Politica

Tutto cambia perché nulla cambi

Seppur con qualche novità, l’esito delle elezioni ticinesi non offre prospettive diverse alle problematiche del mondo del lavoro cantonale

Le condizioni di lavoro in Ticino, i costi della sanità o i problemi nell’educazione, saranno diversi dopo la domenica elettorale? Probabilmente no. Le maggioranze in governo, compresa quella relativa della Lega dei Ticinesi, resterà la stessa degli ultimi dodici anni. Nel Gran Consiglio, l’ampia coalizione di destra Plr-Lega e Udc, sostenuta dall’ala economica degli ex Ppd, potrà continuare a imporre le sue scelte nel Parlamento, forte di una sessantina di deputati su novanta. Le ricette resteranno dunque le stesse degli ultimi decenni.

Salari svizzeri, livelli di povertà e ricchezza come nel resto del Paese, protezione dai licenziamenti, uguaglianza salariale, una migliore conciliazione lavoro/famiglia e una sezione della magistratura dedicata al lavoro, ossia le priorità indicate dal segretario generale di Unia Giangiorgio Gargantini su questo giornale la scorsa edizione, difficilmente troveranno ascolto nelle attuali maggioranze di governo e parlamento.


Più che altro, si è assistito a un travaso di voti da destra a destra. A beneficiare delle perdite liberali e leghiste, l’Unione democratica di centro (Udc). Forse, almeno in questo, il Ticino si allinea al resto del Paese.

 

L’Udc, grazie a una crescita di quattro punti percentuali, porta da sette a nove i suoi deputati in Gran Consiglio. Il rimescolamento a destra potrebbe imprimere un’accelerazione alla visione neoliberista già propugnata dai due Granconsiglieri Udc Sergio Morisoli e Paolo Pamini nella passata legislatura. Sgravi fiscali a pioggia che svuoteranno le casse cantonali, una politica d’austerità delle finanze statali ancor più serrata e conseguenti tagli ai servizi pubblici potrebbero conoscere un’ulteriore spinta. Sullo sfondo, l’ideologia secondo cui solo il libero mercato salverà il mondo dalla disastrosa visione statalista e ambientalista.


Una crescita ottenuta in gran parte a scapito dell’alleata Lega dei Ticinesi, la grande perdente di queste elezioni. Pur mantenendo la maggioranza relativa di governo con due rappresentanti (anche se il più votato Norman Gobbi è pure un tesserato Udc), in Gran Consiglio la Lega ha perso settemila schede, quasi sei punti percentuali e quattro deputati. Lega di governo batte Lega di Parlamento.


Nel travaso a destra a favore dell’Udc ha contribuito anche il Partito liberale radicale (Plr), la cui anima radicale è data per scomparsa dal secolo scorso. Gli ultimi scampoli di radicalità sono stati spazzati via dall’impostazione impressa dalla presidenza di Alessandro Speziali, fortemente orientata a destra tanto d’arrivare a confondersi sovente con l’Udc su svariati temi. E poiché l’originale è sempre meglio della copia, non sono pochi i voti liberali ad esser finiti nelle urne dell’Udc.


Un altro movimento incoronato dalla stampa quale vincitore alle urne è stato Avanti con Ticino e Lavoro, un nome seducente dal profilo del marketing. Al suo debutto alle elezioni, il movimento capitanato da Amalia Mirante ha conquistato tre seggi in Gran Consiglio, raccogliendo il 3,6% dei voti. Il movimento, nato dall’esclusione della Mirante dalla rosa dei canditati al governo del Partito socialista (una scelta plebiscitata dalla base), ha superato i 3.300 voti di scheda di lista. Ad aver fatto da indiscussa locomotiva è stata proprio Mirante sfiorando i 23.000 voti. Il secondo eletto del gruppo ne ha collezionati meno di un terzo. Un movimento «né di destra, né di sinistra» lo definisce Mirante, strizzando l’occhio all’ambito centro dell’arena politica.

