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Africa

Tanzania, il paese dove il Covid non esiste

Viaggio nel paese africano, che combatte il virus con preghiere e pozioni magiche

di

Isolda Agazzi

La Tanzania era l’unico paese al mondo ad aver sconfitto ufficialmente il Covid con la medicina tradizionale, la preghiera e il digiuno... Fino all’arrivo in massa dei turisti, soprattutto a Zanzibar. Eppure fuori dai sentieri battuti non c’è anima viva, a scapito degli abitanti per cui il turismo è una fonte di reddito importante. Viaggio da Bagamoyo alle falde del Kilimangiaro, con le sue piantagioni di fiori e caffè, sulle tracce dei coloni tedeschi.

Un vento volubile arruffa il cielo sopra Bagamoyo. Nella piccola città costiera della Tanzania, antica capitale dell’Africa orientale tedesca, gli alberi che si avvinghiano alle vecchie pietre scuotono l’enorme fogliame, le onde dell’Oceano Indiano ruggiscono sul porto e i fantasmi si aggirano fra gli edifici fatiscenti. Gli uomini in bicicletta, con il tipico copricapo quadrato, percorrono i ciottoli della città di pietra, dove il profumo dell’oud, l’incenso contro il malocchio, si mescola all’odore acre del pesce fresco. Il vento risveglia la storia e il passato sembra prendersi la rivincita. Perché se nell’ex potenza coloniale, come in tutta Europa, la vita ha sospeso il volo a causa della pandemia, in questa città africana, come in tutta la Tanzania, il suo soffio è più potente che mai.


«Questa è la nostra medicina anti-Covid. La prendiamo mattina, mezzogiorno e sera, rafforza il sistema immunitario e ci rende forti!» esclama un contadino, mostrando con orgoglio una bottiglietta che contiene una miscela arancione di succo di limone, zenzero, cipolla e due piante locali. Grazie a questa bevanda e a una fede incrollabile, i tanzaniani erano convinti di aver sconfitto il Covid. Bisogna dire che la farmacopea tradizionale è alla portata di tutti e la gente si affida alla medicina occidentale, più onerosa, solo se la prima si rivela inefficace.


Il presidente John Magufuli morto in circostanze misteriose dopo che 509 casi erano apparsi nell’aprile 2020, aveva proclamato tre giorni di preghiera e digiuno ed esortato i connazionali a bere la pozione magica. In seguito, ha dichiarato che il Covid era scomparso – un’affermazione confermata da tutti i nostri interlocutori, locali e stranieri, ma impossibile da verificare visto che il conteggio è stato sospeso.


Ma se le piante medicinali e le preghiere hanno forse protetto i tanzaniani dalla prima ondata, non sono state altrettanto efficaci contro i turisti. Da dicembre si precipitano nell’unico paese al mondo dove non ci sono test d’ingresso, né mascherine, né quarantena, né lockdown. La Tanzania non ha chiuso quasi mai le frontiere, ma prima c’erano pochi aerei. Adesso Klm effettua un volo quotidiano ed esige un test Pcr (e da poco anche un test rapido) per via dello scalo ad Amsterdam, ma le altre compagnie non richiedono niente di simile. I turisti provengono principalmente dai paesi dell’Europa orientale, con i quali il governo ha concluso pacchetti molto vantaggiosi, ma ci sono anche degli svizzeri.

C’è bisogno del turismo
La Tanzania ha bisogno del turismo e il governo punta sulla crescita economica per farne un paese a reddito intermedio entro il 2025 (attualmente il reddito pro capite è di 1.122 dollari all’anno). «Siamo poveri, la maggior parte della gente vive alla giornata, non possiamo permetterci un lockdown», riassume sobriamente un uomo che deve aver raggiunto il limite dell’aspettativa di vita, che qui è di 64 anni.


