Ora che le Olimpiadi sono finite, si possono fare i conti a mente serena. Il dibattito è stato piuttosto sterile. Gli atleti devono schierarsi a favore del Tibet oppure no? Devono farlo prima, durante o dopo le competizioni? Come prevedibile, la quasi totalità dei partecipanti ha scelto la via del fair play: prima si compete, poi si fa politica.
In realtà la distinzione fra un "durante" e un "dopo" le Olimpiadi ha qualcosa di ibrido. Sacrosanto non mischiare sport e politica; sacrosanto non usare un'arena internazionale dedicata allo sport per avanzare richieste di ordine non sportivo. Ma resta il fatto che chi si è deciso per un intervento – per quanto simbolico – di ordine politico dopo le Olimpiadi, ha comunque accettato di mettere in campo la sua figura di personaggio pubblico e, in quanto sportivo, di far valere la risonanza della sua fama sportiva per obbiettivi nient'affatto sportivi.
Qui l'ambiguità della faccenda. E qui la richiesta di una riflessione.
Temo che il nostro tempo – condannato a una realtà inesistente qualora non espressa mediaticamente – non conosca ormai più il senso delle distinzioni. Come per i parlamenti nazionali, come per i partiti, come per gli stessi dirigenti di partito e, addirittura, gli stessi presidenti di Stato, ormai è data per acquisita l'abitudine mentale a ritenere il mestiere di politico qualcosa di facoltativo. Peggio, la retorica televisiva – sostenuta in Italia dall'imbonitore Berlusconi – ci ha convinti che provenire dai cosiddetti "apparati", aver fatto la gavetta dentro le strutture di partito, essersi insomma formati come politici in vista di una carica politica, siano condizioni da guardare con sospetto. In una lontana dichiarazione Berlusconi sosteneva: «D'Alema, non ha mai fatto altro, nella vita, che occuparsi di politica».
Vent'anni fa una dichiarazione del genere sarebbe stata accolta come un complimento. Segno di costanza, di competenza, di lenta maturazione, di progressiva consapevolezza delle regole, dei sensi, delle dinamiche della politica. Oggi invece essersi occupati sempre di politica – aver cioè costruito una solida identità di politico, per non dire di statista – sembra ragione di vergogna. Meglio aver fatto altro: gli imprenditori, gli attori, se possibile i travestiti di successo, magari i giornalisti o ancor meglio i conduttori televisivi. Insomma, meglio aver costruito il proprio successo prima di meritarselo in quanto politici. E se proprio non bastassero le professioni più rispettate, meglio comunque aver compiuto una carriera in qualsiasi altro ambito che non sia quello della politica.
Così, sotto il martellamento della propaganda populista («Io nella vita ho fatto qualcosa di concreto, non come D'Alema» – Berlusconi) si è fatta largo, in questi anni, anche l'idea che, purché noto al grande pubblico, chiunque abbia diritto di parola e di pensiero in ambito politico: compresi, dunque, anche gli sportivi.
Ora, io non nego che un nuotatore, un ginnasta, un giocatore di pallavolo o un saltatore con l'asta possa avere un cervello funzionante almeno quanto il suo apparato muscolare. Mi domando però se richiedere un intervento pubblico – la cosiddetta "presa di posizione" – a un centometrista in materia di Tibet abbia un qualsiasi senso culturale o politico. Voglio dire, nessuno si sognerebbe di interpellare Pippo Inzaghi a proposito del tasso d'inflazione dell'Ucraina o della condizione dei partiti d'opposizione in Somalia. Eppure qualunque Pippo Inzaghi della situazione va bene per sollevare una protesta politica in merito alla questione tibetana. E qualunque pettoruto ginnasta può essere coinvolto in una manifestazione pubblica a favore del povero Dalai Lama. In virtù di quale valore intrinseco?
Ecco, è qui che la questione mi appare ibrida per non dire perniciosa. Il valore intrinseco che qualunque di questi sportivi di fama possiede non è altro che la sua notorietà. Nessuno di costoro conosce nemmeno una città del Tibet, nessuno di costoro ha probabilmente mai letto una riga del Dalai Lama, nessuno di costoro saprebbe motivare la sua solidarietà al popolo tibetano se non in virtù di un'adesione sentimentale e di qualche manciata di telegiornale ascoltata distrattamente tra una flessione e l'altra. Eppure la loro notorietà deve valere come valore di persuasione nei confronti della politica egemonica cinese.
Mi pare tutto piuttosto desolante. Nessuno mette in discussione che le mobilitazioni di massa possano incidere (quanto?) sulle politiche internazionali. Ma da qui ad avere, per queste mobilitazioni, dei portavoci che non hanno alcuna cognizione di quel che stanno difendendo mi pare esista una differenza sensibile.
Sarebbe forse più opportuno che questi famosi sportivi – invece di spedire la propria mascherina o il proprio giavellotto al Dalai Lama – gli spedissero il proprio curriculum vitae. E poi sia lui, eventualmente, a decidere se farsi difendere da un famoso analfabeta politico o no. Con tutto il rispetto, ma ve l'immaginate Piero Fassino sfilare sotto le tribune di uno stadio in calzoncini rivendicando corsie più strette per la staffetta 4x400? Insomma, che ognuno faccia il suo mestiere, di imprenditori-statisti ce n'è bastato e ce ne basta uno. Ci mancherebbero anche i podisti-diplomatici!

Pubblicato il 

19.09.07..

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