Ogni anno all’assemblea generale dell’Onu il rituale si ripete: dopo un paio di ore di discussione, alla quasi unanimità l’assemblea generale condanna il blocco economico con cui da quasi 60 anni gli Stati Uniti stanno cercando di mettere in ginocchio Cuba, provocando all’isola danni economici che ascendono ormai a centinaia di miliardi di dollari. Normalmente alla risoluzione di condanna del blocco si oppongono solo gli Stati Uniti, Israele e un paio di isole sperdute nel Pacifico. Dal punto di vista del diritto internazionale la situazione quindi è chiara: ma gli Stati Uniti hanno sempre ritenuto carta straccia le decisioni di condanna della loro politica, comprese le sentenze del Tribunale internazionale dell’Aja. Anzi, con la sua inveterata arroganza imperiale, che purtroppo anche la nuova amministrazione Biden sta confermando, Washington si sente addirittura in diritto di infliggere multe pesantissime a tutti coloro che in un qualche modo hanno relazioni economiche con Cuba. Per questa ragione molti fornitori, quando osano sfidare il blocco statunitense, impongono sovente al governo dell’Avana dei prezzi molto superiori a quelli del mercato internazionale, per garantirsi delle riserve nel caso debbano tacitare le punizioni economiche di Washington. Quest’applicazione extraterritoriale delle leggi statunitensi (considerata illegale addirittura dal Parlamento svizzero) già da molti anni rende quasi impossibile ogni trasferimento bancario verso l’isola caraibica.

 

Ma dopo l’ulteriore indurimento del blocco economico decretato da Trump, anche all’interno dei nostri confini le cose sono diventate molto problematiche. Così molte banche ormai si rifiutano addirittura di eseguire il pagamento delle tasse annuali ad Ong svizzere come mediCuba o l’Associazione Svizzera-Cuba. Ma ultimamente è capitato ancora di peggio.

 

Attualmente Cuba sta attraversando una crisi economica gravissima a causa della pandemia: il turismo, entrata principale dello stato cubano, si è ormai azzerato da più di un anno e Donald Trump ha reso impossibile anche i trasferimenti finanziari che molti cubani che vivono negli Stati Uniti facevano pervenire regolarmente alle loro famiglie. Cuba, con una mortalità di quasi 100 volte inferiore alla nostra, ha saputo controllare in modo fantastico il Covid-19: fatto però con un lockdown economico spietato, proprio perché per il governo dell’Avana la vita non ha un prezzo. La crisi economica ora coinvolge anche gli ospedali, dove molte cose vengono a mancare, proprio perché lo stato è a corto di fondi. Con mediCuba stiamo perciò rifornendo le strutture sanitarie cubane con alcuni medicamenti essenziali. E qui entra in gioco Ubs, che si è addirittura rifiutata di accettare il pagamento dovuto al produttore svizzero di questi farmaci, perché sui bollettini di versamento c’era appunto il nome dell’associazione svizzera mediCuba. Ma non solo: quando abbiamo tentato di saldare il debito da un fondo privato, Ubs ci ha fatto sapere «non possiamo accettarlo, perché ormai sappiamo che la fornitura è per Cuba». Il colmo è che mediCuba, in base a perizie preparate da costituzionalisti statunitensi, ha potuto dimostrare, anche alla Finma, come le misure anti-embargo non si applichino nel caso di aiuti umanitari e ancora meno per pagamenti interni. Ma tant’è. Sia Ubs che le altre banche svizzere, che devono ancora farsi perdonare da Washington diverse operazioni criminali da loro realizzate nel settore dell’evasione fiscale negli scorsi decenni, hanno ormai un atteggiamento servile, anche quando non ce n’è alcuna necessità, verso il potere imperiale americano, atteggiamento ormai privo di ogni limite morale e di decenza.

Pubblicato il 

01.04.21
 
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