La ripresa economica è... aumentare gli stipendi. Questo propongono i sindacati quale àncora per scampare alla crisi economica. L’Unione sindacale svizzera (Uss) ha recentemente formulato, nel corso di una conferenza stampa, la propria richiesta entro questi termini: i salari devono esser aumentati del 3 per cento. Non si tratta di erodere forze ad un’economia rallentata ma, al contrario, di rinfocolarla. Quando l’economia si trova in recessione i salari non crescono e il consumatore sfiduciato si chiude a riccio votandosi severamente al risparmio. Ne consegue che calano i consumi e l’economia fatica ancor più a riprendersi. Su questa tesi si fonda la richiesta dei sindacati. Sostiene appunto Paul Rechsteiner, presidente dell’Uss, che «la politica salariale è l’elemento determinante che regola la domanda interna». Ciò significa che gli accordi salariali che verranno pattuiti per il 2003 influenzeranno l’andamento dell’economia per l’anno successivo. Non è l’unica misura di rilancio invocata. Rechsteiner auspica pure che la Banca nazionale conduca una politica monetaria volta a indebolire il franco rispetto all’Euro. Le conseguenze positive di questa misura si tradurrebbero in un incentivo al turismo e alle esportazioni. Tornando ai salari c’è un’altra importante questione che, ahinoi, tornerà di attualità il prossimo autunno: l’inarrestabile ascesa dei premi assicurativi decretata dalle casse malati (cfr articolo a p. 4). L’Uss invita la Confederazione ad adottare delle misure per contenere tali costi. Insomma tanto vale percepire stipendi dignitosi se rimangono tali solo sulla carta, visto che vengono cospicuamente falciati dai costi per l’assicurazione malattia. E se quest’ultimi lievitano a dismisura i salari non crescono con la stessa assiduità. Per non parlare delle difficoltà per chi percepisce stipendi bassi. Rechsteiner ricorda la lotta sindacale sempre in corso per l’ottenimento dei 3 mila franchi netti al mese per tutti. Una battaglia che ha anche un risvolto umano. Si tratta di difendere la dignità del lavoratore. Chi lavora a tempo pieno dovrebbe esser in grado di sostenersi senza problemi. È sottilmente umiliante dover far capo al sostegno pubblico pur essendo in grado di lavorare. Ma veniamo alle motivazioni specifiche con cui vari sindacati sostengono la proposta di aumentare i salari del 3 per cento. Il Sindacato edilizia e industria (Sei) appoggia la tesi dei salari più alti che farebbero aumentare i consumi. E della crescita economica approfitterebbe pure il settore dell'edilizia. L'aumento sarebbe così composto: l'1 per cento dovrebbe compensare il rincaro e il 2 per cento rappresenterebbe l'aumento reale dei salari. Per il resto il Sei non dimentica un'altra sua importante battaglia: il prepensionamento a 60 anni. E ricordiamo che per l'edilizia principale è già stato raggiunto. Rimane ancora scoperto l’artigianato edile. La crescita dell’industria farmaceutica è rallentata ma non si può parlare di vera recessione. Quindi il Sei auspica l’aumento salariale anche per questo settore. In fondo il più importante capitale di una ditta è il suo personale che garantisce la qualità della produzione. Fa eco il sindacato Fcta (Federazione svizzera degli impiegati di commercio, dei trasporti e dell’alimentazione) con una richiesta di aumenti salariali dal 3 al 4 percento. Parallelamente continua la campagna contro i salari bassi soprattutto nella vendita al dettaglio. Uguale discorso per i sindacati Garanto (dogane), Ssm (radio e televisione), Sev (trasporti) e per il Sindacato della comunicazione (posta e telefonia). Per il settore dei servizi pubblici si specifica che l’aumento dei salari reali potrebbe essere sostituito da equivalenti miglioramenti delle condizioni lavorative (più vacanze o una riduzione dell’orario settimanale). E laddove c’è penuria di personale (si pensi al campo della sanità e socialità) il Sindacato chiede un aumento degli effettivi.

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23.08.02

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