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Ticino sospeso nel purgatorio

di

Can Tutumlu
"Ticino fanalino di coda". È spesso questo il commento in calce alle notizie di stampo economico a proposito della realtà del nostro cantone. Abbiamo salari più bassi a parità di qualifiche, un tessuto economico meno dinamico per rapporto alle altre regioni e una diversificazione imprenditoriale che alcuni osservatori definiscono come "monocultura finanziaria".
E siamo anche in un cantone dove sempre più spesso il dibattito politico si appiattisce sulle note delle casse vuote e dove da più parti si chiede una progettualità che vada oltre la logica della leva fiscale. Recentemente sull'economia cantonale sono state diverse le pubblicazioni che testimoniano la necessità di un dibattito franco e onesto sull'"azienda Ticino". E proprio dallo stimolo del volume "Dal paradiso al purgatorio" di Angelo Rossi che un gruppo di persone che in passato hanno assunto importanti cariche nel settore pubblico e privato ticinese (Tito Tettamanti, Pietro Martinelli, Claudio Generali, Franz Bernasconi, Claudio Camponovo, Giorgio Ghiringhelli e lo stesso Rossi) ha deciso di dare un ulteriore stimolo alla discussione commissionando una ricerca con un'analisi – e si tratta di una prima – sullo sviluppo della produttività dell'economia ticinese all'istituto di ricerche economiche basilese Bak.
Il quadro che ne esce è ancora una volta quella di un Ticino che corre meno delle altre regioni con una produttività che nel 2006 era del 6 per cento inferiore alla media elvetica e che è cresciuta ad un ritmo più lento per rapporto al resto della Svizzera fin dal 1980.
Ma questa realtà, cioè quella dell'economia fatta di analisi, numeri e previsioni di crescita con tutti i suoi problemi metodologici, è una nozione astratta per chi non è un addetto ai lavori. Ai cittadini interessa sapere come questa realtà influirà sulla loro vita, sull'evoluzione (o involuzione) del loro potere d'acquisto, se il Ticino riuscirà a ridurre il suo tasso di disoccupazione  e come lo Stato ridistribuirà la torta della ricchezza prodotta. E proprio per aumentare questa torta – è stato spiegato dal gruppo di lavoro – che il Ticino deve aumentare la propria produttività. Ma come? Angelo Rossi, che con Claudio Generali e Pietro Martinelli, ha presentato alla stampa lo studio – che è stato consegnato anche al Consiglio di Stato – ha ammesso che ad un prima occhiata il Ticino pareva confinato a scendere "dal purgatorio all'inferno". Ma le previsioni del Bak, con tutti i "se" e "ma" del caso, non sono così negative per l'"azienda Ticino". Quali sono allora le virtù del nostro tessuto economico cantonale e quali le sue debolezze endemiche? Per quanto ancora siamo destinati al limbo del purgatorio?

