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Tutti cercano un posto in Unia

di

Silvano De Pietro
Il futuro sindacato Unia dovrà essere «combattivo e forte», impegnarsi per una svolta a sinistra e costituire un movimento pluralistico e sociale. Questa, in sintesi, la conclusione della “Conferenza nazionale sulle prospettive” svoltasi sabato scorso a Berna, alla quale hanno partecipato 250 attivisti di base e funzionari delle organizzazioni (Sei, Flmo, Fcta e la piccola “Action” di Ginevra) impegnate a fondersi per dar vita ad un unico sindacato di circa 200 mila iscritti. Il congresso di fondazione si terrà il 16 ottobre a Basilea. Il dibattito ha tuttavia fatto registrare anche toni che a molti sono sembrati fuori posto, persino queruli, dal momento che i gruppi d’interessi (donne, giovani, migranti), deviando dall’impostazione iniziale sui contenuti politici, hanno cominciato a chiedere di essere meglio rappresentati nella grande Unia. Alcuni partecipanti hanno decisamente fatto deviare la discussione, sollevando l’accusa che il coinvolgimento della base in questo dibattito sia soltanto un alibi, e che tutto il processo di fusione venga in realtà pilotato dai vertici di Sei e Flmo. Altri interventi hanno invece evidenziato il conflitto tra chi vede nel sindacato soprattutto il difensore degli interessi concreti dei propri iscritti, e chi vorrebbe che fosse più un movimento politico, o agisse a supporto della politica di sinistra, per promuovere gli interessi di tutti i lavoratori. Qualche esempio: Ali Alcinkaya, che rappresenta gli stranieri nel comitato centrale Flmo, anche a nome degli altri gruppi ha chiesto più chiarezza nei ruoli e nelle regole, più integrazione: «Il sindacato è l’unica istituzione che fa sentire di casa i lavoratori migranti; ma delle 18 proposte che abbiamo avanzato per il futuro di Unia, 8 non sono state affatto riprese, 7 non sono state votate, 2 saranno riprese pari pari, una è stata modificata e ripresa. Ora aspettiamo dalle direzioni delle due federazioni una presa di posizione ed una correzione, un attivo impegno a nostro favore». Inoltre, il gruppo migranti chiede che si crei un settore sindacale “Migrazione”, perché ciò gli darebbe diritto ad avere un responsabile nazionale che sieda nella direzione. Senza un tale responsabile, «significherebbe fare politica della migrazione come Blocher fa la politica degli stranieri». Abel Martinez, del gruppo migranti del Sei, ha detto che «le strutture del nuovo sindacato dovranno garantire l’elaborazione dei temi delle campagne politiche che riguardano la società e l’immigrazione. Nelle strutture sindacali della nuova Unia, i lavoratori stranieri devono essere rappresentati a tutti i livelli, ed i coordinatori dei gruppi migranti devono essere eletti dalla base e lavorare almeno al 50 per cento per questi gruppi». Una rappresentante delle donne della Fcta ha chiesto l’introduzione della quota fissa del 30 per cento di donne negli organi dirigenti: «Vogliamo bere vino anche noi». Per Zabedin Iseini, segretario stranieri Flmo, tutto questo processo di fusione «è poco democratico, perché per democratico intendo qualcosa che cominci dalla base e vada verso il vertice, e non il contrario». Anche per il suo collega Franco Basciani «bisogna sempre stare attenti ai diritti democratici: le idee che si generano in queste conferenze meritano di essere tenute in considerazione e riprese da tutte le strutture sindacali. Sono segnali importanti che non si devono perdere». Al termine, sentiamo il parere della vicepresidente centrale del Sei, Rita Schiavi. «È interessante notare che quando parlano i gruppi di interesse le distinzioni tra un sindacato e l’altro spariscono: alla base questo nuovo sindacato comincia ad essere un sindacato unito». Dibattito alibi? «No. I congressi mancano spesso di democrazia, perché devono prendere decisioni e si può discutere poco. Da un lato, dobbiamo preparare il congresso del 16 ottobre, quando si dirà o sì o no alla fusione. E dovremo avere tutto pronto, altrimenti la fusione non si potrà fare. D’altra parte, abbiamo promosso questo dibattito proprio per coinvolgere al massimo la base in una discussione che, appunto, al comgresso non si potrà fare». Quanto alla maggiore rappresentanza dei gruppi, Rita Schiavi è sostanzialmente d’accordo. «Nel nuovo sindacato le donne saranno il 20 per cento, ma in prospettiva (e l’abbbiamo accettato anche come Sei, al nostro ultimo congresso) dovranno avere il 30 per cento dei mandati di segretario sindacale. Non ci siamo ancora arrivati, ma è importante avere l’obiettivo, perché se questo manca non si fanno passi avanti». Le rivendicazioni di donne e migranti verranno alla fine accolte? «Penso di sì. Bisognerà fare passi in questo senso, perché si sente la pressione ed anche la frustrazione di questi gruppi importanti di membri. Altrimenti rischiamo che al congresso s’inneschi una discussione che potrebbe anche far fallire la fusione».

Pubblicato

Venerdì 5 Marzo 2004

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