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Tutti a scuola di discriminazione

di

Veronica Galster
La selezione nella scuola dell'obbligo influisce sulle future possibilità di carriera professionale dei ragazzi, orientandoli verso formazioni più o meno lunghe e più o meno esigenti. In Svizzera questa selezione avviene in momenti e modi diversi, a seconda dei cantoni, ma sembra comunque sempre penalizzare in modo particolare i giovani immigrati.

Il sistema scolastico svizzero è basato sul federalismo: ogni cantone è competente in materia e quindi libero di legiferare. Questo crea differenze a volte considerevoli tra un cantone e l'altro, anche se è in corso un progetto di "armonizzazione" intercantonale (concordato "Harmos") che dovrebbe parzialmente risolvere il problema. In generale, il sistema scolastico svizzero tende ad una specializzazione precoce, selezionando gli allievi già a partire dagli 11 – 12 anni (livello secondario I).
La maggior parte delle scuole superiori post-obbligatorie sono accessibili quasi esclusivamente agli allievi che hanno seguito una formazione detta "con esigenze estese" (ad esempio in Ticino i corsi attitudinali). Ma questi allievi sono trattati in modo preferenziale anche dal settore della formazione professionale. Secondo uno studio dell'Ufficio federale di statistica (Ust), quasi la metà degli allievi stranieri (contro solamente un quarto di quelli svizzeri) frequenta una formazione detta "con esigenze elementari" e quindi avrà più difficoltà d'accesso ad una formazione post-obbligatoria. Infatti, sempre secondo questo studio, gli stranieri che interrompono la loro scolarizzazione subito dopo la scuola dell'obbligo sono tra il 15 e il 25 per cento, contro il 5 per cento degli svizzeri.
Questo diverso impatto dei meccanismi di selezione può essere un problema in una società dove un diploma di livello secondario II è diventato una condizione minima per non finire nella precarietà del lavoro e nella disoccupazione. I giovani che rinunciano prematuramente agli studi e alla formazione, sia per smacco scolastico che per mancanza di motivazione, rappresentano quindi potenzialmente una popolazione a rischio di dipendenza a lungo termine dall'aiuto sociale. Inoltre, sembrerebbe che i giovani stranieri abbiano più difficoltà rispetto ai giovani svizzeri anche nel trovare un posto d'apprendistato, e questo a parità di qualificazione scolastica.
Ma perchè si creano queste differenze fra gli allievi di origini diverse, in una scuola che si vuole democratica e promotrice di opportunità uguali per tutti?
Nel test Pisa (Programme for Student Assesment) ad esempio, i migliori risultati sono stati ottenuti da giovani cresciuti in un ambiente che si può definire "propizio", cioè con genitori aventi una solida formazione culturale e un'attività professionale ben remunerata e di prestigio. Se alla scarsa formazione del contesto famigliare aggiungiamo una conoscenza insufficiente della lingua d'insegnamento e una poca dimestichezza con la cultura locale (come spesso accade nelle famiglie degli allievi immigrati), i problemi non possono che aumentare. Dai risultati di questo test si può quindi dedurre che la scuola, non solo riproduce le differenze sociali e culturali tra gli allievi, ma tende addirittura ad aggravarle. E questo, paradossalmente, attraverso il principio di uguaglianza formale tra gli individui che, ignorando le diversità socio-cognitive dei bambini, finisce per favorire i favoriti e sfavorire gli sfavoriti.
Tra i paesi dell'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), la Svizzera appartiene al gruppo di quelli nei quali lo status professionale dei genitori influisce di più sulle prestazioni degli allievi. Diverso il modello di scuola nei paesi Scandinavi ed in Finlandia, dove tutti i ragazzi seguono la scolarità obbligatoria (tra i 6 – 7 anni e i 16) nello stesso istituto e senza passaggi di livello. In questi paesi c'è un programma di formazione generale con gli stessi obiettivi di competenze per tutti e la promozione da una classe all'altra è automatica. Le nazioni che seguono questo tipo di modello, chiamato "struttura unica", hanno una percentuale particolarmente bassa di allievi deboli (inferiore al 15 per cento).


Disuguaglianze mascherate

Un sistema scolastico selettivo, basato sulla meritocrazia e che premia chi è già favorito da un certo tipo di ambiente socio-culturale. Questa la realtà svizzera. area ha cercato di approfondire i perchè di tale situazione, intervistando Giovanni Galli, psicologo, psicopedagogista e operatore del servizio di sostegno pedagogico ticinese.

