L'attuale dirigenza di Ubs non ha ancora capito la gravità dei suoi errori. Non si capisce quindi perché il Consiglio federale e la Banca nazionale abbiano concesso il loro ingente aiuto di oltre 60 miliardi di franchi senza proteggere sufficientemente gli interessi della Confederazione e della popolazione svizzera. La causa fondamentale della crisi di Ubs e del sistema finanziario sta nella sfrenata corsa ai maxiprofitti, corsa fatta ignorando i rischi. Forse vale la pena ricordarsi dell'inizio della caccia ai grandi profitti e valutare, inoltre, il ruolo della Commissione federale delle banche. Un finanziere aggressivo, Martin Ebner, negli anni novanta chiese a banche e gruppi industriali dei profitti più alti. Nel suo mirino si trovava anche l'allora Unione di Banche Svizzere (Ubs), una banca attenta ai rischi e con profitti non eclatanti. Ebner, come grande azionista, chiese praticamente di triplicare il reddito portandolo ad almeno 15 per cento sul capitale, ma l'Ubs non acconsentì. Anche quando il finanziere col papillon era arrivato a possedere il 25 per cento delle azioni nominative Robert Studer, Presidente del consiglio d'amministrazione della banca, disse di non voler parlare con un raider. Tuttavia le turbolenze finanziarie portarono alla fusione della grossa banca di Zurigo con la Società di Banca Svizzera: così nacque Ubs, la più importante banca per la gestione di patrimoni a livello mondiale. La nuova banca partì in grande, si lanciò in grossi affari negli Usa, e dopo soli otto mesi, il 1° ottobre 1998, il suo primo presidente, Mathis Cabiallavetta, dovette ritirarsi assieme a tre alti dirigenti poiché Ubs aveva contratto una perdita miliardaria facendo investimenti ad alto rischio nell'hedge fund Ltcm. Marcel Ospel, allora presidente delle direzione, disse che il controllo interno dei rischi era stato ingannato. Il campanello d'allarme non fu preso sul serio, anzi, sono continuati gli investimenti speculativi, poiché la caccia ai maxiprofitti, ignorando i rischi, era ormai la strategia di Ospel e dell'Ubs. Solo grazie all'aiuto della generosa Confederazione, la decisione è di una settimana fa, il naufragio è stato evitato. Tuttavia, ancora oggi, il vertice dell'Ubs non ha capito la gravità della situazione, altrimenti il presidente Peter Kurer non avrebbe detto, pochi giorni fa in un'intervista, che egli si poteva immaginare dei bonus di 10 milioni per certi collaboratori. Kurer si è rimangiato questa affermazione dopo la reazione di sgomento da parte della consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf. Gli attuali alti dirigenti che per anni con Ospel hanno navigato nella nebbia, senza chiedere un vero controllo dei rischi, non sono affidabili e non sono degni dell'ingente aiuto da parte della Confederazione. Dovrebbero lasciare immediatamente le poltrone di comando. Non per partire in una spensierata pensione anticipata, ma per aiutare una nuova dirigenza a portare Ubs su una base stabile. Le ragioni per la rimozione del vertice della banca non mancano. Nell'inchiesta della Commissione federale delle banche (Cfb) si indicano gravi mancanze di Ubs riguardo al rilevamento e al controllo dei rischi nonché alla loro delimitazione. Queste gravi omissioni sono da considerarsi un'infrazione all'esigenza, dettata dalla Legge sulle banche, della "garanzia di un'attività irreprensibile", scrive la Cfb. Dopo aver pronunciato queste dure accuse, la Commissione delle banche ha però fatto marcia indietro e, inspiegabilmente, ha scagionato l'attuale dirigenza di Ubs. La Svizzera, adesso, ha bisogno di due cose: di un Consiglio federale più distaccato dalle banche e più determinato nel difendere gli interessi di tutto il paese, anche quelli delle persone più deboli; di una Commissione delle banche meno ligia alle banche, più severa e decisa a imporre delle regole per ritornare ad una gestione più oculata dei rischi.

Pubblicato il 

24.10.08

Edizione cartacea

 
Nessun articolo correlato