Mentre la grande campagna informativa dei frontalieri italiani in Svizzera, lungo i 744 km del confine, è giunta alle sue fasi conclusive, già si prefigura la strategia successiva volto a fermare l’iniqua tassa sulla “salute”. Al nuovo balzello, introdotto con l’ultima legge di bilancio a carico dei “vecchi” frontalieri (coloro che erano stati risparmiati dal cambio delle norme sull’imposizione fiscale dal trattato internazionale tra i due paesi tradotta nella legge 83/23), imposti esclusivamente in Svizzera, si aggiunge una seconda tassazione italiana sul salario netto residuo (la misura tra il 3% ed il 6% sarà stabilita dalle Regioni di confine successivamente ai decreti attuativi).

 

Una tassa ingiusta perché i frontalieri partecipano alla fiscalità nazionale nella misura del 40% delle tasse versate in Svizzera, i famosi ristorni destinati a Regioni, Province, Comuni e Comunità montane. Iniqua perché assicura l’esigibilità del Servizio sanitario nazionale solo a fronte del suo versamento in barba all’art. 32 della Costituzione sull’universalità del diritto alla cura, determinando di fatto un nuovo elemento di discriminazione tra cittadini. Intempestiva perché giunge a valle dell’accordo internazionale, delle disposizioni del Memorandum d’intesa sindacale tradotti a luglio in legge, che ha ridefinito il sistema di tassazione salvo poi cambiarlo a distanza di poche settimane (in barba all’articolo 117 della Costituzione sul rispetto degli obblighi internazionali). Illegittima perché introduce la doppia imposizione (quando gli stessi elementi di reddito sono tassati contemporaneamente da due Paesi), dopo aver sottoscritto un trattato contro le doppie imposizioni secondo le regole OCSE che, tra le altre cose, ha introdotto per i nuovi frontalieri (dal 2024) la tassazione concorrente. Ma soprattutto, la nuova tassa è inutile. Secondo il legislatore si tratterebbero di risorse da impiegare per incrementare i salari dei lavoratori del comparto sanitario utili come deterrente alla fuga verso la Svizzera (se ne contano oltre 5000 sui 90.000 frontalieri): il delta salario con i Cantoni, l’assenza d’informazioni certificate per parte italiana, il rimando ai contratti collettivi, l’allocazione delle aziende sanitarie, le declaratorie sono solo alcuni degli elementi che renderanno inapplicabile tale norma. Già si registrano i trasferimenti di scopo: infermieri italiani che mutano il permesso G (per frontaliere), in quello B (di dimora), per evitare il nuovo balzello e mantenere la tassazione esclusiva in Svizzera; un deterrente spuntato.

 

Contrarie anche molte amministrazioni comunali e provinciali

Nelle prossime settimane le Organizzazioni sindacali italiane e svizzere presenteranno un parere legale allo scopo di dimostrare i chiari indizi di incostituzionalità da sottoporre alla Corte Costituzionale qualora la legge fosse attuata. Attendiamo l’audizione da parte delle regioni Piemonte, Alto Adige, Valle d’Aosta risolta quella con la Lombardia con un nulla di fatto con la regione di fatto, titolare della proposta. Auspichiamo infine la convocazione del tavolo interministeriale per discutere anche nella sede nazionale presso il Ministero del Lavoro, l’annosa questione.   

Non siamo soli in questa battaglia: quasi un centinaio di amministrazioni comunali e provinciali hanno già votato nei propri consigli ordini del giorno che chiedono al Governo nazionale di recedere dall’applicazione della norma. Il clima elettorale certo aiuta a muovere l’iniziativa (tra questi il presidente della Regione Piemonte non è stato affatto tenero con l’improbabile provvedimento, mentre quello della Lombardia lo ha quasi rivendicato). Per le Istituzioni non si tratta infatti solo di stare dalla parte del cittadino, ma anche di veder eroso parte della ricchezza che ricade sul territorio in termini di capacità di consumo, atteso che i Comuni di frontiera sono “dipendenti” da 89 milioni di ristorni fiscali (1450€/frontaliere), senza dei quali per molti la spesa corrente sarebbe (il 50% del totale), insostenibile. Per altro verso, preoccupate sono anche le industrie ticinesi (AITI), che guardano alla possibile carenza di manodopera futura scoraggiata da provvedimenti che riducono il potere d’acquisto dei frontalieri dentro un contesto di inverno demografico, hanno nei mesi scorsi sottoposto al Governo federale la domanda sulla “legittimità” della tassa in relazione all’accordo internazionale da poco in vigore. Obiettivi, sensibilità, interessi differenti ci collocano tuttavia sulla medesima lettura dell’incongruità della norma introdotta.

 

Il periodo che ci separa dalle elezioni europee è il momento utile per l’affondo della battaglia sull’abrogazione della norma: denuncia dei profili potenziali di illegittimità, costruzione di un’alleanza con le Istituzioni locali e Regionali, interventi parlamentari delle opposizioni, mobilitazione dei lavoratori sono gli strumenti che ci potranno consentire di vincere una battaglia giusta.            

Pubblicato il 

19.04.24
Nessun articolo correlato