Da fine gennaio la Chiesa cattolica, per la quale le preghiere palesemente non bastano, ammonisce sull’esistenza del virus. Il 17 febbraio, il vicepresidente di Zanzibar, Seif Hamad, è morto all’età di 77 anni dopo aver dichiarato pubblicamente la sua positività. Il 20 febbraio, un’associazione locale di giuristi ha pressato il governo di riconoscere l’esistenza della pandemia «che minaccia il diritto alla vita iscritto nella costituzione». Cosa che il ministero della Sanità ha fatto il giorno dopo, per la prima volta. Fedele a sé stesso, il presidente, uno scienziato di formazione, ha dichiarato che la Tanzania farà a meno dei vaccini «fino a quando non saranno dimostrati sicuri ed efficaci» ed ha escluso un lockdown, sottolineando che le mascherine «non sono vietate, ma è meglio usare quelle di fabbricazione locale».


Solo che il 17 marzo John Magufuli è morto a sua volta, ufficialmente per problemi cardiaci, ma questa spiegazione non convince tutti.  
I turisti affollano soprattutto l’isola di Zanzibar. Alcuni si avventurano fino ad Arusha, sulla terraferma, per fare un safari nei parchi nazionali del Serengeti, Ngorongoro e Terengire, o per scalare il Kilimangiaro, la montagna più alta dell’Africa, o il Monte Meru, la seconda più alta.

Addio alle rose
Nelle strade di Arusha, soprannominata “la Ginevra d’Africa” per via della sede della Corte africana dei diritti umani – che peraltro nessuno conosce –, le donne vendono rose e altri fiori recisi. Quelli più belli sono esportati verso i mercati europei. O forse bisognerebbe dire “erano” perché il Covid sta facendo tracollare anche questa fonte di reddito. Undici aziende di floricoltura hanno già chiuso nella regione di Arusha e del Monte Meru, in seguito al crollo della domanda in Europa e della difficoltà di comprare fertilizzanti e pesticidi. I 900 lavoratori della dodicesima, la Mount Meru Farm, non hanno ricevuto lo stipendio da agosto né alcun compenso da parte dello Stato, sicché questa azienda di floricoltura, fiore all’occhiello dell’Africa orientale, sta rischiando di fallire a sua volta.


Al di fuori di queste note destinazioni non c’è anima viva, con grande rammarico della popolazione per cui il turismo è una fonte di reddito importante che fa vivere tutta la comunità. «Il mio albergo è quasi vuoto. Finora sono riuscita a non licenziare nessun dipendente riducendo gli orari di lavoro e a mantenere i loro figli a scuola, ma se i turisti continuano a non venire, non so come faremo», confida la proprietaria di un hotel.

Nelle montagne di Usambara, tradizioni e modernità
“Musungu, corona!” [Stranieri, corona], ci gridano i bambini sui sentieri delle montagne d’Usambara, lontanissime dal turismo di massa, che percorriamo dalla cittadina di Lushoto, molto apprezzata dagli ex coloni tedeschi per il suo clima fresco. Una località molto pulita, come il resto della Tanzania d’altronde, in cui i sacchetti di plastica sono vietati.
Ci arrampichiamo su dolci pendii, fra una vegetazione esuberante di banani, eucalipti, avocado e piante medicinali. Passiamo davanti a un forno di mattoni – la costruzione di case di legno è vietata per preservare l’ambiente e perché troppo fragili – e ci avviciniamo quatti quatti a dei camaleonti e a due o tre scimmie non ancora finite in pentola per preparare una misteriosa minestra usata per calmare i pianti dei bambini. Attraversiamo villaggi dove la vita si svolge semplicemente, ma con grande dignità: un parrucchiere aspetta i clienti sulla soglia di una porta dipinta con estro. Uomini un po’ alticci e alcune donne spingono affannosamente la ruota di legno di un birrificio artigianale di canna da zucchero.


I bambini in uniforme bianca e blu vanno alla shule – nome ereditato dai tedeschi che, nel 1896, costruirono la prima scuola dell’Africa orientale a Bagamoyo – quando non sono alla scuola coranica. Altri passano con pesanti carichi di legna sulla testa – solo di domenica, ci assicurano. Quando piove, raccolgono in secchi di plastica l’acqua che sarà bollita per essere bevuta.


