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Top manager, semidio moderno

di

Can Tutumlu
Di sicuro ci sono solo gli stipendi dei top manager. Daniel Vasella, direttore esecutivo e presidente della multinazionale farmaceutica Novartis, ha ricevuto un compenso di 20 milioni di franchi per l’anno appena trascorso, probabilmente sarà il manager più pagato dell’anno. Lo seguono a ruota Marcel Ospel (Ubs) e Oswald Grübel (Credito svizzero) con una retribuzione di, rispettivamente, 18 e 17 milioni di franchi. Cifre da capogiro. Come si giunge a questi salari da favola? Sono loro i più acclamati, i più ricercati, quelli che hanno carisma da vendere, sono i top manager contesi a suon di milioni. Modelli di vita emulati, invidiati, odiati. Super uomini che nell’immaginario di alcuni sono in grado di cambiare radicalmente la sorte di un’impresa, in positivo e in negativo ma sempre ben pagati. Ad esempio: Lukas Mühlemann, ex direttore del gruppo Credito svizzero (ma anche ex “enfant prodige” di Swissair), è stato silurato a fine 2002 a causa della perdita record di 3 miliardi e 309 milioni di franchi, ciò nonostante si è potuto accontentare di “soli” 8 milioni di franchi. “Soli” perché se avesse raggiunto i risultati ottenuti nel 2003 dal suo successore (Grübel) avrebbe incassato non 8 ma 17 milioni di franchi (Cs ha conseguito un utile netto di ben 5 miliardi 209 milioni di franchi). Non se la passa male neppure Ubs che nel 2003 ha ottenuto il secondo miglior risultato della sua storia: 6 miliardi 385 milioni di utile al netto di imposte e ammortamenti. Cosicché anche il direttore Ospel va premiato: 18 milioni di franchi. Cifre che snocciolate fanno accapponare la pelle. Nel 2002, secondo la classifica stilata dal mensile Bilanz, i direttori di impresa che guadagnavano a sei zeri in terra elvetica erano 34. Ma proviamo a fermarci, fare un paio di calcoli e ripartire. Hayek padre, patron del gruppo Swatch, nella classifica dei più pagati del 2002 risultava alla 26esima posizione con un “modesto” milione e mezzo. Un’operaia del settore orologiero in Ticino guadagna 2 mila 500 franchi. Ciò significa che per arrivare alla retribuzione annuale del signor Hayek dovrebbe prodigarsi in 50 anni di lavoro. Lecito? Chiediamo aiuto alla teoria economica. Gli economisti dicono che il salario di un lavoratore corrisponde alla sua produttività. Se sei pagata 2 mila 500 franchi significa che hai prodotto merci o servizi per un identico valore. Quindi ciò che ha prodotto il signor Hayek, un servizio che potremmo chiamare “dirigenza di un’impresa”, varrebbe 1 milione e mezzo. Oppure, analogamente, potremmo dire che Daniel Vasella ha erogato un servizio che vale ben 20 milioni di franchi, ovvero produrrebbe in un anno ciò che l’operaia di prima ci metterebbe 670 anni a produrre. Vi suona strano? Non temete, è così anche per noi. Tiriamo i fili una prima volta: non è una mano invisibile che porta a determinare gli emolumenti di questi top manager, non di sicuro quel sogno di mercato perfettamente funzionante che elargisce ad ognuno ciò che merita. In definitiva non è quindi la loro produttività che determina i loro salari.Di cosa si tratta allora? Björn Johannson, “cacciatore di teste” (il suo mestiere consiste nel selezionare manager di punta), ha spiegato la settimana passata alle telecamere di “10 vor 10” che solitamente i suoi clienti vengono assunti con un fisso; Grübel era partito con una base di 4 milioni di franchi e il resto era commisurato all’utile che avrebbe ottenuto il Credito svizzero. Un metodo di remunerazione chiamato “stock option” che consiste nel far partecipare i dipendenti (dirigenti compresi) ai risultati ma anche ai rischi dell’imprenditorialità, ad esempio pagandoli con azioni della stessa. Se l’impresa va bene anche il valore del titolo dovrebbe salire