Non si tratta di uno scioglilingua preparatorio per presentatori televisivi, né di uno slogan turistico-patriottico. È unicamente una battuta per attirare l’attenzione su un nuovo insulto che minaccia il territorio. Sul Monte Ceneri, in Val Poreggia, si intende costruire in mezzo al bosco un grande poligono di tiro con scopi sportivi. Ottocento cittadine e cittadini della zona (ora se ne sono aggiunti altri quattrocento) si sono allarmati ed hanno indirizzato al Consiglio di Stato una lettera ben documentata con la quale esprimono il loro fermo dissenso rispetto a quella scellerata iniziativa. Ma come? Ci sono già sul Ceneri ben quattro poligoni di tiro usati da reclute, cacciatori, guardie dei forti, di confine e di finanza, polizia, guardiacaccia, eccetera e se ne vuol fare ancora uno (costo preventivato 12 milioni) per tiratori sportivi? L’impianto previsto è un affare lungo quasi 200 metri e largo 50, con scarpate, terrapieni, disboscamenti radicali e “rimboschimenti compensativi” su terreni della Confederazione, del patriziato di Rivera e di proprietari privati, con relative strade di accesso, posteggi, manufatti per i tiratori e per la “butte”, infrastrutture, illuminazione. Si tratta cioè del solito sconquasso all’interno di una zona molto pregiata sul piano naturalistico, con una vegetazione ed una fauna che meritano il più religioso rispetto. Gli oppositori, giustamente, attirano l’attenzione anche sul valore simbolico del luogo, una sorta di passaggio obbligato, nel passato, per chiunque superato il duro mondo alpino si avviava verso i pendii delle prealpi meridionali che anticipavano ai viaggiatori le delizie d’Italia (e viceversa). Ad uno che passò il Monte Ceneri nel 1776 apparve in cima ad un palo la testa di un famoso brigante. L’aveva fatto fuori con uno stratagemma un mastro carbonaio di Robasacco, guadagnandosi la taglia di 200 zecchini d’oro. Di pali con le teste dei malfattori giustiziati ve n’erano stati sul Monte Ceneri, a scopo deterrente, fino a 11. L’ultimo brigante, tale Costantino Genotti, una specie di truculento Robin Hood leventinese, fu preso dopo un cruento assalto alla diligenza nel 1864 e languì per anni incatenato in una cella della casa di forza nel Castel Grande di Bellinzona. Poi scomparso il plurisecolare brigantaggio, il 5 agosto 1900, si tenne sul Monte Ceneri, sommità simbolica e baricentro del paese, l’assemblea costitutiva del Partito socialista ticinese e fu un momento di grande entusiasmo e di grande festa. Il Ceneri ha sempre rappresentato a tal punto, nel cosiddetto immaginario collettivo, il centro del paese che quando negli anni ’60 si accese nel Cantone il dibattito sul futuro degli ospedali ticinesi, alcune persone non da poco propugnarono con convinzione la costruzione di un solo e unico grande ospedale cantonale proprio in cima al passo. E l’idea non era in fin dei conti così peregrina. Di fronte ad un simile passato e agli importanti valori naturali del luogo appare nel contempo meschino ed ingiurioso il proposito di costruire un poligono di tiro massacrando gli alberi della selva antica, infilando ruscelli nei tubi di plastica arancione, cancellando sentieri e mettendo in fuga i soliti poveri animali rimasti, ormai del tutto indifesi. Spero che queste poche righe possano almeno servire ad aiutare gli oppositori di Rivera. Essi hanno tutte le ragioni del mondo e meritano di essere sostenuti. Anche gli Amici del Ceneri, che hanno lassù la loro gloriosa sede, disegnata con il solito garbo da Augusto Jäggli negli anni ’50, dovrebbero dare un colpo di mano. Ma questo Ticino proiettato nel futuro, con ben cinque poligoni di tiro sul Monte Ceneri, dovrà proprio distinguersi oltre tutto il resto anche come terra di tiratori?

Pubblicato il 

08.07.05

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