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Tutti al processo Eternit. Tranne gli imputati

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Claudio Carrer
Torino – C'erano migliaia di persone giovedì scorso a Torino in occasione dell'apertura del maxi-processo Eternit: c'erano rappresentanti delle associazioni delle vittime provenienti da tutti i paesi europei dove l'amianto ha seminato morte, una marea di parti lese, sindacalisti, giovani dei centri sociali, amministratori locali, decine di giornalisti da mezzo continente, uno stuolo di avvocati e tanta gente comune. Mancavano solo gli imputati, i massimi responsabili di una strage che ha già causato quasi tremila morti: il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny e il nobile belga Jean Louis Marie Ghislain De Cartier De Marchienne, entrambi accusati di disastro doloso e rimozione volontaria di cautele antinfortunistiche in quanto all'epoca dei fatti effettivi responsabili dei quattro stabilimenti italiani della multinazionale svizzero-belga.

L'attesissima prima udienza, interamente dedicata alla burocrazia processuale (in particolare alla costituzione delle parti civili) si è aperta poco dopo le dieci del mattino nella maxi aula al piano interrato del Palazzo di giustizia di Torino, negli stessi spazi dove pochi giorni prima era stato ascoltato il pentito di mafia Gaspare Spatuzza (l'uomo di Cosa Nostra che accusa il premier italiano Silvio Berlusconi di collusione con la mafia, ndr) e dove negli anni Ottanta furono celebrati storici processi contro le Brigate Rosse.
Questa volta però il vero evento si è consumato all'esterno del mastodontico edificio ed è iniziato già dal primo mattino, con l'arrivo di delegazioni di associazioni delle vittime provenienti dal Belgio, dalla Francia, dalla Svizzera, dalla Germania, dall'Olanda, oltre che da Napoli, da Rubiera, da Cavagnolo e, naturalmente da Casale Monferrato, la città piemontese simbolo della strage con i suoi oltre 1.500 morti e i nuovi cinquanta casi di mesotelioma pleurico diagnosticati ogni anno.
Ognuno con la propria storia di dolore e di malattia, sfidando il freddo pungente, i manifestanti hanno presidiato per ore l'ingresso del tribunale protetto da un cordone di forze dell'ordine e con grande dignità e compostezza hanno occupato la strada (ironia della sorte intitolata al giudice Giovanni Falcone) e fatto sentire tutta la loro ansia di giustizia. "Un solo essere umano ha più valore che tutto l'amianto e il profitto del mondo", si leggeva su uno striscione portato da un gruppo di minatori francesi. Sempre dalla Francia sono giunti anche degli ex dipendenti dell'Eternit che sono sfilati davanti al Palazzo di giustizia esibendo i facsimili delle lapidi con i nomi (Paul, François, René, Colette, Jean, Giuseppe e tanti altri) e le fotografie dei colleghi morti per malattie da amianto accompagnate dalla scritta "Eternit ha dato loro l'eternità". Tra i presenti anche una delegazione svizzera, giunta a Torino per ricordare che il signor Schmidheiny qualche conto con la giustizia dovrebbe regolarlo anche nel suo paese (vedi articolo a pagina 7), così come gruppi di lavoratori e cittadini solidali provenienti dal Belgio, dall'Olanda e persino dall'Inghilterra.
