< Ritorna

Stampa

 

Ticino-Equador... e ritorno

di

Maria Pirisi
La mamma equadoregna all’entrata dell’autosilo di Bellinzona strimpella debolmente il suo charango, mentre il pianto del suo bambino infagottato sommerge le note strascicate; fuori dai supermercati a Lugano la scena si ripete, solo che a soffiare sul flauto di Pan c’è una ragazza. Gli equadoregni sono tornati e la loro presenza è un deja-vu. Fino a pochi mesi orsono sembravano spariti: merito del progetto “Ecuador” si era detto. Un merito che in un articolo del Corriere del Ticino dello scorso 24 agosto è attribuito esclusivamente all’associazione di aiuto umanitario Consono di Mimi Lepori Bonetti che aveva elaborato il progetto atto a promuovere delle attività che garantissero un futuro a molte famiglie della comunità di Carabuela (Ecuador) da dove proveniva la maggior parte dei sans-papier equadoregni poi rimpatriati. «Adesso, a un anno di distanza delle tormentate vicende giudiziarie, gli equadoregni non ci sono più», scriveva il Corriere del Ticino lo scorso 24 agosto in un articolo dove si dà un’immagine favolistica degli effetti benefici del progetto. Un’immagine smentita dalla realtà dove gli equadoregni – e con loro molti Nem – sono ricomparsi, che li si voglia vedere o no. Ma cos’è successo? A scavare si scopre che nel frattempo l’associazione Jatari-Ticino si è sciolta, prendendo le distanze dal progetto “Ecuador”. Il progetto, a cui hanno dato il sostegno il Dipartimento delle istituzioni e la Polizia cantonale, poggiava su due associazioni: una con sede in loco, a Carabuela, l’associazione Jatari, e una operante in Ticino e dall’omonimo nome: associazione Jatari-Ticino, presieduta da fra Martino Dotta [si veda box sotto, ndr]. Associazione, quest’ultima nel cui comitato sono confluiti diversi membri del Movimento dei senza voce (Mdsv), fra cui Maria Invernizzi-Piccioni e la parlamentare Ps Marina Carobbio Guscetti. «Dopo le dimissioni di fra Martino da presidente – afferma Maria Invernizzi-Piccioni , del Mdsv – tutti i membri del comitato hanno deciso di sciogliere l’associazione. Ci ha amareggiati l’uso strumentale che la Consono ha fatto di questo progetto esibito quasi fosse un’opera targata Ppd». Marina Carobbio conferma: «lo scioglimento dell’associazione Jatari-Ticino è stato deciso nel settembre scorso quando siamo venuti a sapere dell’utilizzazione strumentale del progetto da parte del Ppd [di cui fa parte Mimi Lepori Bonetti, responsabile della Consono, ndr] che tra le risoluzioni del suo ultimo congresso riportava testualmente: “il progetto di aiuto in patria dei sans-papier equadoregni, oggi impiegati nel loro paese d’origine, rientra tra le azioni puntuali del Ppd”». Ma come mai non è stata resa pubblica la notizia dell’avvenuto scioglimento dell’associazione? «Si è rinunciato a renderla pubblica – risponde Marina Carobbio Guscetti – proprio per evitare che un’azione del genere, a caldo, potesse essere a sua volta essere oggetto di strumentalizzazioni. Tutti noi che facevamo parte del comitato di Jatari-Ticino continuiamo ad essere attivamente impegnati con la questione dei sans-papier equadoregni qui nel cantone». Sorprende comunque sapere che sia stato abbandonato il progetto “Ecuador” – da parte di un’associazione che ha particolarmente a cuore la sorte dei sans-papier – quando solo lo scorso 24 agosto sul Corriere del Ticino si leggeva: «Ora le aspre contrapposizioni fra i fautori delle porte aperte e gli strenui difensori della legalità a tutti i costi appaiono solo un lontano ricordo. Diatribe spazzate via dal buonsenso e dalla lungimiranza di privati ed esponenti politici». «Vorrei ricordare – aggiunge Marina Carobbio Guscetti – che noi abbiamo salutato a suo tempo positivamente il progetto concreto di aiuto agli equadoregni sul territorio. Purtroppo però attualmente osserviamo che in realtà la situazione dei sans-papier, e degli equadoregni in particolare, in Ticino non è migliorata». Ed è per questo motivo che il Movimento dei senza voce, a cui è vicina anche Marina Carobbio Guscetti, continua a lavorare su progetti puntuali. «Come medico – afferma ancora – devo constatare che qui in Ticino, fra i gravi problemi che concernono i sans-papier, persiste un’emergenza sanitaria. A queste persone, che vivono nell’indigenza, è negato l’accesso alle cure di base.» E quelli che riescono a farsi curare, aggiungiamo noi, è solo grazie all’assistenza gratuita prestata da alcuni medici. Anche Maria