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Un Festival più libero e cinefilo

di

Gianfranco Helbling
Che intenzioni ha il nuovo direttore del Festival del film di Locarno? Finora Frédéric Maire aveva illustrato in maniera generica i suoi propositi in occasione della conferenza stampa in cui fu annunciata la sua nomina, alla fine dell'edizione '05 della rassegna. Poi, a parte puntuali comunicazioni (il nuovo manifesto, la retrospettiva Aki Kaurismäki, il Pardo d'onore ad Alexander Sokourov), poco o nulla s'è saputo dei suoi progetti concreti. Ora, in questa intervista, Maire spiega in che direzione vuol far navigare il Festival. E annuncia la ricerca di un profilo più preciso, di festival libero e cinefilo, con un taglio più marcato verso le scoperte di nuovi stili, autori e modalità espressive. Oltre, non sembra quasi vero, all'inizio di una reale presenza del Festival sul territorio ticinese durante tutto l'anno. Frédéric Maire, a 9 mesi dalla sua nomina a direttore del Festival di Locarno e a due e mezzo dal debutto come si trova alla guida della più importante manifestazione cinematografica svizzera? Bene. Il sentimento globale è positivo. Stiamo rispettando i tempi. Abbiamo anzi la difficoltà di avere ancora più film rispetto al passato fra i quali scegliere: questo sia per il lavoro svolto a Locarno negli anni passati, che ha reso il nostro festival interessante per molti produttori, sia per quello dei nostri corrispondenti in giro per il mondo. Inoltre paesi come Francia, Argentina e Svizzera hanno quest'anno una produzione davvero ricca. Locarno ha bisogno di circa 70 film nuovi per la sua programmazione. Lo stesso vale per i festival vostri concorrenti che hanno luogo fra fine estate e inizio autunno: Venezia, Roma, San Sebastián e Toronto. Il mercato del cinema è in grado di fornirvi oltre 300 film nuovi di qualità sull'arco di un paio di mesi? In realtà noi, come gli altri festival dello stesso periodo, raccogliamo film disponibili da dopo Berlino (cioè febbraio) in poi. Quindi l'arco temporale è maggiore. E i film comunque ci sono. La Francia ogni anno produce 150 lungometraggi, dei quali un centinaio esce nell'arco di tempo che ho indicato: e ognuno dei festival citati ne prende forse due o tre, massimo quattro. Certo non tutti sono eccezionali, ma è anche questione di gusti. Per esempio in Concorso avremo un film argentino che un altro festival ha rifiutato e che a noi sembra invece un buon rappresentante del cinema argentino contemporaneo. Quindi il problema della concorrenza fra i festival non esiste? C'è certamente offerta e ci sono festival specifici che sembrano fatti apposta per l'uno o l'altro film. Faccio un esempio: un film che non andrà né a Locarno né a Venezia è l'ultimo del cubano Fernando Peréz. Sono andato a Cuba sul set per discuterne con lui e con il produttore, ma siccome il film è coprodotto pesantemente dalla Spagna esso non potrà che andare a San Sebastián. Anche se da noi starebbe bene in Piazza. Ma ci sono strategie diverse da considerare. Per esempio noi avremo in Concorso un altro film cubano, un'opera prima di un giovane regista: è la rivelazione di un giovane talento. Ebbene, preferisco che Locarno, festival di scoperte, possa profilarsi con questo film piuttosto che con quello di Peréz. È vero però che negli ultimi anni il profilo di Festival delle scoperte Locarno lo ha un po' perso, anche perché ha voluto essere un festival generalista, mentre tutti si sono gettati alla ricerca di giovani talenti. Paesi cinematograficamente da scoprire non ce n'è più. I territori che Locarno contribuì a scoprire sono ormai sovraesplorati. Ci sono però individui, correnti, stili da esplorare. Ad esempio negli scorsi anni abbiamo ospitato i primi lavori del progetto "Digital Short Films by Three Filmmakers" prodotto dal festival coreano di Jeonju che ogni anno dal 2000 incarica tre giovani registi diversi di realizzare un corto. Questi film danno davvero un nuovo sguardo sul cinema asiatico. Quest'anno faremo una retrospettiva degli ultimi 5 anni, e si dà il caso che l'ultimo programma lo voleva