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Testimoniare devo

di

Gianfranco Helbling
È una piccola grande occasione la mostra “Il mestiere di poeta: le immagini di Pasolini” in corso fino al 3 giugno alla Biblioteca cantonale di Lugano. Piccola perché esposte sono una ventina di fotografie di vita quotidiana di Pasolini o scattate sul set del suo film “La ricotta”. Grande perché l’autore è uno dei massimi rappresentanti del fotogiornalismo italiano, Mario Dondero. Che la mostra permette di scoprire anche nelle pagine di un bel libretto d’accompagnamento (“Sguardi su Pasolini”, a.c. di Antonio Ria, ed. Le Ricerche, Losone). Dondero, classe 1928, ha sempre rivendicato la sua appartenenza politica di sinistra anche nel suo lavoro, sia che ritraesse personalità della cultura, sia che fosse inviato nei punti più caldi del pianeta. Attualmente collabora con “Diario”, “Il Manifesto” e “Il Venerdì di Repubblica”. In questa intervista ci parla della sua etica professionale e del “suo” Pasolini. Mario Dondero, come mai ha finito col dedicare una parte importante della sua produzione fotografica ai ritratti di scrittori, filosofi e intellettuali, fra i quali Pier Paolo Pasolini? Non sono né un fotografo di cinema né un fotografo di teatro, né un fotoreporter. Sono un fotografo della vita tout court. Per passione più che per mestiere. Anche se avendo fatto una famosissima foto di gruppo degli scrittori delle Editions de Minuit mi si considera spesso un fotografo della letteratura. Ma io fotografo gli scrittori che mi piacciono. Non sono disponibile a fotografare qualunque scrittore, ma non per supponenza: credo che per fotografare uno scrittore ci voglia affinità. Il bello di fotografare gli scrittori non è che lo fai in occasione di incontri fugaci, ma ti leghi a loro, finisci per conoscerli bene. È quanto mi accadde nella sua stagione romana con Max Frisch: come nel caso di Pasolini trovai con lui delle affinità di natura sociopolitica, oltre che poetica, e mi affascinava la sua sensibilità civile e umana. Ma provai molta simpatia anche quando conobbi e fotografai Günther Grass. Entrambi sono dei giganti della nostra civiltà. Adesso mi piacerebbe molto andare in Finlandia a fotografare Arto Paasilinna, l’autore de “L’anno della lepre”. Lei è però famoso anche per i suoi reportages fotografici e di denuncia, spesso in situazioni molto calde. Con che spirito affronta la realtà? Mi considero un fotografo politico, non un artista. Sono uno che racconta la vita delle persone, poi sono gli altri che mi considerano un artista. Mi definiscono ostile all’estetica, ma non è nemmeno vero. Ritengo che la qualità estetica dell’immagine sia importante, ma non può essere predominante rispetto alla denuncia. La prima qualità del fotografo politico è il rispetto della verità, che vuol dire saper riprodurre nelle sue immagini delle sfumature che permettono di captare la complessità delle situazioni. Invece c’è una tendenza edulcorante nell’aspetto museale della fotografia: esponendola si tende a togliere la forza di denuncia che l’immagine ha in sé. Una delle qualità centrali del fotografo è saper raccontare semplicemente le cose in modo onesto e leale. La necessità assoluta di testimoniare, di documentare, di raccontare, di denunciare è indispensabile. Lei è sempre stato apertamente schierato a sinistra. Cosa significa questo nel suo approccio al lavoro? Essere un fotografo di sinistra significa saper essere solidali con gli ultimi, ma nel contempo liberi, caldi e generosi. Io sono fortissimamente schierato. Sono stato giovanissimo partigiano nell’Ossola, in Val Canobbina, a pochi passi dalla Svizzera. Però mi annoia mortalmente il grigiore della propaganda. Se la fotografia dev’essere verità deve saper evitare i clichés schematici. Per questo collaboro ancora con grande piacere a giornali come “Il manifesto” e “Diario”: e sono orgoglioso di aver fatto la foto di Giuliana Sgrena che durante il suo rapimento ha fatto il giro del mondo. Una cosa che invece rimpiango della mia vita è di aver assistito ad un po’ troppe riunioni politiche insignificanti. Ho sempre cercato situazioni in cui ci fosse un portato di umanità molto grande. E credo in una frase di Ryszard Kapuscinski, secondo cui un fotografo non dev’essere cinico, ma deve sempre lasciare aperto uno spiraglio all’incanto. Si è trovato bene fra i suoi colleghi? Il