Gli uomini seduti su una panchina guardano distrattamente le donne che fanno il bucato. Donne che, quando rimanevano vedove, dovevano sposare il fratello del marito defunto purché si dimostrasse un buon amante! In caso contrario, potevano rifiutarlo e provare tutti gli altri fratelli finché non trovavano quello giusto. Una tradizione che si va perdendo...
Sul far della sera, quando arriviamo al canto del muezzin nel villaggio dove passeremo la notte, siamo invitati a bere caffè, chai speziato e altre bevande tonificanti dagli uomini che rifanno il mondo intorno a un tavolo di legno. Benché minuscolo, il villaggio conta non meno di due discoteche molto popolari tra i giovani, che raggiungiamo al buio con il naso all’insù, gli occhi persi in un scintillante tappeto di stelle. All’autostazione, il luogo più animato del villaggio con il mercato, i procacciatori attirano i viaggiatori sugli autobus e i dala dala [minibus] mai troppo pieni, dove si ammassano uomini, animali e bagagli. Trasporti pubblici economici, molto frequenti e puntuali, a condizione che una mandria di buoi recalcitranti, che i pastori cercano di riposizionare a grandi colpi di bastoni, non ritardi il viaggio. Ovunque si trovano wakala, gabbiotti di legno dove si ricarica il cellulare per fare pagamenti elettronici con estrema facilità.

Comunità in armonia
«In Tanzania siamo molto religiosi. Nella stessa famiglia ci sono cristiani e musulmani, quindi non possiamo litigare», spiega la madre superiore di un sorprendente seminario di una quarantina di novizie dove passeremo la notte seguente. Un luogo sospeso fra cielo e terra, fuori dal tempo e dalle turbolenze del mondo, dove le ragazze sembrano vivere in grande serenità e il convento in piena autosufficienza alimentare.


«Il nostro presidente ci ha esortato ad andare d’accordo, quindi cerchiamo di evitare i problemi, siamo una sola nazione», aggiunge la suora. Questa impressione è confermata dalla buona intesa che sembra regnare tra le comunità – le moschee si alternano a chiese di tutti i tipi, e talvolta a templi indù e sikh. Un’eredità del ricco passato del paese, colonizzato prima dal sultanato di Oman, che introdusse la schiavitù, poi dai tedeschi e dagli inglesi, che la abolirono, con una presenza significativa di commercianti indiani e persiani. Una miscela ammaliante che ha dato vita alla cultura swahili, un collegamento tra Africa, Medio Oriente e Asia sulle onde tumultuose dell’Oceano Indiano.

Il caffè portato dai tedeschi

I tedeschi introdussero la coltivazione del caffè nella regione del Kilimangiaro e per esportarlo costruirono una ferrovia dalla città di Moshi, che è ancora in funzione oggi. «Coltiviamo solo caffè organico, senza fertilizzanti né pesticidi, secondo la tecnica della permacultura», ci spiegano i contadini offrendoci una tazza di Arabica tostato e macinato davanti ai nostri occhi, al suono di danze e canti tradizionali. «Lo vendiamo ai turisti al prezzo di 30.000 Tsh al kg (15 franchi), ma purtroppo quest’anno ce ne sono pochi per via della pandemia». La maggior parte del caffè della regione, ci assicurano, viene comprato dalla compagnia tedesca Chibo, che ha le sue grandi piantagioni di caffè ibrido e, quando lo compra dai piccoli agricoltori, paga la “miseria” di 2 dollari al kg (questo è il prezzo sul mercato internazionale). «Con 1 kg di caffè si fanno 40 tazze... Ecco perché preferiamo venderlo direttamente ai turisti, quando ce ne sono» aggiungono.


Il che dimostra l’ambiguità della Tanzania, come di tutti i paesi in via di sviluppo, nei confronti del turismo, di cui ha un bisogno acuto, con il rischio di far ripartire la pandemia.

Pubblicato

Giovedì 15 Aprile 2021

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