 

Anche nei contenuti programmatici, Mirante è stata abile a dare un colpo alla botte e uno al cerchio. «Vogliamo uno stato con finanze sane, in equilibrio di bilancio (come l’Udc, ndr), capace quindi di finanziare le iniziative fondamentali per la protezione sociale, lo sviluppo economico, la tutela ambientale in modo efficace, efficiente ed equo (come vogliono la sinistra e i Verdi, ndr)» si legge ad esempio nel loro programma. Tutto e il contrario di tutto, insomma.


In attesa che la Mirante si profili quando dovrà votare in Parlamento, qualche informazione sull’orientamento la si può dedurre dal suo bacino elettorale. La neogranconsigliera ha ricevuto 6.600 voti dagli elettori di destra Plr-Lega-Udc, mentre meno di un terzo dall’area rosso-verde, Mps e Pc-Pop compresi. Gli elettori de Il Centro, (ex Ppd), hanno dato alla Mirante oltre 2.200 voti. Insomma, il suo bacino elettorale è indiscutibilmente di destra. Come ha sottolineato il politologo Andrea Pilotti intervistato su naufraghi.ch, se Mirante fosse stata candidata nella lista rosso-verde, il rischio di una Consigliera di Stato eletta a sinistra coi voti di destra e centro-destra invece dell’area rosso-verde, sarebbe stato concreto.  


Passiamo ai diretti concorrenti della Mirante, il già citato Il Centro di origine pipidina. Tra i partiti di governo, è quello che ha retto meglio, mantenendo immutate percentuali e seggi. Rispetto alle elezioni precedenti, ha però perso un paio di migliaia di schede, voti importanti nel definire identità e robustezza di un movimento politico. Gli ex pipidini pagano come le altre formazioni governative la crescita dell’astensionismo (oltre il 3% in meno di votanti) e del numero di elettori che preferisce non dare la preferenza a un partito usando la scheda senza intestazione (3% in più).  


Volgiamo ora lo sguardo all’altro fronte, la cui alleanza tra socialisti e verdi nella lista unica per il governo avrebbe dovuto costituire la novità in grado di riscuotere l’interesse nell’appuntamento elettorale. In politica uno più uno non fa mai due, dice l’adagio popolare. La somma aritmetica delle due formazioni nel 2019 (Ps 17%, Verdi 4,2) non solo non è stata nemmeno sfiorata, ma ha ottenuto poco più di quanto fecero i socialisti da soli, uno scarso 17,3%.

 

Per loro fortuna, nel Gran Consiglio il risultato è stato meno traumatico della corsa al governo. Entrambe le formazioni hanno perso un seggio e poco più di un punto percentuale, con 2.500 schede in meno per i socialisti e quasi 2.800 per i Verdi. In proporzione, la lista verde è uscita peggio dell’alleato socialista. Se il progetto di area sopravviverà all’esito elettorale, molto dipenderà dalla capacità di diventare organico nella conduzione di lotte unitarie sul territorio.


Infine, chiudiamo con le novità delle formazioni minori. Iniziamo con una formazione dimenticata nei lunghi rendiconti elettorali mediatici. ForumAlternativo entra in Gran Consiglio con un deputato, Beppe Savary-Borioli, eletto nella lista unitaria col Ps. Restando a sinistra, due deputati li ha confermati il Partito Comunista che arriva a sfiorare il 2% anche grazie all’alleanza col Partito operaio popolare (Pop). Perde invece un deputato su tre il Movimento per il Socialismo (Mps), in corsa solitaria rispetto al 2019 quando fece lista col Pop, realizzando quest’anno poco più dell’1,5%.

 

Dello spostamento a destra del Plr, hanno beneficiato anche i Verdi liberali, entrando nel Parlamento con due esponenti. Confermati i due seggi della lista +Donne, mentre debutta in Gran Consiglio l’indecifrabile (per ora) lista HelvEthica.

Pubblicato il

06.04.2023 13:37
Francesco Bonsaver
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