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Ucraina, viaggio fra due mondi

di

Gabriele Bohrer
«Guarda che vai in un paese dell'ex Unione Sovietica». È l'avvertimento rivoltomi da un amico. Prima di vedere il paese mi sembrava vago, poco più di una raccomandazione per turista sbadato e distratto. «Ad est sono già stato, in Polonia, in Romania, vuoi che sia così diverso?», la mia replica, sicura. La sua puntualizzazione: «niente a che vedere, credimi, l'Ucraina è ex Unione sovietica. Vedrai». Ho visto, e qualcosa mi sembra di aver capito. Ex Unione sovietica vuol dire che a 15 anni quasi dalla sua disgregazione qualcosa comunque rimane. E vuol dire anche che c'è un percorso tutto particolare di transizione dalla cosiddetta economia pianificata all'economia libera di mercato. Inizio da qui: affermare che la transizione è in corso è il modo sbagliato di porre i termini della questione. Perché l'Ucraina politica, sociale, economica ha già completato la fase di transizione: da paese ad economia pianificata è diventata "sistema socioeconomico post sovietico e neo feudale". E ha già trovato un nuovo equilibrio, nessun processo di transizione in corso. E com'è questo sistema? Il potere economico e quello politico nel paese sono detenuti da un gruppo ristretto di persone, gli oligarchi, sfacciatamente ricchi, nella gran parte dei casi al tempo stesso uomini d'affari e parlamentari o ministri. Hanno legami strettissimi e privilegiati con l'amministrazione pubblica, hanno accumulato enormi ricchezze nei processi di privatizzazione e di saccheggio delle risorse dello stato. Sono potenti perché siedono sulla sedia giusta, non perché sono dinamici e lungimiranti dal profilo imprenditoriale. In un sistema come questo, la concorrenza – il "libero mercato" – è ostacolata con tutti i mezzi, con essa la razionalità e l'efficacia. I calcoli, gli investimenti, sono praticamente tutti rivolti alla massimizzazione del guadagno immediato, per sé e per il proprio clan. Un esempio: la privatizzazione più importante degli ultimi mesi è stata quella della principale acciaieria del paese, la Kryvorizhstal. Un affare miliardario (in dollari, grazie anche al boom che sta attraversando oggi la siderurgia), con un'asta singolare: per parteciparvi bisognava aver prodotto in Ucraina negli ultimi tre anni almeno un milione di tonnellate di coke. Nessuno dei gruppi statunitense, indiano, europeo e soprattutto russo interessati all'affare ha quindi potuto parteciparvi – pur offrendo la siberiana Severstal oltre il doppio di quanto ha pagato il consorzio ucraino vincitore. A guidare il consorzio il più potente oligarca di Dniepropetrovsk, Viktor Pinchuk – che è genero dell'ex presidente Leonid Kutchma – e Rinat Akhmatov, l'oligarca di Donetsk, il capoluogo della regione carbonifera (da dove proviene il carbone ed il carbon coke). Pinchuk è considerato il secondo uomo più ricco del paese. È secondo in ricchezze personali soltanto ad Akhmatov, conosciuto alle nostre latitudini per aver creato il gioiellino da Champions League, lo Shakhtar Donetsk (ironia del destino: il colore societario è l'arancione). Tra le priorità del nuovo presidente Viktor Yushenko c'è ora la rinegoziazione di questa privatizzazione, avvenuta l'estate scorsa, probabilmente con un pagamento supplementare straordinario. Non potrà rifare l'intero processo, Yushenko non ha la forza né la popolarità di fare come Putin, in Russia con Vladimir Khodorkovski e la Yukos: affrontare cioè di petto gli oligarchi (o certi oligarchi) per riproporre qua e là il capitalismo di stato. Ancora sulla Kryvorizhstal: nulla richiedeva una privatizzazione dell'acciaieria, l'azienda era sana, era stata ristrutturata, era redditizia. Ci sono invece altre centinaia di fabbriche e di aziende che necessitano con urgenza di capitale fresco, di ristrutturazioni. I maligni dicono: la privatizzazione