L'editoriale

La maggioranza borghese del nostro Parlamento non ha tratto alcuna lezione dalla votazione dello scorso 25 settembre sulla riforma AVS 21, che è stata sì accettata ma per il rotto della cuffia (con solo 32.000 voti di scarto) e grazie a una maggioranza svizzero-tedesca e di uomini. Una spaccatura culturale e di genere che dovrebbe indurre la politica a un minimo di prudenza. Invece no: il padronato e i suoi fedeli rappresentanti alle Camere federali tirano dritti per la loro strada infischiandosene dei bisogni reali delle pensionate e dei pensionati di oggi e di domani. È l’unica conclusione che si può trarre da alcune recenti decisioni politiche relative alla questione pensionistica.

 

Durante la campagna per AVS 21 per far “digerire” l’amara pillola dell’innalzamento dell’età pensionabile delle donne da 64 a 65 anni nonostante le fattuali discriminazioni salariali e pensionistiche che continuano a subire, i suoi fautori riconoscevano la problematica e non si stancavano di ripetere che la soluzione a questi problemi sono da ricercare altrove, segnatamente sul fronte della previdenza professionale perché è qui che le disparità tra uomo e donna si fanno sentire di più. Vero. Peccato che nell’ambito dei lavori parlamentari sulla riforma della relativa legge continuano a essere gli interessi degli assicuratori privati e delle casse pensioni a prevalere, che già approfittano degli enormi utili generati dai mercati azionari e che incassano contributi sempre più elevati dagli assicurati. E non certo gli interessi delle pensionate e dei pensionati, che invece da una quindicina d’anni vedono le loro condizioni degradarsi costantemente, con rendite che (a parità di capitale) si sono ridotte del 20 per cento!

 

E ora la Commissione della sicurezza sociale del Consiglio degli Stati, nel quadro dell’esame della riforma sulla Legge sulla previdenza professionale (Lpp), nelle scorse settimane ha adottato una serie di decisioni che porterebbero i salariati a pagare ancora di più per ricevere ancora di meno e che penalizzerebbero (ancora una volta) soprattutto le donne per avere la “colpa” di percepire salari più bassi, di lavorare a tempo parziale o senza remunerazione (e dunque di versare meno contributi e di conseguenza percepire rendite pensionistiche magre).


Questo in un contesto che nella ricca Svizzera già vede quasi un terzo dei pensionati fare fatica a pagare le fatture e che di fatto vive in povertà. Una situazione oltretutto aggravata di questi tempi da una forte perdita del potere d’acquisto causata dal rincaro di servizi e beni di prima necessità e da una nuova esplosione dei costi dell’assicurazione malattie obbligatoria. Un contesto che dovrebbe suggerire la ricerca di misure volte a compensare il deprezzamento delle rendite e degli averi pensionistici. Altro che tagli!


L’introduzione di una 13esima mensilità Avs, come chiede un’iniziativa popolare dell’Unione sindacale svizzera, sarebbe un giusto passo nella giusta direzione, a maggior ragione nel contesto attuale. Ma la medesima maggioranza politica che il 25 settembre l’ha spuntata (per poco) e che sta massacrando il secondo pilastro, non ne vuole nemmeno sentire parlare: pochi giorni fa la competente commissione del Consiglio nazionale ha bocciato l’idea, senza neppure formulare una controproposta. La 13esima «aggraverebbe i problemi di finanziamento dell’Avs a lungo termine», ha tagliato corto.


Per la maggioranza borghese del nostro parlamento la qualità di vita e la lotta alla povertà degli anziani non sono insomma delle priorità. Così come non sembra essere una priorità nemmeno la difesa dei lavoratori più poveri, visto che la medesima maggioranza politica nella Commissione dell’economia e dei tributi ha approvato proprio l’altro giorno una mozione che mira di fatto a invalidare i salari minimi cantonali. L’idea è quella di consentire retribuzioni inferiori se previste da un contratto collettivo: quella che in Ticino si è rivelata essere una distorsione della legge che ora si sta cercando di correggere con un’iniziativa popolare dovrebbe insomma diventare norma a livello federale.

Pubblicato il 

27.10.22
 
Nessun articolo correlato