Angelo Rossi quale è lo stato di salute dell'economia ticinese?
In termini di evoluzione congiunturale si può dire che l'azienda economica Ticino sta marciando abbastanza bene. La recessione però non è lontana. In termini di evoluzione nel lungo termine, invece, l'economia ticinese, come l'insieme dell'economia svizzera cresce a tassi troppo bassi per assicurare il mantenimento del potere di acquisto della popolazione, un livello di impiego elevato e per fornire allo Stato i mezzi necessari per la sua politica di redistribuzione.
Quali sono le nostre virtù e quali i difetti?
È difficile parlare di virtù e difetti nel caso di un'economia. Se si fanno paragoni però con le altre regioni della Svizzera possiamo forse dire che le virtù del Ticino sono quelle di possedere rami di produzione ad alta produttività come il settore finanziario e il settore industriale, mentre i difetti sono quelli di avere, in misura superiore alla media nazionale, rami a bassa produttività come il terziario in generale, ma anche qualche ramo del settore secondario. Nelle prospettive di lungo termine poi vi sono due altri dati di fatto che è utile ricordare. Il primo è dato dalla trasformazione strutturale. Siccome il settore terziario assume un'importanza sempre maggiore, anche i rami a bassa produttività di questo settore pesano sempre di più e frenano l'evoluzione della produttività. L'altro dato di fatto è l'invecchiamento della popolazione che, rispetto all'evoluzione della produttività potrebbe però rivelarsi come un elemento positivo se le aziende per fronteggiare la futura scarsità di manodopera dovessero sostituire i posti di lavoro non occupati con capitale, aumentando così l'intensità di capitale dei processi di produzione.
Lo studio commissionato all'istituto basilese Bak parla di un ritardo storico della produttività in Canton Ticino per rapporto al resto della Svizzera. Lei non crede che il problema della produttività ticinese abbia le proprie radici nella sua struttura economica?
Non mi ricordo di aver letto di un ritardo storico. Ma è vero che già il professor Kneschaurek, nella sua perizia per il Consiglio di Stato del 1964 parlava del ritardo dell'economia ticinese rispetto alla media svizzera in materia di produttività. Vi fu poi l'indagine di Massimo Baggi, della fine degli anni ottanta dello scorso secolo, mise in evidenza due risultati: in primo luogo che per il 60 per cento circa del potenziale di produzione dell'economia ticinese della seconda metà del secolo ventesimo, il rapporto capitale/lavoro era troppo basso. In secondo luogo che esistevano però rami la cui produttività era elevata anche se comparata con la media svizzera. Se cerchiamo una ragione unica per spiegare il ritardo del Ticino nel confronto del resto della Svizzera la possiamo dunque identificare – con tanti se e tanti ma che non possono essere analizzati in modo dettagliato nel contesto di questa intervista – nel basso livello del rapporto capitale lavoro.
Nel suo libro ha scritto di un Ticino che dal Paradiso del boom finanziario e dell'edilizia è scivolato nel purgatorio. C'è il rischio di cadere ancora più in basso?
Se stiamo alle previsioni prodotte dal Bak Basel Economics no.  Ma le stesse ci dicono purtroppo anche che non c'è speranza che nei prossimi dieci anni l'economia ticinese ritrovi il paradiso.
Il Bak fa dipendere la produttività da tre fattori: le ore lavorate, il capitale utilizzato nella produzione e dal progresso tecnologico. Su quali di queste variabili è verosimile che si possa agire per aumentare la produttività in Ticino?
Su tutte e tre, penso. Ma attenzione al ruolo degli attori. Per quel che riguarda le ore lavorate il problema è di stretta spettanza della trattativa sindacale. Con una eccezione: l'età del pensionamento. Qui è probabile che se dovessero venire delle modifiche, del tipo pensione a 67 o a 70 anni, verranno a livello nazionale, più con lo strumento dell'iniziativa popolare che per motu proprio del parlamento. Di conseguenza possiamo oggi tranquillamente escludere che entro il 2020 le condizioni attualmente esistenti possano venir modificate. Per quel che riguarda il capitale utilizzato la responsabilità è delle aziende. Al massimo lo Stato può fare una politica fiscale incentivante. Infine il progresso tecnologico, in un tessuto di piccole e medie aziende, dipende molto dalla velocità di trasmissione delle conoscenze. E qui lo Stato, attraverso le iniziative prese da Usi e Supsi sta lavorando in modo egregio.
Come influisce il fatto di essere una regione di confine sulla produttività?
Bisogna distinguere tra il come ha influito e il come influirà in futuro. Nel passato, grazie al fatto che i frontalieri non erano sottoposti a limitazioni, il Cantone Ticino possedeva un fattore di localizzazione molto attraente per i processi di produzione a bassa produttività. Con la globalizzazione (spostamento di attività ad alta intensità di lavoro nei pesi del Sud-est asiatico), questo vantaggio è scomparso. Ne fanno fede le ristrutturazioni in termini di personale occupato di diversi rami ad alta intensità di lavoro del settore secondario e terziario. Noto poi che con la scomparsa dello statuto di frontaliero, in futuro, il contingente di frontalieri seguirà la stessa strada che ha seguito il contingente di stranieri domiciliati, nel corso degli ultimi trent'anni. La sua struttura per quel che riguarda le qualifiche e la posizione nella professione si avvicinerà, molto rapidamente, a quella della popolazione svizzera. Se, per effetto di questa tendenza, la frammentazione del mercato del lavoro ticinese cessasse, la produttività ne trarrebbe sicuramente beneficio.
Come valuta l'impegno dello Stato e delle sue politiche economiche?
Secondo me il Cantone ha un ruolo importante da giocare – e lo sta giocando bene – nel campo della formazione professionale, ossia nel campo della creazione delle qualifiche. È pure indubbio che il fisco e la regolamentazione statali sono  importanti quale possibile fattore di localizzazione, ma anche come elemento del costo di produzione per molte piccole aziende. Dal profilo del fisco le possibilità di scelta non sono molte anche perché ci si muove sempre da una situazione acquisita e quindi occorre lottare contro gli interessi che potrebbero venire penalizzati da una revisione fiscale. In caso di referendum, la coalizione dei perdenti, la spunterebbe sempre sopra le proposte di riforma razionale del fisco. Un terzo dossier importante è quello dell'equilibrio finanziario. Il debito pubblico di un Cantone deve essere considerato come uno svantaggio localizzativo importante. Gli imprenditori scontano infatti che per eliminarlo occorrerà aumentare il tasso di imposizione e si tengono lontano da Cantoni indebitati. Il Cantone deve infine riflettere sul ruolo che vuole giocare con aziende parastatali o controllate dal Cantone come l'Aet, la Banca dello Stato, l'Eoc, l'Ett e la futura Azienda ticinese dei trasporti pubblici d'agglomerato che io auspicherei fosse creata rapidamente per migliorare l'accessibilità alle nostre zone urbane.