Invernizzi-Piccioni si dice preoccupata per la situazione dei sans-papier in Ticino: «Il Movimento dei senza voce è continuamente sollecitato da senza-tetto stranieri e non, che hanno bisogno di un pasto e di un rifugio al caldo». Tornando al progetto “Ecuador”, non si può certo affermare che esso sia – come invece è stato sbandierato – l’argine magico che avrebbe arrestato il flusso di migranti equadoregni verso il Ticino. I disperati, equadoregni e non, continueranno a cercare di arrivare per raccogliere almeno le briciole di un benessere economico per loro irraggiungibile. Per loro, che arrancano nella quotidianità, il Movimento dei senza voce chiede che si dia la possibilità di aiutarli ad alleviare la loro indigenza. «Al momento – prosegue Maria Piccioni Invernizzi – stiamo elaborando un progetto che vorremmo sottoporre al Dipartimento sanità e socialità per vedere se è possibile trovare il modo di far riconoscere il nostro centro di prima accoglienza [non ufficiale e il cui indirizzo – per ovvie ragioni di protezione di chi vi risiede ed è senza permesso di soggiorno – è ancora segreto, ndr]. Abbiamo bisogno di un sostegno finanziario per poter garantire la presenza di una figura professionale sul posto in quanto le persone che ospitiamo presentano problemi spesso serissimi e di difficile gestione. Vorremmo poterli aiutare ad elaborare un possibile percorso di vita futura e non limitarci a dare loro un tetto e basta. Di fronte all’emergenza vorremmo inoltre poter accogliere molte più persone di quelle che ospitiamo attualmente. La situazione è drammatica poiché i rigori dell’inverno sono arrivati con anticipo e al nostro centro di prima accoglienza non c’è più posto. Abbiamo dovuto rifiutare diverse persone, famiglie di fronte alle quali è dura presentarsi senza poter offrire loro un aiuto». Un’umanità allo sbando, la maggioranza della quale costituita da Nem, continua a girare nelle nostre strade. «Non si possono chiudere gli occhi – dice Invernizzi-Piccioni – e far finta che queste persone non esistono più». E per quel che riguarda l’Ecuador, «non si può pensare di avere sistemato tutto con un progetto». «Parliamo di equadoregni – rileva Maria Invernizzi-Piccioni – ma non dimentichiamo che seppur nella loro estrema precarietà qualche soldo suonando qua e là, o vendendo i loro prodotti, riescono a rimediarlo in quanto – se non altro – la maggior parte di loro un permesso turistico riesce a rimediarlo (molti equadoregni vengono dalla Spagna dove magari hanno ricevuto il permesso di soggiorno). Chi invece al momento non ha voce e si trova in una situazione veramente drammatica sono i Nem che, in quanto clandestini, non possono rischiare di uscire allo scoperto». Ma un progetto soltanto non basta «Niente da dire sul progetto in sé allestito in Ecuador», tiene subito a precisare fra Martino Dotta: «Da quel che mi risulta – ci dice il frate cappuccino – sembra che il progetto, seppur con i ritmi lenti del posto, proceda. Ma per noi associazione Jatari-Ticino era chiaro che quella non era l’unica soluzione che avrebbe risolto l’emergenza equadoregna che ogni anno si ripresenta anche qui in Ticino. Il loro ritorno la scorsa estate e ora a Natale dimostra che sull’immigrazione è necessario adottare una politica a lungo termine e non solo a corto termine come quella che si è cercata di attuare negli ultimi anni.» A cosa si riferisca, lo spiega subito: «È lodevole che il Dipartimento delle istituzioni e la Polizia cantonale si siano attivati per trovare delle alternative, collaborando al progetto ma questo non basta. Non si può andare in giro a dire che oramai il problema è risolto. E dove alloggiare gli stranieri di passaggio, che hanno il permesso di soggiorno in uno stato europeo e vengono in Svizzera a cercare di guadagnare qualche soldo, vivendo di espedienti?». «Com’è, tra l’altro, il caso di diversi equadoregni che sono attualmente in Ticino», prosegue fra Martino Dotta. «Intendo dire che è giusto pensare a delle soluzioni alternative che prevengano i flussi migratori ma continuando ad essere realisti sulla loro vera portata. Non possiamo illuderci e illudere la popolazione ticinese che basta il progetto “Ecuador” per fermare chi arriva da noi in cerca di un miglioramento delle proprie condizioni economiche», conclude l’ex presidente della disciolta associazione Jatari-Ticino.

Pubblicato

Venerdì 23 Dicembre 2005

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Giovedì 2 Dicembre 2021