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Elezioni americane

Trump non smette di fare danni

Dopo il mancato riconoscimento della vittoria democratica, il presidente sconfitto è determinato a stare al centro della scena per difendere sé stesso

di

Martino Mazzonis

Due settimane dopo la chiusura delle urne sappiamo che il presidente Trump si rifiuta di ammettere la sconfitta e rilancia teorie del complotto improbabili. Dopo aver sostenuto per qualche giorno che gli scrutatori avevano manipolato i risultati e respinto gli osservatori del partito repubblicano, la versione è cambiata. Probabilmente per via delle 25 istanze respinte dai tribunali di Michigan, Pennsylvania, Georgia, Arizona contro una ammessa che chiedeva di far entrare un numero più alto di osservatori nei locali della commissione elettorale della Pennsylvani.

La nuova teoria del complotto è più astrusa e improbabile di queste accuse di frodi, ma vale la pena di essere raccontata. L’avvocato del presidente ed ex sindaco di New York Giuliani ha sostenuto pubblicamente che il software delle macchine che contano i voti prodotte dalla Dominion è progettato per manipolare i totali. Si tratterebbe di un prodotto creato da una cospirazione internazionale che comprende George Soros, il partito comunista cinese e Hugo Chavez. Una cospirazione di lungo periodo, dunque, essendo Chavez morto nel 2013. Piccolo pro-memoria: le macchine Dominion vengono usate anche in Stati stravinti da Trump o considerati in bilico come Florida e Ohio, che pure i repubblicani hanno vinto. Siamo dunque all’irrazionale puro, al complotto delirante, alla presidenza che raccoglie la spazzatura della rete in stile QAnon (secondo cui esiste un deep State controllato da pedofili satanisti contro cui Trump combatte) e le offre un podio.


Raccontiamo queste storie non perché fanno ridere ma perché segnalano il potenziale danno che la presidenza Trump lascia agli Stati Uniti. Il mancato riconoscimento della vittoria di Biden è un modo per cementare la propria presa su una base repubblicana accorsa in massa alle urne – 10 milioni in più per il presidente rispetto al 2016. Quei voti in più sono figli del trumpismo e della straordinaria capacità del presidente di mobilitare segmenti della società americana che normalmente non si recano alle urne.
Che scelga di diventare un kingmaker che promuove candidati alle primarie repubblicane, che torni a fare televisione (o lanci un suo media business come si mormora), Trump ha bisogno di rimanere al centro della scena per potersi rappresentare come una vittima politica quando nei prossimi mesi l’Agenzia delle tasse (Irs) e diversi giudici gli saranno alle calcagna. Non è un caso che dai circoli democratici si ascoltano voci che dicono di sperare che il presidente sconfitto non venga troppo perseguitato: Biden non vuole continuare a parlare di Trump per i prossimi quattro anni, ci sono molti problemi e molte cose da fare. Prima però c’è il voto in Georgia del 5 gennaio, qui i senatori che non raggiungono il 50% più un voto vanno al ballottaggio. Oggi il Senato federale vede una maggioranza repubblicana di due voti, proprio quei due su cui dovranno decidere i cittadini dello Stato del Sud vinto di un soffio (0,28%) da un democratico per la prima volta dal 1992. Eguagliare i repubblicani in Senato significherebbe per Biden poter avere un’agenda più ambiziosa, altrimenti la sua amministrazione dovrà lavorare costantemente alla caccia di uno o due voti repubblicani, annacquando così i suoi progetti. Oppure contare soprattutto sugli ordini esecutivi presidenziali e sulla trasformazione della macchina amministrativa che però hanno il grosso limite di essere cancellabili con un colpo di penna dal presidente successivo. Un esempio: reintrodurre i limiti alle emissioni, alle trivellazioni introdotti da Obama e cancellati da Trump.

Le priorità di Biden
Cosa altro si propone di fare Biden? Quali saranno le sue priorità? Certamente un ritorno al multilateralismo: rientro negli Accordi di Parigi e nell’Oms, rilancio del negoziato nucleare con Teheran, mano tesa nei confronti degli alleati storici maltrattati da Trump (Europa, Giappone, Corea del Sud). Poi ci sono i piani ambiziosi: migliaia di miliardi per un piano infrastrutturale “verde”, auto elettrica, salario orario minimo federale a 15 dollari, cancellazione o rimodulazione del debito studentesco, aiuti alle piccole imprese nelle aree marginali, riforma del sistema penale, liberalizzazione della marijuana, introduzione di una public option (la creazione di un’assicurazione sanitaria pubblica come opzione alternativa ai privati), espansione di Medicare e Medicaid, le assicurazioni sanitarie pubbliche per anziani e poveri. Una serie di queste cose, come dimostrano alcuni referendum tenuti anche in Stati che hanno scelto i repubblicani, sono popolari tra tutti: in Florida hanno votato Trump e aumentato il salario minimo, in Oklahoma, nel 2018, ampliato le assicurazioni sanitarie pubbliche. Tutto difficile a farsi senza maggioranza in Senato, ma forse alcune cose si possono fare giostrando con i governatori o convincendo il senatore repubblicano di uno Stato X che questa o quella misura andrebbe a beneficio dei suoi elettori. Difficile ma non impossibile. Molto dipenderà da quanta presa continueranno ad avere Trump e il trumpismo sul partito repubblicano.


Biden ha vinto riconquistando Stati vinti da Trump e rivolgendosi soprattutto a quel pubblico americano che è quello che lo ha accompagnato durante la lunga carriera da senatore: i lavoratori bianchi e gli afroamericani. E a questi dovrà risposte. Nel suo primo discorso sull’economia il presidente ha posto al centro due cose: ambiente e creazione di lavoro, ben pagato e protetto («Good paying Union jobs», dice Biden). Il terzo aspetto è la volontà di far tornare a casa il lavoro industriale: «Niente contratti federali alle compagnie che non producono in America». Questo aspetto è per certi versi trumpiano e per altri sandersiano. A dire il vero il presidente e il senatore del Vermont, su questo tema, non sono troppo distanti, sebbene con idee diverse su come difendere il lavoro nazionale (barriere doganali contro incentivi e clausole ambientali e sociali). Aumentare la paga oraria è un messaggio ai lavoratori delle minoranze impegnati spesso nei servizi a bassa qualifica dove il lavoro non manca mai ma mancano soldi e diritti. Investire in ambiente e infrastrutture significherebbe invece ammodernare la struttura produttiva americana e guardare al domani. Sono idee di buon senso, ma il risultato elettorale non troppo favorevole per i democratici renderà molto difficile realizzarle.

Pubblicato

Giovedì 19 Novembre 2020

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