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Tolto il segreto sull'amianto

di

Loris Campetti
Ci sono voluti parecchi anni, funestati da corsi e ricorsi di un paio di giustizie, quella svizzera e quella italiana. Alla fine, però, è arrivata la decisione, si spera quella finale: il Dipartimento federale di giustizia e polizia ha ordinato alla Suva – l'ente svizzero che si occupa dei risarcimenti per le malattie contratte sul lavoro ed è al tempo stesso, a differenza dell'italiana Inail, soggetto di controllo e certificazione della non nocività degli ambienti lavorativi – l'invio al procuratore torinese Raffaele Guariniello di tutta la documentazione relativa a 196 dipendenti italiani impiegati fino agli anni Novanta nelle aziende Eternit di Niederurnen e Payerne. Operai rimasti vittime dell'amianto come migliaia di loro compagni in tutto il mondo, uccisi da mesotelioma e cancro ai polmoni. Ora la Suva non potrà più tutelarsi dietro ragioni di «sicurezza nazionale» ed ha 30 giorni di tempo per spedire alla magistratura italiana la documentazione richiesta, al fine di ridare vigore alla parte dell'indagine relativa ai lavoratori italiani uccisi all'estero dalla Eternit. E dai suoi padroni, la potente famiglia Schmidheiny in testa.

Non è l'unica buona notizia per il dottor Guariniello che conduce l'indagine, divisa nell'estate in due tranche: la prima è quella italiana, che si è conclusa con la richiesta di procedere nei confronti di Stephan e Thomas Schmidheiny e del loro socio belga, il barone Louis Cartier de la Marchienne, in relazione ai reati di omissione dolosa di misure di sicurezza e di disastro doloso. I casi indicati riguardano ben 2 mila 962 lavoratori, dei quali più di 2 mila deceduti in seguito alle malattie contratte. Ora si è in attesa del rinvio a giudizio da parte della procura di Torino. La seconda tranche riguarda i lavoratori italiani deceduti – o che hanno contratto il mesotelioma – negli stabilimenti italiani e belgi della Eternit; ora potrà ripartire con vigore, sempre che le premiate Poste svizzere riescano a far partire con tempestività la documentazione della Suva finora negata e che le meno premiate Poste italiane riescano a consegnarla. La seconda buona notizia, invece, arriva dall'Italia: dopo il trauma provocato dalla decisione del ministro guardasigilli Clemente Mastella di estendere i benefici dell'indulto ai reati ai danni dei lavoratori, grazie al «pacchetto Damiano sulla sicurezza sul lavoro» entrato in vigore ad agosto, sarà possibile invece estendere a questo tipo di reati la norma del 2001 che prevede l'applicabilità della responsabilità civile nel processo penale non solo ai singoli ma anche alle aziende. La norma, per intenderci, applicata nel caso Parmalat e che consente di iscrivere nel registro dei reati le società coinvolte. Cosicché, anche la morte di un indagato non può più fermare il processo. Forte del «pacchetto Damiano», il procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello ha così potuto mettere sotto inchiesta quattro aziende svizzere e belghe della Eternit che rischiano, tra le varie condanne, ammende fino a un milione e mezzo di euro. È la prima volta che la nuova normativa viene applicata in Italia in un processo contro responsabili di morte e di danni alla salute dei lavoratori. Una norma, naturalmente, che non ha effetto retroattivo e quindi consentirà al magistrato torinese di indagare intorno ai casi di morte verificatesi dopo il 25 agosto di quest'anno, in tutto una dozzina. Le ragioni della strenua opposizione della Suva a collaborare con la procura italiana vanno ricercate, probabilmente, nella peculiarità dell'Istituto nazionale svizzero di assicurazione contro gli infortuni, a cui come dicevamo è attribuita anche la funzione di controllo e certificazione della non nocività degli ambienti di lavoro: qualora venissero provate inadempienze e ritardi nel caso della Eternit, è evidente che neanche la Suva potrebbe dichiararsi estranea, dunque innocente. Se non verranno infilati nuovi bastoni tra le ruote della giustizia italiana, il processo contro il killer amianto potrebbe aprirsi in tempi abbastanza rapidi. E dire che la famiglia Schmidheiny le ha provate tutte pur di evitare di subire un processo e, chissà, magari una condanna. Stiamo parlando di una famiglia potente, in grado di muoversi a suo agio tra le maglie della politica e della giustizia dei paesi - e non sono pochi, dall'Europa all'America latina - in cui operano le sue aziende. All'inizio del governo Prodi, solo per fare un esempio, uno dei numerosi legali degli Schmidheiny era l'avvocato Carlo Malinconico, segretario della presidenza del Consiglio. È nei giorni dell'indulto, tornato assai utile agli indagati svizzeri della Eternit, che Malinconico ha avuto il buon gusto di rinunciare all'incarico conferitogli dalla famiglia. Si è scritto e chiacchierato a lungo sul suo presunto ruolo nella decisione del governo italiano e quindi del parlamento di estendere il beneficio dell'indulto ai reati sul lavoro, decisione contestata dai sindacati italiani. Ma queste sono illazioni. Prima dell'indulto, il confronto tra i legali delle vittime dell'amianto e quelli dei fratelli Schmidheiny era arrivato a un passo dall'accordo sul risarcimento ai familiari dei lavoratori deceduti. Al momento della firma, il professore di diritto commerciale di Zurigo che rappresentava in veste imprenditoriale la controparte chiese qualche minuto per consultarsi con i suoi clienti, solo una telefonatina. La telefonatina durò un'ora e mezza, al termine della quale il legale confessò ai suoi colleghi delle controparti «mi è stato revocato l'incarico». Cos'era successo nel frattempo? Che al di là delle Alpi erano stati decisi i confini dell'indulto, che avrebbero consentito agli Schmidheiny di risparmiare anche i soldi dei risarcimenti (cfr. area n. 39 del 29 settembre 2006, www.area7.ch). Il diavolo, però, fa le pentole ma a volte dimentica i coperchi, e così la partita Eternit si è di nuovo riaperta. In procura a Torino si respira aria di ottimismo. E, naturalmente, qualche speranza in più circola anche nell'Associazione dei familiari delle vittime dell'amianto, sostenuta dalla Cgil. L'associazione sta allargando la sua azione da Casale Monferrato all'Europa intera, come ci spiega l'avvocato Sergio Bonetto: «Il 14 novembre faremo un'assemblea a Casale con i rappresentanti degli stabilimenti Eternet sparsi in tutto il continente. Si è costituita la rete "Eternit in collera" che si farà sentire quando finalmente inizierà il processo. Un secondo appuntamento organizzato insieme al sindacato tedesco Dgb è per il 10 dicembre a Berlino, proprio dove c'era il «lager Eternit» in cui erano costretti a lavorare prigionieri di guerra italiani, ucraini e polacchi. Stiamo lanciando un appello per rintracciare i parenti dei prigionieri italiani che hanno lavorato in quel lager».

Pubblicato

Venerdì 9 Novembre 2007

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