Anche vincendo la guerra, «Tony Blair resterà un premier umiliato», scrive Jonathan Freedland, editorialista del “The Guardian”. “Umiliato” da buona parte degli elettori laburisti che chiedono le sue dimissioni, sventolando bandiere di pace nei cortei “No War” e “bombardando” le redazioni dei giornali di lettere e messaggi contro il primo ministro. “Umiliato” dalla rivolta dei suoi deputati: una contestazione che nessun premier ha mai subito in un secolo di storia parlamentare. Ma Tony Blair è stato soprattutto “umiliato”– cosa più grave agli occhi del mondo – dall’alleato statunitense che rimane, tuttora, sordo alle preghiere del primo ministro britannico di affidare un “ruolo centrale” alle Nazioni Unite nella ricostruzione dell’Iraq. «Tony Blair è l’ostaggio di Rumsfeld», sentenzia il quotidiano britannico che si chiede «perché il premier ha deciso di mettere il suo governo nelle mani dell’amministrazione statunitense». Una domanda che rimane senza risposta. «Un inspiegabile mistero», conclude il “Guardian”. Sulla strategia del premier si possono fare solo ipotesi, ma sullo stato in cui si ritrova il suo partito, il “New Labour”, si può invece emettere un chiaro «avviso ai naviganti». «Attenzione, formazione politica alla deriva», ironizza un commentatore alla radio Bbc 4. Con le dimissioni dell’amico Robin Cook, già ministro degli Esteri del primo governo Blair e ora ex ministro per i rapporti con il Parlamento, si è consumato un doloroso strappo tra il premier e la Sinistra del partito, che avrebbe accettato la guerra se l’Onu avesse dato l’autorizzazione. Ma in realtà il Labour si è spaccato in tre. Una frangia minore del partito chiedeva, infatti, che le ispezioni Onu fossero mantenute e prolungate. La separazione rischia ora di trasformarsi in un divorzio. I laburisti contrari all’azione militare, con o senza l’Onu si sono riuniti due settimane fa, lanciando un simbolico guanto di sfida a Tony Blair. Il partito perde consensi tra gli elettori, fa fronte ad un’emorragia di tessere, hanno rilevato i capi della rivolta. «Occorre ricostruire il Labour», analizza il Guardian. «Dopo l’Irak, bisognerà rimuovere anche le macerie del partito al governo», sottolinea “The Indipendent”. In questa nuova fase «la leadership di Tony Blair sarà contrastata», avvertono i deputati e membri “ribelli”. Sul campo di battaglia – quello politico, s’intende – il partito dovrà, dichiarano i promotori della contestazione, recuperare la fibra pacifista che ne ha costituito l’identità storica, ma sarà fondamentale riprendere in mano dossier difficili come l’educazione, la sanità, la previdenza, l’ambiente, l’asilo, e i diritti dei lavoratori. Su questi temi l’attività del Labour batte pericolosamente la fiacca, secondo alcuni commentatori. In un fascicolo speciale, accompagnando l’edizione del 26 marzo, The Guardian pone l’interrogativo : «Ma il Labour lavora ?». Il quotidiano riprende – supremo affronto – la critica che Margareth Thatcher rivolse al partito laburista durante la campagna elettorale del 1979, che portò al potere il partito Conservatore per diciotto anni: “Is Labour working?”, gioco di parole che si può tradurre invariabilmente con “il Labour lavora?” e “il Labour funziona ?”. Ed è proprio sul fronte del “lavoro” che sarà misurata l’azione governativa e parlamentare. «Il Regno Unito ha la spesa sociale più bassa d’Europa e il più alto tasso di povertà», ricorda la giornalista del Guardian, Polly Toynbee, autrice del volume “Hard Work” (Lavoro duro), uscito in Inghilterra un paio di mesi fa. Un libro-denuncia in cui la scrittice racconta il mondo dei “working poor” inglesi, una realtà sempre più larga e diffusa, a dispetto dell’ottimismo di Tony Blair e della “cura sociale” avviata dal New Deal laburista. Ora il premier britannico cerca di recuperare consensi tra i membri del partito e gli elettori tentando di “influenzare” George W. Bush sulla forma e la sostanza da dare all’amministrazione dell’Iraq, dopo la fine del conflitto. Secondo il progetto del premier il dopo Saddam deve essere gestito dall’Onu che dovrà organizzare una autorità ad interim grazie alla quale si darà agli iracheni le facoltà di governare il paese, secondo una nota diffusa dal numero 10 Downing Street. La leadership di Tony Blair è sospesa al successo della sua azione di persuasione. Segni positivi in tal senso sono arrivati da Belfast, dove il premier ha ricevuto il presidente statunitense per discutere del dopoguerra. In una conferenza stampa, martedì, George W. Bush ha dichiarato (e promesso) che l’Onu avrà un “ruolo vitale” nel dopo Saddam. Ad un giornalista che ha chiesto cosa intendesse per “vitale”, il presidente ha risposto citando l’importanza delle Nazioni Unite sul campo umanitario (acqua, cibo, medicine, ecc.). Permane allora l’incognita sull’amministrazione politica e militare provvisoria che Washington intende comunque mantenere sull’Iraq. I “ribelli” laburisti attendono Tony Blair proprio su questo capitolo. Se il premier dovesse fallire, ne trarrebbe amare conseguenze.

Pubblicato il 

11.04.03

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