A portare la loro solidarietà c'erano pure dei delegati delle acciaierie ThyssenKrupp di Torino, proprio a due anni esatti dal tragico rogo in cui morirono sette operai: «Le morti da malattie professionali e le morti traumatiche sono lo specchio di quello che succede oggi nel mondo del lavoro. Un mondo caratterizzato dell'usurpazione dei diritti dei lavoratori, sotto l'attacco di un padronato che conduce una guerra subdola per il profitto fine a sé stesso», ha affermato uno di loro. A fargli eco la presidente delle Regione Piemonte Mercedes Bresso, che ha definito il 10 dicembre «un giorno storico per la giustizia e la tutela dei cittadini di fronte alla ricerca del profitto nel totale disprezzo della salute e della civiltà»; «direi addirittura dell'umanità», ha aggiunto. «Una grande bella giornata che sa di giustizia, di risarcimento morale per la dignità dei lavoratori calpestata», ha invece affermato un rappresentante della Regione Campania.
C'erano poi i giovani dei centri sociali torinesi ad affermare con uno stendardo gigante che «contro i padroni stragisti l'unica giustizia è quella proletaria» e i rappresentanti di Rifondazione comunista e di Sinistra critica a gridare i loro slogan al fianco di lavoratori, donne, pensionati, sindacalisti e amministratori locali delle quattro località italiane dove l'Eternit ha avuto degli stabilimenti e ha sparso morte. Tutti insieme, riuniti per una volta fisicamente in quella che è già stata battezzata, in contrapposizione alla multinazionale dell'amianto, la "multinazionale delle vittime". Una sorta di rete che collega gente che vive a migliaia di chilometri di distanza, condividendo le stesse sofferenze e le stesse difficili battaglie.
A guidarla in quel di Torino c'era la foltissima delegazione (una decina di pullman) venuta da Casale Monferrato, la cittadina in provincia di Alessandria dove l'Eternit ha prodotto i danni di gran lunga più ingenti: qui non ha ammazzato soltanto gli operai ma anche le loro mogli che ne lavavano le tute da lavoro e tanti cittadini comuni costretti a inalare il veleno immesso nell'aria dalla fabbrica di Schmidheiny. «Settimana scorsa sono morte altre tre persone e oggi stesso si celebra un ennesimo funerale di una vittima dell'amianto, una donna di cinquantuno anni che lavorava alle poste», ricorda Nicola Pondrano, segretario della Cgil di Casale, ex operaio Eternit e figura storica della battaglia contro l'amianto. «Le nuove vittime -spiega- sono infatti i bambini e i ragazzini degli anni Sessanta che giocavano nei cortili e nelle strade invase dalla polvere di amianto che l'azienda regalava ai casalesi».
L'avvio del dibattimento dopo otto anni di indagini per i cittadini di Casale Monferrato è dunque una prima vittoria. «Ma non un punto di arrivo. Oggi inizia un cammino verso la verità», tiene a precisare il coordinatore del Comitato vertenza amianto Bruno Pesce, sottolineando la «dimensione globale» di questo processo. Una dimensione che si riflette nella composizione "multinazionale" del collegio di avvocati di parte civile (sono otto i legali stranieri, belgi francesi, tedeschi e svizzeri): «È il risultato di una lunga collaborazione che dura da anni con sindacati e associazioni di diversi paesi e la testimonianza lampante di una saldatura solidale, di un obiettivo comune per noi europei e per quella parte del mondo dove ancora si utilizza l'amianto, soprattutto nei paesi in via di sviluppo (come Cina e India) dove, come successo da noi fino a pochi decenni fa, si continua ad affermare che l'amianto non costituisce un problema e che tutto sommato di lavoro si può morire».  
Sulla stessa lunghezza d'onda anche il Pubblico ministero Raffaele Guariniello, il tenace magistrato che durante la prima noiosa giornata dibattimentale è letteralmente stato preso d'assalto da giornalisti, fotografi e cineoperatori. Si è limitato a poche parole ma molto chiare: «Serve una giustizia europea sulla salute e la sicurezza. Colpisce che certi processi si facciano in Italia e non in altri paesi».


«La giustizia svizzera manca di coraggio»