mondo dei fotografi è interessante già soltanto per gli esseri umani che ci incontri. Alcuni sono magnifici. Sfiorando molte situazioni portano un carico di esperienze di vita straordinario. Molto più dei giornalisti, che spesso se ne stanno chiusi in redazione a scrivere. Ma è un mondo anche molto competitivo, dove però col tempo ci si conosce e si finisce col volersi bene. Che giudizio dà del fotogiornalismo contemporaneo? Oggi c’è molto fotogiornalismo banale e un’esaltazione del fotogiornalismo americano come il più alto al mondo, cosa che io non credo affatto. A parte il fatto che proprio negli Stati Uniti il fotogiornalismo è confrontato in maniera importante con il problema della censura, arma di cui si servono senza remore le forze capitaliste, c’è in giro un sacco di fotografi africani piuttosto che vietnamiti o rumeni che sono straordinari ma che nessuno considera perché non hanno alle spalle le grandi centrali distributive, come le agenzie Ap e Reuters. Che sono anche molto inquinanti, perché le grandi agenzie fotografiche sono nelle mani di potenti multinazionali ma da loro devono servirsi anche i giornali di sinistra. Devo dire che Ap e Reuters hanno fatto grossi progressi sul piano della qualità, ma il loro prodotto tende ad uniformare i giornali del mondo intero. Che non presentano più reportages con il conio del giornale che li ha ordinati, ma servizi scaricati all’istante e senza troppo riflettere in un continuo flusso di immagini. Lei usa pochi accessori. Perché? Cerco di essere leggero, di non sommergermi di obiettivi. Perché il carico di obiettivi anziché liberare la creatività la ottunde. Eppoi c’è un uso psicologico dell’obiettivo che non mi piace, come una pistola. Spesso si dimentica che con le foto si può uccidere. È rimasto fedele alla pellicola? Sì, perché ho un’età così alta che non mi vedo a rivoluzionare la mia tecnica. Sono invece affascinato dal video digitale nel cinema, perché la tecnica del cinema tende a togliere spontaneità alla situazione, per cui una strumentazione più leggera può essere senz’altro utile: la pellicola può nasconderti la realtà mentre il video te la mostra. L’ho capito in un’esperienza drammatica in Afghanistan, dove sono stato per Emergency: ebbene, i medici dell’organizzazione usavano la videocamera digitale per riprendere le ferite e chiedere consulenza in tempo reale ad esperti che si trovavano a migliaia di chilometri. D’altro canto la diffusione delle immagini che il digitale consente inquina la nostra vita: le nostre città sono involgarite da gigantografie appese ai muri delle case che con immagini mondane nascondono la tristezza dei loro abitanti. Veniamo alla mostra luganese su Pasolini. Che cosa l’affascinava in lui? Pasolini aveva una qualità assoluta, che era la sua coscienza civile. Oltre che un artista poliedrico lavorava per essere dentro a tutte le più importanti battaglie civili. Lui non solo ci ha mostrato il proletariato, ma ci ha svelato l’esistenza del sottoproletariato: a noi che eravamo cresciuti col mito del proletariato e che, in questo modo, perdevamo di vista intere fasce di umanità. Lo conobbi perché abitavo accanto a Laura Betti, per cui finimmo per frequentarci. Con Pasolini non parlavamo di fotografia più di altre cose. In genere si parlava dei fatti politici centrali del momento o di qualche film appena uscito. Parlava a tutto campo. Lo caratterizzava una totale assenza di boria, una grande tranquillità. Ed era un grandissimo motore di attività. E come lo fotografava? Io fotografavo Pasolini vedendolo vivere, non posava per me. Molte foto, come il ritratto di lui con la mamma, erano fatte un po’ per caso, in cinque minuti. Altre nascevano spontaneamente: se un giorno mi diceva che andava in moviola e io avevo tempo lo seguivo. La maggior parte delle mie foto di Pasolini sono racchiuse nella mia parentesi romana, che coincide grosso modo con gli anni ’60. Poi andai a Parigi, e gli incontri si fecero più sporadici. Però mi bastava tornare a Roma e andare al “Cesaretto” per incontrare lui, ma anche Goffredo Parise, Ennio Flaiano, Corrado Stajano, Gian Maria Volonté, ma anche Eduardo Galeano e Osvaldo Soriano. Era una società vicina e abbordabile, mentre oggi c’è una grande dispersione.

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Venerdì 5 Maggio 2006

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