Giovanni Galli, dalle cifre dell'Ufficio federale di statistica (Ust), sembra di poter affermare che la scuola riproduca le differenze sociali e culturali tra gli allievi, tendendo addirittura ad aggravarle. Lei è d'accordo con questa affermazione?
Sì. A mio parere, il sistema scolastico è un po' in ritardo rispetto alla diffusione delle conoscenze. Con la democratizzazione della scuola negli anni '60 ci si è un po' lavati la coscienza mettendosi il cuore in pace, quando in realtà il nostro sistema scolastico è basato su una meritocrazia che non fa altro che mascherare una disuguaglianza socio-culturale. Inoltre, i bambini non imparano solamente a scuola, esistono tutta una serie d'attività extrascolastiche nel settore privato (apprendimento informale) che vanno a completare la formazione del ragazzo, ma si tratta di apprendimenti accessibili solo ad alcune categorie sociali. Esiste una grossa stratificazione sociale e l'accesso alla cultura è determinato dai soldi.
Sempre dalle statistiche, a livello federale, gli allievi stranieri sembrano essere maggiormente penalizzati dal sistema scolastico svizzero. Secondo lei perché?
Penso che il problema sia sempre legato a quello della stratificazione sociale, che nel caso dei bambini stranieri è però sommato ad un problema di lingua. Inoltre, non in tutti i cantoni esistono i corsi per alloglotti. A ciò si aggiunge il fatto che il bambino straniero si trova confrontato con una doppia cultura, e questo spesso genera un conflitto interiore: a volte gli manca la legittimazione ad entrare nella cultura d'accoglienza, come se questo volesse dire, in un certo senso, tradire la sua cultura d'origine. Questo accade soprattutto quando c'è una sorta di "mitizzazione" del ritorno al proprio paese. Può darsi che negli stranieri di prima generazione, l'idea di tornare presto al paese d'origine sia ancora molto forte e quindi non ci sia un grande investimento per integrarsi nella cultura d'accoglienza.
Secondo lei si può fare un discorso analogo a quello della stratificazione sociale per la nazionalità?
Nel servizio di sostegno abbiamo una presenza accentuata di stranieri e di bambini di estrazione sociale bassa. Ma in verità vediamo che i secondi sono molto spesso gli stessi dei primi. Nella mia esperienza non ricordo di avere lavorato con tanti bambini stranieri di estrazione sociale alta o medio alta.
Credo che le categorie sociali siano indicatori più validi rispetto alle categorie etniche: in sostanza è sempre l'origine socio-economica ad essere determinante.
In alcuni cantoni esistono delle "classi speciali" (che non sono la scuola speciale) per bambini con difficoltà d'apprendimento e disturbi comportamentali. In Ticino queste classi non esistono e il tasso di iscritti alle scuole speciali è tra i più bassi in Svizzera. Dove finiscono questi bambini "problematici"?
Il modello scolastico ticinese è basato sull'integrazione. Molti bambini che in altri cantoni frequenterebbero le classi speciali, in Ticino frequentano le classi normali e sono seguiti dal sostegno pedagogico. La percentuale di questi bambini si aggira attorno al 14 per cento (del totale di allievi alla scuola dell'obbligo), dei quali solo il 4-5 per cento (percentuale costante) soffre di disturbi d'apprendimento, cioè di problemi congeniti non legati all'ambiente circostante. Il restante 10 per cento soffre di "disturbi non specifici", percentuale che aumenta man mano che si sale nel grado scolastico: più basso alla scuola elementare e più alto alle scuole medie.
Spesso si sente dire che le classi eterogenee sono penalizzanti per quegli allievi che riescono bene, i quali "vengono frenati" da chi fa fatica. Secondo lei il modello con classi "segregate" è utile per gli allievi?
Se abbiamo un gruppo di ragazzi "problematici" possiamo agire in due modi: fare un discorso pedagogico integrativo (quello che si sta cercando di fare in Ticino, ndr.) oppure un discorso di controllo sociale, segregandoli in classi separate. Il tutto sta nel dove si vuole investire, se adesso a livello pedagogico o fra 20 anni con la presa a carico sociale. Per quanto riguarda l'apprendimento, infatti, a parità d'insegnamento e di investimento pedagogico, i risultati dei bambini in classi omogenee o eterogenee sono uguali. In realtà però, l'investimento pedagogico non è uguale in classi segregate: la motivazione dell'insegnante, infatti, cala di fronte ad allievi deboli e così il loro rendimento.
Tornando al discorso dell'apprendimento informale, il progetto di armonizzazione dei sistemi scolastici "Harmos" ne prevede la certificazione. Cosa ne pensa?
Quello che mi chiedo è: perché da un lato si vuole standardizzare i corsi e rendere le cose uguali per tutti, mentre dall'altro si vuole riconoscere la certificazione dell'informale? Tutti gli indicatori svizzeri dimostrano delle differenze di classe nell'accesso all'apprendimento informale (così come per gli indici del consumo culturale), riconoscendolo giuridicamente non si fa altro che valorizzare le differenze sociali.

Pubblicato

Venerdì 28 Agosto 2009

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