tanto Cannes. Ma non ce l'ha. È chiaro però che Locarno deve un po' ritrovare le sue radici. Lo spazio per noi c'è, se lavoriamo in contropiede rispetto a Cannes, Venezia e Berlino. Ma mentre loro sono generalisti nel senso che mischiano nel concorso la scoperta con il grande regista affermato, Locarno può permettersi di allestire un Concorso tutto di scoperta. È un lavoro però che Locarno deve tornare a fare con un profilo maggiore e con più coerenza rispetto agli ultimi anni. Locarno non è il quarto festival dopo Cannes, Venezia e Berlino. Locarno è un festival diverso, a parte. E come tale dev'essere riconosciuto. E non avendo né il peso di un'industria cinematografica potente come quella italiana o francese da reggere, né un mercato grosso alle spalle, può e deve essere un festival totalmente libero nelle sue scelte. La Fondazione Montecinemaverità è ormai morta, sostituita da Visions Sus Est, a cui Locarno non partecipa. Non le manca il forte legame con la produzione dei paesi del Sud e dell'Est che Montecinemaverità garantiva? Considero che un legame con la produzione dei paesi del Sud e dell'Est sia fondamentale. Ecco perché il Festival ha messo in piedi "Open doors", che sviluppa in altra direzione dei progetti di coproduzione e che noi vorremmo ulteriormente far crescere. Esso sta già dando i suoi primi risultati: uno dei film del prossimo Concorso è il frutto di uno degli "Open doors" passati. Ma una partecipazione di Locarno a Visions Sud Est le interessa? Detto in questi termini no. Lo sponsor di Visions Sud Est e di "Open doors" è però lo stesso, cioè la Direzione per lo sviluppo e la cooperazione (Dsc). Un avvicinamento è quindi plausibile e auspicabile. Negli ultimi anni il cuore della Piazza è stato vuotato dei cinefili per metterci invitati del tutto disinteressati al fatto cinematografico. E gli appassionati sono stati messi ai margini. Qual è il suo ruolo? Deve servire agli sponsor? Ai cinefili? A chi vuol passare una serata diversa? Premessa: la Piazza non è degli sponsor. È il cuore del Festival. Dispiace semmai che il settore centrale riservato (che è comunque limitato a 2 mila posti su 8 mila) sia non di rado mezzo vuoto. Occorre tornare a riempirlo. Questo significa che si devono programmare film nuovi che possano interessare anche i professionisti. Inoltre i settori della Piazza devono poter diventare modulari, così da potersi adattare alle diverse affluenze e da non avere mai posti vuoti in una zona riservata: questo mi pare il minimo che dobbiamo dare al nostro pubblico. Ma è una questione difficile da risolvere dal punto di vista pratico. La Piazza è il suo problema più grosso di programmatore? È vero, la Piazza è difficile perché raccoglie pubblici diversi, dai cinefili che sono stati tutta la giornata al Fevi alla buona borghesia zurighese, dai giovani che sono lì per caso ai ticinesi che vogliono passare una serata estiva diversa. Si tratta quindi di evitare film che questo pubblico potrebbe rifiutare e di spiegare chiaramente il perché delle nostre scelte: questo aiuta anche ad accettare proposte più difficili. Cercheremo dunque da un lato film dal buon impatto emotivo, dall'altro di aprire finestre su altre sezioni del Festival, perché la Piazza dev'essere la nostra vetrina. Il suo sarà in definitiva un Festival più cinéphile di quello che abbiamo conosciuto negli ultimi anni? Senza dubbio. Anche se dire cinéphile ha sempre una connotazione elitaria, direi quindi che Locarno sarà più cinematografico, più centrato sul cinema e su chi il cinema lo fa. Quindi ad esempio nello Spazio Cinema avremo meno incontri con scrittori e più discussioni su tematiche strettamente cinematografiche. Questo non significa che scrittori o musicisti non saranno più ospiti del Festival: se saranno importanti ad esempio per dei film che abbiamo in programmazione li accoglieremo volentieri. Altrimenti il Festival non è il loro posto. Vogliamo evitare che le nostre proposte siano dissociate, slegate l'una dall'altra. Al contrario vogliamo creare dei legami, dei ponti anche fra le diverse modalità espressive. A condizione che