo altra scelta. Se lo dico in pubblico, si immagina che panico?». L’eminente accademico si professa ottimista: se oseltamivir funziona sui topi, andrà bene pure anche gli umani, scandisce. Poi aggiunge: Forse. Riserve per tutti? Sì, il 25 per cento della popolazione al massimo può essere ammalata e per questa il Tamiflu è stoccato. Ma ci sono un paio di distinguo! Parliamo della prima ondata – mentre pandemia significa anche seconda e terza per le quali, tenendo incrociate pure le dita dei piedi, gli esperti sperano nel vaccino. E poi, saranno curate prima le persone che devono stare per forza bene per assolvere a compiti di pubblica utilità. Non è detto che sarà facile gestire questa fase. Nature racconta che il Canada nel Comitato per la pandemia influenzale ci ha messo dentro anche un esperto di.. etica.

Pubblicato il 

28.10.05

Edizione cartacea

 
Nessun articolo correlato