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Troppa grazia

di

Virginia Pietrogiovanna
Da carne, sangue, membra a spirito, soffio di vita. Da terra, città, strade e popoli a cielo, nubi, aria. In tal modo sembra potersi riassumere in immagini l’esperienza musicale dei Csi, ex Cccp e ora riuniti sotto una nuova sigla, Pgr, acronimo del sintagma “Per Grazia Ricevuta”. Il percorso musicale di Giovanni Lindo Ferretti e compagni è in continua trasformazione e cadenzato da cicli di morte e rinascita, eppure nel suo complesso è riconducibile ad una tendenza costante, quella di evolvere verso una sempre più marcata rarefazione dell’impianto sonoro e verso una sempre maggiore propensione alla spiritualità, intesa nel suo senso più lato come sguardo lanciato all’infinitamente piccolo e all’infinitamente grande nella natura e come raccoglimento e ascolto del pulsare della vita. Culmine di questo progressivo essenzialismo è “Montesole”, recente pubblicazione di un concerto tenutosi nel giugno del 2001, in cui trovano spazio una ventina di tracce che ripercorrono pressoché l’intera vita della formazione, ma che – scarnificate fino alla trasparenza – sembrano mostrare la loro vera anima per la prima volta. Con “Montesole” (Universal, 2003) siamo lontani galassie dalle produzioni che avevano caratterizzato i Cccp negli anni d’oro, quando cioè armati di sonorità aggressive, crude e orgogliosamente artigianali i componenti della formazione emiliana si ersero ad antesignani del movimento punk in Italia. Eravamo a metà degli anni Ottanta e quella dei Cccp rappresentava senza dubbio una fra le più innovative voci della controcultura musicale. Ciò che si può ascoltare in “Montesole” è lontano anni luce anche dal lavoro dei Csi, araba fenice sorta sulle ceneri dei Cccp nel 1992. Non solo nella linea d’intenti dei Pgr non rientrano più la vena filosovietica dei primordi, la rabbia, il rumore, le urla, ma nemmeno qui trovano spazio i ritmi certo meno sfrenati, ma ancora gonfi di risentimento e le ampie parentesi di distorsione straniante e ossessiva dei Csi. L’ulteriore passaggio, avvenuto nel 2001, dei cinque musicisti (manca il chitarrista e fondatore Massimo Zamboni) ad un nuovo progetto musicale e quindi ad una nuova sigla, è segnato da un’accresciuta sublimazione del tessuto musicale, reso diafano sia nell’album “Per Grazia Ricevuta” (del 2002) sia nel live di cui sopra. Una scelta estetica che sposa, se non proprio la contemplazione, l’osservazione attenta, rispettosa del mondo, il gusto per le più piccole e sottili sfumature delle emozioni, la lentezza come possibilità di dilatare il tempo e quindi la vita. Il concerto, tenutosi nel parco di Montesole, nel Reggiano, in occasione di una serata in memoria di don Giuseppe Dossetti (personaggio influente del mondo cattolico italiano e vicesegretario nazionale della Dc ai tempi della Costituente), ripropone brani noti come “Unità di produzione”, “Campestre”, “Madre”, la sublime “Cupe Vampe”, “Finisterrae” e “Morire” inseriti in un continuum sospeso fra letture, brevi parole, e il gregoriano di testi sacri tradizionali. Due soli gl’inediti, “P.C.- Popular Correct” e “1/365°”, il resto è riscrittura di vecchio materiale, eseguita in modo tale però da insufflare nuova energia vitale ai brani. Inesistente la batteria, le percussioni, a tratti un pianoforte, ma per lo più una traccia elettronica di effetti che si intreccia a due voci, mai state magnifiche quanto qui, quella di Giovanni Lindo Ferretti e quella di Ginevra di Marco. In effetti grande parte, nella riuscita di questo, come del primo, cd dei Pgr, l’ha giocata il musicista francese e produttore Hector Zazou. Alchimista delle voci, Zazou è riuscito a mostrare tutte le potenzialità espressive della voce di Ferretti, sempre rimasta – pur cupa, profonda e magnetica – piuttosto monotonale e statica nelle produzioni precedenti. Cattura, trascina e spalanca il respiro l’unione del timbro baritonale e terrigno di Ferretti con la limpidezza della voce di Ginevra di Marco; i testi vibrano e fanno vibrare fino alle lacrime: «Il bersagliere ha cento penne e l’alpino ne ha una sola, il partigiano ne ha nessuna e sta sui monti a guerreggiare. Lassù sui monti vien giù la neve, la tormenta dell’inverno, ma se venisse anche l’inferno il partigiano rimane là. Quando poi ferito cade non piangetelo dentro al cuore, perché se libero un uomo muore non gl’importa di morire». Bisogna sentirla per provare una sensazione di ghiaccio nelle vene. E vale per l’intero cd che pochi elementi ben dosati acquistano una forza straordinaria andando a pizzicare le corde più profonde della coscienza.

Pubblicato

Venerdì 9 Maggio 2003

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