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Turchia, fra martiri e terroristi

di

Alessandro Broggini
Gli otto soldati turchi rapiti e poi rilasciati dai separatisti curdi del Pkk, il Partito dei lavoratori del Curdistan, sono stati spediti davanti alla corte marziale. Sconosciuti i capi di imputazione. Le forze armate hanno parlato di «disobbedienza agli ordini» che ha contribuito a causare quella che hanno definito una «catastrofe». Gli otto erano stati fatti prigionieri durante l'assalto di un gruppo armato curdo ad un avamposto dell'esercito governativo turco nei pressi del confine con l'Iraq.
È il 21 ottobre. Nello scontro muoiono dodici soldati turchi. La crisi precipita. L'opinione pubblica scende nelle strade, chiede vendetta. Il governo convoca il parlamento che da il via libera: le forze armate turche possono adottare misure speciali per colpire le basi dei separatisti curdi del Pkk nascoste sulle montagne irachene.
L'esercito turco – 100 mila uomini, artiglieria e aviazione – preme lungo la frontiera. Una minaccia grazie alla quale nei giorni che seguono la Turchia ottiene l'impegno di Baghdad: eliminerà il Pkk dall'Iraq e ne arresterà i leader. È il tre novembre.
L'annuncio dell'intesa è solenne. Segue un incontro a tre – la segretaria di stato americana, Condoleeza Rice, e i suoi omologhi iracheno e turco, Hashyar Zebari e Ali Babacan – nell'hotel più esclusivo di Istanbul dove sono riuniti i capi di governo e ministri dei paesi mediorientali, il segretario generale delle Nazioni Unite, i rappresentanti dei paesi membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu e del G8, della Commissione Europea, dell'Organizzazione della Conferenza islamica e della Lega Araba. Pochi minuti dopo, con tempismo hollywoodiano, dalla Regione autonoma curda giunge la notizia della chiusura di tre uffici di un partito vicino al Pkk.
La minaccia di un nuovo conflitto armato sembra scongiurata; le alleanze, salvaguardate.
Il giorno dopo vengono liberati i militari turchi. Il premier turco, Recep Tayyip Erdogan, sta per incontrare a Washington il presidente americano, George Bush.
In Iraq è l'alba. In una località dei monti del Kandil che rimarrà segreta, i combattenti del Pkk attendono una delegazione composta da pashmerga (le forze di sicurezza curde) e da rappresentanti dell'amministrazione della Regione autonoma curda, più tre parlamentari del Dtp, il partito turco pro-curdo. Il protocollo si svolge in mezzo alla strada, dietro ad un tavolino. Sventola una bandiera con il volto dell'ex leader del Pkk, Abdullah Öcalan che, in Turchia, sta scontando l'ergastolo. I militari turchi vengono liberati. I parlamentari del Dtp li riportano in Turchia.
La notizia gira il mondo. Quella mattina, però, fatica ad entrare tra i servizi delle Tv e dei quotidiani on-line turchi. Il genitore di uno dei soldati viene a sapere della liberazione del figlio tramite la televisione curda Rojtv, che trasmette via satellite dalla Danimarca.
L'intera vicenda era già stata snobbata dai media turchi nel periodo di prigionia. L'esercito per giorni si è limitato a dire di «aver perso i contatti con otto elementi», mentre le immagini degli ostaggi nei campi del Pkk entravano in ogni Tg della sera. Tranne in Turchia.
Qui le città venivano ricoperte di bandiere con il crescente. Alle manifestazioni, quotidiane, comparivano anche bambini in tuta mimetica e mitra giocattolo. Il ministro dell'educazione si è visto costretto a vietare la partecipazione dei più giovani, dopo che intere scolaresche sono state portate in piazza ad urlare slogan nazionalisti.
Non sono mancati gli episodi di violenza, che hanno preso di mira soprattutto le sedi del Dtp, ma anche semplici attività commerciali gestite da turchi di etnia curda, uffici del partito comunista e, in un caso, quello di un'associazione di omosessuali.
Gli appelli alla calma del governo sono serviti a poco. Buona parte dei media turchi ha sostenuto e alimentato le manifestazioni, proponendo sempre, come unica soluzione alle attività del Pkk, l'intervento armato in Iraq. Analisi e commenti, pochi. La cronaca, limitata alla conta dei morti tra «terroristi» (i separatisti curdi) e «martiri» (i soldati turchi). Martire, in Turchia, è colui che muore lottando per la Patria: un simbolo che compare anche nelle legge.
«Il Codice penale militare turco non contiene alcun articolo che contempli l'arresa. Ci si aspetta che si lotti fino all'ultima pallottola, che si esaurisca ogni possibilità di essere catturato dal nemico. Anche in caso di prigionia, si deve tentare di tutto per scappare. Fallire è considerato un reato». Parla, sul quotidiano turco Zaman, il giudice militare in pensione Ismail Göksel, ora parlamentare nelle file dell'Akp, il partito islamico moderato e riformista al governo. L'ex giudice rifiuta di esprimersi sul procedimento contro gli otto ex prigionieri, perché ancora in corso. Fa però notare come il Codice penale militare in vigore in Turchia sia un adattamento di quello tedesco e porti la data del 2 maggio 1930: «I soldati – dice Göksel – saranno giudicati e puniti attraverso un legge modellata nella Germania di Hitler».
Quello che è successo vicino al confine iracheno la mattina del 21 ottobre rimane un mistero. «Nessun membro delle Forze armate turche – ha detto la scorsa settimana il ministro della della giustizia, Mehmet Ali Sahin – avrebbe dovuto trovarsi in quella situazione». Quale? Se lo chiedono le famiglie dei militari e alcune – poche – voci critiche. Da Van, dove sono rinchiusi i militari in attesa della fine del processo, le poche informazioni giungono dagli avvocati difensori e non fanno chiarezza.
Sahin ha poi aggiunto sdegno al mistero. «Quale cittadino turco – ha detto – non posso accettare il fatto che (i militari, ndr) siano andati con i terroristi quella notte. Il nostro soldato è pronto a morire, se necessario, quando sta proteggendo il Paese».
Aggiungiamo, per dovere di cronaca: un procedimento è stato avviato anche nei confronti dei tre parlamentari turchi di origine curda del Dtp che hanno preso in consegna e riportato a casa gli otto prigionieri.

Pubblicato

Venerdì 16 Novembre 2007

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