e di conseguenza premiare gli impiegati e al contempo detentori dei titoli. Spesso i diritti d’opzione dei dipendenti (le stock option) sono esercitabili soltanto dopo la decorrenza di un periodo di maturazione e al realizzarsi di specifiche condizioni, non possono quindi essere vendute quando si vuole. Il motivo da un punto di vista aziendale è semplice: si vuole fidelizzare il lavoratore facendo attenzione che non sia tentato di vendere il titolo dopo pochi mesi, magari in un periodo in cui è sovra quotato. In merito a questa modalità di pagamento ci sono alcune obiezioni e fatti da sollevare. Innanzi tutto le restrizioni sulla vendita dei titoli non valgono per la classe dirigenziale: è chiaro pertanto che gli interessi del direttore d’azienda non sono solo rivolti al bene dell’impresa ma anche alla quotazione del titolo. Basta pensare alla bolla speculativa della “net economy”: non sono stati pochi i manager che prima del fallimento dell’azienda hanno venduto le proprie azioni ad un valore in borsa che non corrispondeva assolutamente al valore dell’impresa. Dirigenti che pagavano attraverso titoli dell’azienda i lavoratori, titoli che non corrispondevano altro che a un debito a cui l’impresa non avrebbe potuto far fronte in altro modo. Una volta esplosa la bolla speculativa i titoli dati ai lavoratori, quelli nella parte bassa della scala gerarchica, si sono rivelati un mucchio di carta straccia. Oltre a ciò va messo in discussione anche il buon funzionamento della borsa: essa non assolve il compito di canale di finanziamento per l’impresa. Compratori e venditori non si basano sulla solidità dei conti, o meglio non sempre possono farlo (conti truccati), ma seguono le “voci di mercato”. Gli esempi non mancano, dalle recenti Parmalat e Cirio ai più noti Enron e Aol e alla svizzera Swissair. A volte basta uno spiffero d’aria per far volare o schiacciare a terra un titolo. Tiriamo i fili una seconda volta: i metodi di remunerazione attuali dei manager comportano dei rischi notevoli per l’impresa poiché c’è un chiaro conflitto d’interesse: fra il bene dell’azienda nel lungo periodo da un lato e la quotazione del titolo nel brevissimo lasso temporale dall’altro. Se lo stipendio dipende dal valore dell’azione è chiaro che la quotazione del titolo sarà al centro delle attenzioni. Ma c’è un’ulteriore questione da capire: chi decide la paga della classe dirigenziale? Chi ha detto che Vasella va premiato con 20 milioni di franchi? Christian Marazzi, economista, spiega che nella maggior parte dei casi è lo stesso consiglio di amministrazione che sceglie la propria retribuzione, «uno stipendio autoreferenziale». Chi avalla queste cifre da sogno sono in definitiva gli azionisti dell’impresa quando vengono presentati i conti annuali, ma qui sta un altro nodo da sciogliere. In genere chi detiene un titolo è piuttosto interessato al dividendo o al valore al quale potrà vendere il titolo. È inverosimile pensare che sia lui a condurre le redini dell’azienda, quelle restano in mano ai dirigenti. Per concludere torniamo al principio: le paghe dei top manager sono il risultato di un meccanismo perverso in cui l’interesse non è più rivolto all’impresa in sé ma alla sua quotazione in borsa e ai risultati nel breve periodo, difficilmente migliorabili se non a scapito di tagli dei costi (Ubs e Cs hanno eliminato l’anno scorso più di 20 mila impieghi). «Capita spesso che i top manager vengano assunti in realtà per tagliare sul personale, nessun rapporto umano con i dipendenti, un taglio di forbici, una paga milionaria e via» – dice Marazzi. Intanto il signor Vasella continua ad avere lo stesso potere d’acquisto di 670 operaie del settore orologiero in Ticino.Una verità scomoda da digerire.

Pubblicato

Venerdì 20 Febbraio 2004

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