Torino – Jean-Pierre (46 anni), Maurice (73), Charles (72), Francesco (67) Pierre (76), Sandor (68), Jean (68), Jean Claude (64), Bernard (67), Gilbert (59), Frédy (58), Gian (62), Louis (58); Louis (65), Werner (65), Jaques (65), Michel (46), Alessandro (64), Fritz (50), Enzo (66), Claude (64), Marino (61), Guy (48), Marcel (69), Rocco (59), Georges (70), Enrico (54). Sono i nomi di battesimo e l'età della morte di ventisette lavoratori della Svizzera romanda deceduti a causa dell'Eternit che i rappresentanti dell'associazione delle vittime svizzere dell'amianto (Caova) hanno voluto ricordare in occasione dell'apertura del processo di Torino. Lo hanno fatto allestendo una sorta di cimitero a cielo aperto lungo il marciapiede di via Giovanni Falcone, dove per tutta la mattinata sono stati esposti i loro volti sfumati con le indicazioni essenziali che raccontano le loro storie di vite spezzate da malattie da amianto, accompagnati da uno striscione: "Signor Schmidheiny, la attendiamo anche in Svizzera".
In effetti anche in diverse aziende del nostro paese i lavoratori sono stati esposti alle micidiali fibre. Solo nei due stabilimenti dell'Eternit di Payerne (Vaud) e Niederurnen (Glarona), che non erano le sole aziende a lavorare l'amianto, hanno lavorato più di settemila operai e nuovi casi di morte continuano ad emergere, ricorda François Iselin (nella foto sopra) di Caova. Secondo la Suva (l'istituto nazionale svizzero di assicurazione contro gli infortuni) sono circa cento ogni anno, ma l'organizzazione delle vittime parla di almeno trecento.
Dal punto di vista del diritto penale, i responsabili delle imprese (anche in presenza di un'eventuale negligenza) non possono più essere chiamati in giudizio in quanto nel nostro paese la prescrizione dei reati decorre dal giorno in cui il presunto autore commette l'atto e non da quando si manifestano le conseguenze dello stesso, come è il caso delle malattie da amianto che subentrano anche quarant'anni dopo l'esposizione. Proprio per questo motivo nel 2008 il Tribunale federale respinse definitivamente una denuncia contro i fratelli Stephan e Thomas Schmidheiny presentata dai parenti di due operai della Eternit e di un cittadino di Niederurnen morti di mesotelioma.
«In Svizzera non c'è il coraggio di imporre giustizia nel campo delle malattie professionali», si lamenta François Iselin, venuto a Torino per assistere ad un «processo esemplare» con nel cuore la speranza che esso «faccia scuola anche in altri paesi toccati dal problema dell'amianto». Iselin pensa soprattutto a realtà come quella del Brasile, del Nicaragua e dell'intera Africa («dove i morti sono un'enormità ma mancano i sindacati, gli avvocati e una giustizia che abbia il coraggio di portare davanti ai tribunali un magnate come Schmidheiny»), ma anche al suo paese, che «non garantisce giustizia» ai molti lavoratori dell'Eternit e di altre aziende che si sono ammalati di cancro da amianto. Ma non solo: in Svizzera è faticoso ottenere prestazioni dalla Suva. Anche se si tratta di un diritto che può essere fatto valere in ogni tempo, «spesso la Suva non riconosce la malattia come di origine professionale e fa di tutto per scoraggiare gli assicurati ad annunciarsi». «Siamo in lotta permanente con la Suva», afferma Iselin, ricordando pure come molti ex dipendenti non annuncino il loro caso per il semplice fatto di non essere stati informati e di non sapere di essere stati esposti alle fibre di amianto. «C'è poi molta gente -aggiunge Iselin- che non sa nemmeno di poter richiedere un'indennità alla Suva. E per questo le autorità hanno un'enorme responsabilità. In più negli ultimi anni, purtroppo, è venuto meno anche l'impegno sindacale nel campo della protezione della salute dei lavoratori». L'apertura di processi come quello di Torino o quello (minore) che si sta celebrando in Francia contro l'ex responsabile dell'Eternit di quel paese, rappresenta dunque un motivo di grande speranza per tutte le vittime dell'amianto, perché «permetteranno di far emergere la verità, di prevenire nuovi crimini legati al lavoro e di individuare dei responsabili tra gli innumerevoli padroni delle imprese a rischio». «Non sarà però mai possibile incastrare tutti i capi delle multinazionali che si macchiano di crimini contro i lavoratori senza istituire un Tribunale penale internazionale del lavoro», conclude Iselin.

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Venerdì 18 Dicembre 2009

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