tutto parta dal cinema, dallo schermo, e non da qualcos'altro, come la politica, i diritti umani o la letteratura. Anni fa i giovani erano gli assoluti protagonisti del Festival. Oggi sono ridotti a massa plaudente. Eppure proprio da loro vengono spesso gli stimoli più interessanti (si pensi ai verdetti della Giuria dei giovani): non è possibile un loro maggiore e migliore coinvolgimento? Mi chiedo se non sia un problema di generazioni diverse di giovani. I giovani che erano al Festival negli anni '60 e '70 sentivano un'implicazione politica e dunque anche cinematografica molto più forte: il legame fra politica e cinema era solido e anzi, già l'andare al cinema era un fatto politico. Questo oggi non c'è più. D'altro canto il cinema in circolazione oggi è in gran parte rivolto ai giovani: tantissime produzioni americane che ho visto recentemente hanno come protagonisti dei teenager. Noi facciamo un grosso lavoro di collegamento con la realtà giovanile e delle scuole. Ho però l'impressione che questo pubblico si senta meno implicato direttamente e che voglia sentirsi più fruitore che attore. Più presente sul territorio Frédéric Maire, in questi mesi lei ha anche iniziato ad allacciare i primi contatti con altri operatori in Ticino, in particolare con i Cineclub. Con quali risultati? Stiamo mettendo a fuoco una collaborazione che potrebbe essere annunciata durante il Festival di quest'anno e iniziare concretamente in autunno. In un primo tempo lavoreremo sulla storia del Festival nella prospettiva del sessantesimo, che festeggeremo nel 2007. Ma questo è l'inizio. L'obiettivo è di avere un rapporto più strutturato e coerente: in fondo i legami ci sono già, si devono solo sviluppare a beneficio di tutti. E sono aperto a collaborazioni con tutte le realtà attive in ambito cinematografico in Ticino. A cominciare dal festival di Bellinzona Castellinaria. Il Festival ha un grosso problema di strutture. Ogni anno spende cifre esorbitanti in affitti e soluzioni provvisorie sempre meno soddisfacenti. Da tempo si parla di un palazzo del cinema. Ora sembra ci sia un'idea per ristrutturare e ampliare il Fevi con un progetto da 10 milioni. Che bisogni ha il Festival? Il Festival ha imperativamente bisogno, se vuole mantenere il suo livello internazionale, di spazi cinematografici funzionali, belli e il più ampi possibile. Non si tratta di realizzare una struttura soltanto per il Festival, ma di pensare a qualcosa che sia costruito e abbia una sua funzione sul territorio durante tutto l'anno. Cosa fare? Qui la palla passa nel campo dei politici e/o di eventuali investitori privati. Si può andare da una piccola struttura multisale, di cui il Locarnese ha bisogno, a qualcosa di più grande, che però dev'essere legato ad altre realtà presenti sul territorio e in grado di garantirne un utilizzo plausibile (ad esempio le scuole). Intanto però, mentre Locarno non riesce a dotarsi di una struttura di questo tipo, il Municipio di Ascona è disposto ad investire 50 milioni in un centro culturale con una sala da oltre 2 mila posti che sarà del tutto inutile per il Festival. Che ne pensa? Mi pare assurdo già solo pensare che ci possano essere tre o quattro strutture simili fra Ascona e Riazzino. È vero che ci sono tanti progetti, ogni giorno se ne sente uno nuovo. Io di concreto non so nulla. Conosco solo i nostri bisogni. Ma so anche che il Festival di Locarno vuole essere il festival del Locarnese. Già oggi abbiamo attività anche nei comuni di Muralto, Minusio e Ascona e mettiamo ospiti negli alberghi di tutta la regione. Spero che questo spirito che anima il Festival abbia dei ritorni anche sul piano politico. Il sentimento che ho parlando con i politici locali è che c'è un ascolto. Poi però ho sempre l'impressione che fra quanto i politici mi dicono e quanto poi leggo sui giornali ci sia una certa discrepanza. Spero solo che in agosto potremo annunciare delle cose belle per l'avvenire sia del Locarnese che del Festival. Anche se per ora di davvero concreto non c'è nulla.

Pubblicato

Venerdì 19 Maggio 2006

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