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Titus Andronicus di scena a Sion

di

Walter Bortolotti
Il titolo originale che Shakespeare aveva scelto per intitolare la sua opera, La storia lamentosa e tragica di Titus Andronicus, prefigura in modo più incisivo il contenuto della pièce. Si tratta, infatti, di una faida tra due famiglie che inizia con un sacrificio ritualizzato e finisce in un bagno di sangue. Il testo porta in sé l’orrore indicibile di Macbeth e soprattutto di Re Lear: mani e lingue tagliate, teste decapitate con sacrifici umani, violenze e festini cannibali che rivelano l’infatuazione del teatro elisabettiano per il macabro e il sensazionale. Questa tragedia è un rituale sanguinolento destinato a cancellare l’ingiustizia iniziale dovuta a una violenza che doveva essere vendicata, secondo l’antica legge del taglione, nella stessa misura con cui era stata inflitta. Ma al di là della cruenza fisica presentata in scena, ciò che tocca profondamente in Titus Andronicus è lo stile del linguaggio teatrale ispirato da un’altra rivalsa, quella che Antonin Artaud definiva come una sorta di rigore, che porta le cose a una loro fine ineluttabile, a qualsiasi prezzo. Il tragico è scosso dalla derisione e trascinato verso il grottesco e l’assurdo dal carattere parodico dei suoi eccessi. Da secoli Titus Andronicus, una delle prime pièce di Shakespeare, è oggetto di un vivo dibattito. Infatti, i nostri antenati furono particolarmente scossi per la giustapposizione dell’intenso dramma e della violenza senza pietà. E questo è stato uno degli elementi che ha colpito maggiormente il regista, Gianni Schneider, e l’hanno convinto che i tempi erano maturi per un’adattamento teatrale. Una pièce che parla direttamente alla nostra epoca, dove il pubblico si nutre quotidianamente di media, di scandali, di violenze collettive, di fucilate e di una serie di dettagli intimi e sordidi che talvolta sarebbe meglio non svelare così superficialmente. Un periodo storico dove il razzismo, la pulizia etnica e il genocidio sono diventati moneta corrente e sembrano così inevitabili da non turbare più nessuno. Titus Andronicus non è sicuramente una storia pulita e rassicurante, dove il bene trionfa sul male, ma è una storia attraverso la quale l’orrore senza tregua rende giustizia alla poesia della tragedia umana, obbligandoci a esaminare le radici più profonde della violenza e a giudicare questi atti diversamente. Nella messa in scena Shneider è stato particolarmente attento a mostrare tre cose: un’evidente inventiva visuale; la convinzione che Titus sia un importante elemento nell’esplorazione profonda delle parti più nascoste dello spirito umano e per finire il rispetto della lingua, del testo, vale a dire ritrovare nell’adattamento la sonorità e il ritmo della lingua originale. Un lavoro di ricerca straordinario che vuole sviluppare uno stile il più sottile possibile, dove il linguaggio poetico e politico permettono una flessibile esplorazione. Da vedere il 30 ottobre al Théâtre de Valère di Sion, tel 027/3254561.

Pubblicato

Venerdì 26 Ottobre 2001

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