dell'acciaieria è servita soltanto a raccogliere fondi per la campagna elettorale di Yanukovic. Ex Unione sovietica vuol dire anche dell'altro. Vuol dire ritrovare, ancora ben solidi nel paesaggio, e nelle persone, i simboli di oltre 80 anni di comunismo. Provo a descriverlo con una serie di immagini. L'albergo: il sito internet lo descrive come la sosta ideale per uomini d'affari, centinaia di camere con tutti i comfort (compresa la televisione satellitare), con una vista panoramica (definita impressionante) sulla piazza dell'indipendenza, e tra le "facilities" un business centre. È la realtà virtuale di Internet, la realtà reale è un po' diversa: la vista c'è ed è bella, ma la si gode attraverso delle finestre tamponate con sughero, per contenere il freddo che da fuori punta e che entra comunque. Il business centre è uno stanzino ricavato in uno scantinato, dotato di ben un terminale, senza allacciamento internet. Nella camere c'è il telefono a rotella. In ogni stanza un apparecchio radio, affisso al muro, sintonizzato sulla radio di stato, l'unico comando disponibile è il volume. Anche se non senti è sempre accesa. Alla reception ti consegnano un foglietto col numero della stanza. Presenti il foglietto al piano dove un'inserviente ti dà la chiave. L'inserviente vive al piano, ha un suo piccolo appartamento, le telefonate le paghi a lui (soprattutto lei), il resto in basso. Un pochino burocratico? Il centro città è forse l'unico posto non sovietico, ma a pensarci bene è tipicamente post-sovietico: grosse jeep-scure-vetri-scuri ad ogni angolo – Vw Touareg, Mercedes serie G e serie M, Lexus, Infinity, Bmw X5, Porsche Cayenne – una vera e propria sfilata. Per vederne tante in Svizzera servono giorni. E poi negozi di lusso, boutiques, discoteche, club privati esclusivi. Tutto nel raggio di un chilometro. Lasciato il centro cambia il mondo, lasciata la città torni indietro di alcuni decenni: la strada che ho percorso è "La Strada", collega Kiev a Mosca. Prendi una laterale – quasi tutte sono sterrate – metti a dura prova le sospensioni dell'auto e la schiena. Si intravvedono delle costruzioni, prima però due monumenti, quello sulla sinistra rappresenta l'uomo, il contadino, quella sulla destra la donna, l'operaia. Prima delle abitazioni, i depositi, i granai ed i fienili cooperativi, vecchie mietitrici arrugginite, le stalle pure collettive (e per lo più abbandonate), i trattori collettivi sempre arrugginiti. Ed ecco qualche desolata casa, e il centro. Il seggio elettorale – nel villaggio che descrivo l'ottanta per cento ha votato Yushenko – è il vecchio edificio della cultura: sui muri ancora le effigi di Marx e di Lenin. Le gente – erano soprattutto anziani – in fila, composta, vota. È una novità il poter scegliere, ma andare a votare qua lo si fa da sempre. Stessa scena in altri villaggi. Quella che mi ha colpito di più: un'anziana signora, stimo sulla soglia dei novant'anni ma probabilmente di meno, si invecchia più in fretta, la vita è decisamente più dura. E poi io, non lo so ma ci ho pensato e non posso escluderlo: vivere a meno di cento chilometri da Cernobyl non ti aiuta ad invecchiare bene. L'anziana sta per entrare nel seggio elettorale, sta imprecando, fatica a salire i due gradini dell'ingresso, è gobba, alza una prima gamba, avanza, trascina l'altra, prende fiato e ripete l'operazione. Due scalini due minuti, due minuti di imprecazioni: «quei due – Yushenko e Yanukovic – qualcuno li dovrà prendere a bastonate. Guardate cosa mi costringono a fare, non si può obbligare la gente ad andare a votare per ben tre volte, e solo per scegliere chi sarà il capo». * inviato della redazione dell'informazione Rsi a Kiev per il terzo turno delle presidenziali in Ucraina del 26 dicembre scorso

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Venerdì 28 Gennaio 2005

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