La formazione come priorità
Angelo Rossi: "i giovani non vengono formati per le necessità dell'economia"

Angelo Rossi durante la conferenza stampa sulla presentazioni dello studio del Bak lei ha parlato di uno scollamento fra i bisogni dell'economia e le qualifiche dei giovani che hanno terminato la propria formazione. Che cosa intende?
L'efficacia della formazione professionale è uno dei temi più importanti della futura agenda politica cantonale. Ma le posso assicurare che non può essere liquidato nelle due righe di risposta di un'intervista.
Su cosa dovrebbero puntare i giovani ticinesi per trovare lavoro nel Cantone?
Non è importante che i giovani ticinesi trovino occupazione nel Cantone. È invece importante che si formino in professioni che sono ricercate nel mercato del lavoro svizzero. Oggi il profilo professionale più ricercato in Svizzera è quello del tecnico: dal montatore specializzato all'ingegnere. È poi evidente che se si cerca un posto di lavoro in Svizzera occorre conoscere perlomeno tre lingue, due nazionali e l'inglese. Non tutte con lo stesso livello di competenza, ma tutte e tre almeno al livello di comprensione che permette di lavorare in un team con colleghi di altre regioni del paese.
Non crede che oltre a uno scollamento formativo ci sia comunque anche una chiusura delle imprese che chiedono perlopiù capacità amministrative senza offrire un orizzonte ai propri lavoratori?
Il manager ha fatto la sua apparizione nell'economia ticinese verso il 1980. Si tratta però spesso di una persona attiva in aziende statali, parastatali o a controllo statale. Oggigiorno, il manager – a tutti i livelli direzionali –rappresenta un po' più di 1/5 della popolazione attiva del Cantone. Gli indipendenti, da parte loro rappresentano un po' meno di 1/5.  Il 60 per cento della popolazione attiva è invece formato da dipendenti che non hanno mansioni direzionali. Siccome il censimento federale ha abbandonato la distinzione tra colletti bianchi e blu, dopo il 1980, non possiamo sapere oggi quale sia l'importanza dei dipendenti che si occupano di amministrazione. Secondo me si tratta però di un effettivo che sta diminuendo in termini assoluti e forse anche in termini relativi. Lo deduco dal fatto che l'apprendistato commerciale non è più molto ambito. Sulla chiusura degli imprenditori ticinesi – come di quelle di aziende di piccola e media dimensione del resto del mondo – si potrebbero scrivere diversi libri. Vi sono ricercatori in Ticino che, nel campo delle analisi della formazione professionale, si stanno occupando anche di questo aspetto del problema. Purtroppo però io non conosco ancora i risultati di questi studi.   

Pubblicato

Venerdì 20 Giugno 2008

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