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Un Pardo d’oro per i Secondos

di

Gianfranco Helbling
Il Pardo d'oro del Festival del film di Locarno è dunque andato a "Das Fräulein" ("La signorina", cfr. riquadrato) di Andrea Staka. Era dal 1985 che non capitava più ad una produzione svizzera. Allora l'onore toccò a Fredi Murer, che si impose con "Höhenfeuer". Questi due film illustrano appieno quanto si sia trasformata la Svizzera in questi 21 anni. Mentre Murer, facendo affidamento su collaboratori locali, raccontava una storia ambientata in una tipica famiglia contadina svizzera, Staka con una troupe internazionale parla di donne migranti che hanno trovato nella città di Zurigo la loro nuova patria. Con Staka il Pardo d'oro premia un'immigrata di seconda generazione: è questo finora il più importante riconoscimento assegnato ad uno di quei giovani registi di origine straniera che dalla metà degli anni '90 si stanno affermando sulla scena cinematografica svizzera, da Esen Isik a Stina Werenfels, da Paolo Poloni a Nicolas Wadimoff. In questa intervista Staka spiega quanto "Das Fräulein" sia legato alla sua vicenda personale.

Andrea Staka, nella sua filmografia il tema della guerra passa sempre più in secondo piano. Questa evoluzione corrisponde ad un suo percorso personale?
Sì, certamente. Mentre in "Hotel Belgrad" protagoniste erano due persone di Sarajevo divise dalla guerra, e si trattava dunque di destini individuali, in "Das Fräulein" parlo di uno sradicamento più generale. Parlo di donne di oggi che vivono in città e sviluppano fra di loro una certa solidarietà, una certa tenerezza. Non è quindi più un film sulle conseguenze della guerra nella ex Jugoslavia, ma un film su come tre diverse generazioni di donne vivono l'emigrazione. Il tema della guerra è passato definitivamente in secondo piano, sia perché lo avevo elaborato con "Yugodivas", sia perché col passare del tempo mi si sono imposti nuovi temi.
Cinque anni fa ci parlò di un senso di colpa che lei provava nei confronti di parenti e amici rimasti sotto le bombe mentre lei era in Svizzera. Ora anche questo senso di colpa è superato?
Sì. Esso dipendeva anche dal fatto che chi era rimasto nella ex Jugoslavia non stava all'epoca per nulla bene e aveva un futuro incerto. Ora ognuno è riuscito a ritrovare la sua strada e sta vivendo la sua vita più o meno serenamente, anche senza di me e i miei sensi di colpa. Anche se forse nell'inconscio questo senso di colpa c'è ancora, perché è stato difficile rimanere in Svizzera senza poter fare nulla mentre la guerra devastava il mio Paese.
La guerra è ormai tanto secondaria che per lo sviluppo della storia le protagoniste di "Das Fräulein" potrebbero anche non provenire dalla ex Jugoslavia.
È vero, potrebbero anche essere spagnole o portoghesi che il racconto dell'incontro delle tre generazioni di migranti sarebbe uguale. Lavorando con le attrici ho però cercato di far emergere la sensibilità dei personaggi, che è determinata dalla loro cultura, dunque dalla loro origine. Ma molte cose in pochi anni sono cambiate. Mentre in "Yugodivas" le cinque donne che ritraggo avevano la nostalgia per una patria che era la Jugoslavia, oggi questa patria non c'è più: Ruza è serba, Mila è croata e Ana è bosniaca. Sono persone di tre Paesi diversi, che hanno molte cose in comune (dalla mentalità alla lingua, molto simile), ma che si tengono ad una certa distanza l'una dall'altra: la guerra, per quanto rimossa, non si dimentica facilmente.
C'è un personaggio del film in cui la sua esperienza si riflette in maniera particolare?
Per me raccontare la storia di tre donne è stato ovvio e naturale. Scrivendo mi dicevo che nessuna delle tre mi poteva assomigliare. Eppure in definitiva mi sono riconosciuta in tutte e tre, non tanto per le loro biografie di migranti, quanto per il carattere di ognuna di esse. Mi sono così ritrovata sia nel rigore severo di Ruza che nella spontaneità a volte distruttiva di Ana. Il personaggio forse più lontano da me è Mila, che raccoglie in sé le caratteristiche di diverse persone che conosco giunte in Svizzera trenta anni fa. Mila rappresenta un caso tipico, che ho notato molte volte negli ultimi 5-10 anni fra le migranti di prima generazione: il progetto di ritorno al Paese, dopo trent'anni di vita e di lavoro in Svizzera, non è più così chiaro, e improvvisamente non si sa più dov'è il proprio posto nel mondo.
