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Torna l’ora dei metalmeccanici

di

Loris Campetti
Centomila, forse centocinquanta mila. Sono arrivati a Roma con ogni mezzo dai punti più lontani della penisola e delle isole con navi, treni, pullman, furgoni e automobili private. Hanno invaso la capitale per chiedere quel che aspetta loro: il contratto nazionale, scaduto da un anno. Chiedere il rinnovo contrattuale, oggi in Italia, da parte della punta di diamante della classe operaia è come chiedere poco meno della luna a dei padroni coccolati e assistiti da un governo che rinuncia a governare i conflitti perché l’unica istituzione legittimata a decidere è il dio mercato. Un contratto non si nega a nessuno, dicono in coro gli imprenditori aderenti a Federmeccanica, ma purché i soldi siano pochi e la flessibilità totale. Purché gli straordinari siano ad libitum e decisi unilateralmente da una parte, la loro. Quando il mercato tira, naturalmente. Quando il mercato arranca, invece, ad libitum dev’essere la cassa integrazione pagata dalla collettività. Contratto, certo, ma a condizione che venga pienamente applicata la legge 30 sul mercato del lavoro che prevede una cinquantina di forme contrattuali diverse – e precarie: a tempo determinato, co.co.pro. (lavoratori coordinati a progetto), job on call (a chiamata, come si faceva con gli schiavi ma con le moderne tecniche: un sms che ti ordina entro 24 ore di recarti in fabbrica), interinale (cioè in affitto), staff leasing (quando un padrone si affitta una squadra intera da un intermediario), e via precarizzando. Siccome i lavoratori metalmeccanici, in particolare quelli della Fiom-Cgil, hanno la schiena dritta, niente contratto. E giù scioperi, più di 50 ore mancano già dalle magre buste paga. Lo sciopero generale dei metalmeccanici resta una di quelle lancette che segnano la storia italiana. Quando va bene segna una svolta e diventa un motore per tutte le categorie dei lavoratori. Quando va male segna comunque una controtendenza. A differenza delle grandi mobilitazioni del passato, però, le tute blu sono state sbianchettate dai mezzi di informazione di massa, forse perché le stesse componenti della sinistra e le ali moderate del sindacato hanno altro a cui pensare e di conseguenza i metalmeccanici rischiano la solitudine e l’invisibilità. Eppure, sono tanti in Italia. Gli stessi di uno o cinque anni fa. Se crollano nelle grandi industrie come la Fiat, colpevoli la crisi e i processi di autsourcing e di delocalizzazione a est e sud del mondo, resistono e in qualche caso crescono nelle piccole e medie imprese. Sono un milione e ottocento mila, inferiori soltanto – e di poco – ai dipendenti della funzione pubblica. Producono ricchezza per tutti, tranne che per loro stessi. Guadagnano tra 900 e 1.300 euro, e naturalmente parliamo soltanto di quelli a tempo pieno con una contratto a tempo indeterminato che tra poco non saranno più la maggioranza. Chiedono un aumento di 105 euro al mese, più 25 euro per i dipendenti di imprese in cui non c’è il contratto integrativo aziendale, quello di secondo livello. I padroni hanno controproposto 60, fino a 75 euro pretendendo in cambio tutto, sull’orario e l’organizzazione del lavoro. Hanno un’altra pretesa i metalmeccanici, in particolare i soliti radicali della Fiom: vogliono che ogni accordo o contratto, perché abbia valore erga omnes, venga approvato dalla maggioranza dei lavoratori e se necessario anche attraverso lo strumento del referendum. Questa idea della democrazia, però, piace a pochi. Non la condividono gli imprenditori che preferiscono risolvere ogni problema con i gruppi dirigenti sindacali per poi imporre la decisione agli oggetti della decisione stessa, quelli che pretendono di dire l’ultima parola trasformandosi dunque in soggetti. Non piace alla destra, e anche questo è comprensibile quando si parla di democrazia senza aggettivi. Purtroppo non piace neppure a una parte consistente del centrosinistra, alla Cisl e alla Uil, all’ala più burocratico-moderata della Cgil. Non è un caso che al tavolo tematico della “Fabbrica di Prodi”, la richiesta di regolare questa materia – la democrazia nei posti di lavoro – per legge come chiedono i metalmeccanici e la sinistra radicale non è vista di buon occhio: per opportunismo (non si può rompere con Cisl e Uil) e per convinzione (hanno un’idea di democrazia piena di aggettivi e di deleghe). Il fatto è che la concezione della democrazia che hanno i metalmeccanici è un’infezione che rischia di propagarsi nella società italiana. In tutti i conflitti degli ultimi anni, dopo Genova, dopo le manifestazioni oceaniche in difesa dello Statuto dei lavoratori e quelle contro la guerra, alla fine il nodo è sempre lo stesso: chi decide? Così avviene che gli abitanti della Val di Susa – presenti in massa alla manifestazione di Roma, come i ragazzi e le ragazze antimafia di Locri – non siano disposti a consegnare a nessuno, neanche ai rappresentanti politici che pure hanno eletto, una delega in bianco sulla Tav. Sono loro che devono vivere in quel territorio e vogliono deciderne le sorti, così come sono gli operai metalmeccanici che devono lavorare in fabbrica a condizioni che non possono essere decise da altri, neppure dai propri sindacati. Dall’esito del conflitto in atto tra i metalmeccanici e i loro padroni dipende anche le sorti di un pezzo importante e avanzato della nostra democrazia. Ancora una volta, difendendo i propri diritti le tute blu difendono i diritti di tutti.

Pubblicato

Venerdì 9 Dicembre 2005

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