Ha discusso con molte migranti per arrivare alla stesura del film?
No, "Das Fräulein" è piuttosto frutto delle mie osservazioni. Non si trattava infatti di raccontare una storia ricca di dettagli, quanto piuttosto di dare un'impressione, di rendere un'atmosfera, uno stato d'animo. Così con l'attrice Mirjana Karanovic, che interpreta Ruza e non ha alcuna esperienza diretta di migrazione, ci siamo detti che avrebbe recitato il suo personaggio da dentro, pensando alle esperienze di donne sole che conosce bene. Prima delle riprese abbiamo comunque organizzato un incontro con una quindicina di donne giunte in Svizzera dalla ex Jugoslavia in periodi diversi negli ultimi 40 anni.
Nel suo film Zurigo appare come una città dura, fredda. Perché?
Ad un'osservazione superficiale si può certamente dire che negli ultimi 10-15 anni Zurigo è diventata una città multiculturale. E questo lo confermano anche coloro che sono giunti in Svizzera negli anni '70: per loro questa città non è mai stata così aperta come lo è oggi. Personalmente ho un rapporto di amore-odio con Zurigo. Da un lato è la città in cui mi sento a mio agio, e i luoghi in cui ho ambientato il film sono quelli che mi piacciono. Volevo però che nella città si rispecchiassero gli stati d'animo delle tre protagoniste, le loro solitudini e le loro aggressività. Per me infatti Zurigo ha qualcosa sia di idilliaco, di bello, che di aggressivo. Sotto la superficie trovo che sia una città molto diffidente, aggressiva e razzista, non solo multiculturale.
"Das Fräulein" mira anche ad un pubblico di migranti?
Sì. È un pubblico difficile da raggiungere perché, soprattutto la generazione più vecchia, non legge le pagine culturali dei giornali e va poco al cinema: preferisce la televisione e i dvd. Non so ancora se faremo una strategia pubblicitaria mirata ai migranti: perché per avere successo dovrebbe essere piuttosto dispendiosa. E il film uscirà soprattutto nelle sale non commerciali. È vero che preparando il film insistevo nel dire che miravo ad un grande pubblico. Ma poi mi si rispondeva che allora ci sarebbero voluti molti cambiamenti rispetto al progetto che avevo in mente, ad esempio un happy end che io non volevo assolutamente. Per finire non ho ceduto. Ma questo rende difficile l'impatto in sala.
È stato difficile trovare chi credesse nel suo progetto?
Le difficoltà le ho trovate soprattutto nel convincere i finanziatori dell'idea di fare un film su tre donne. Il credito della Confederazione mi è stato accordato abbastanza facilmente, ma poi durante tutta la fase di sviluppo della sceneggiatura continuavano a chiedermi se fossi davvero sicura del mio soggetto. E anche il tema della migrazione non aiuta molto, ma questo soprattutto quando bisogna trovare il pubblico nelle sale. Sì, tre donne migranti non sono, almeno in apparenza, un tema molto popolare da portare oggi nei cinema svizzeri…
Per voi giovani registi di origine straniera è più difficile fare film in Svizzera che per gli autori di origine svizzera?
No. Credo che negli ultimi dieci anni, con la presa di coscienza avvenuta grazie al movimento dei Secondos, molto sia cambiato anche nel cinema svizzero. Vent'anni fa non ero svizzera, mi sentivo jugoslava. Oggi in Svizzera mi sento bene, appartengo a questo paese e come tale credo di essere riconosciuta. Come accade credo a molti giovani della mia generazione. È uno spazio che in ambito cinematografico la generazione dei Secondos s'è conquistato anche con l'aiuto della precedente generazione di cineasti. Ad un certo punto si è trattato per noi di verbalizzare, di tematizzare l'esistenza dei Secondos, di dar loro un nome per farli esistere. Poi i buoni risultati qualitativi dei nostri primi film e l'apprezzamento del pubblico hanno permesso di aprirci definitivamente le porte.

Pubblicato

Venerdì 25 Agosto 2006

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