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"Tagli", la solerzia della Rtsi

di

Stefano Guerra
«Si potrebbero fare 8 milioni di risparmi semplicemente togliendo di mezzo un po’ di Ppd, di quelli incrostatisi ai piani alti della Rtsi», scriveva il quindicinale satirico “Il Diavolo” nella sua ultima edizione. Gli 8 milioni di risparmi la Rtsi li farà invece in altro modo. Tagliando 58 posti di lavoro (alcuni quadri inclusi), licenziando un massimo di 10 persone (verosimilmente quadri esclusi...). Con una solerzia che non è passata inosservata, non imitato dai responsabili delle altre unità aziendali della Ssr, il direttore della Rtsi Remigio Ratti ha annunciato la cura dimagrante un mese fa, proprio mentre il Consiglio nazionale stava discutendo della nuova legge radio-tv. L’annunciata necessità di ricorrere già ora a licenziamenti sta suscitando malumore all’interno della Rtsi. E il timore che sia solo l’inizio, che altri tagli – questa volta sui programmi – seguiranno, prende corpo. Se ne parlerà domani nella riunione del Consiglio regionale della Corsi. Sulla natura dei tagli alla Rtsi oggi non se ne sa granché di più rispetto a un mese fa. Allora il direttore regionale Remigio Ratti annunciò ai microfoni della Rsi la soppressione di 58 posti di lavoro (il 5 per cento delle capacità): 10 in radio, 35 in tele, gli altri 12-13 nella direzione regionale (quadri inclusi), per un risparmio di 7,9 milioni di franchi da realizzarsi incidendo su costi fissi e di struttura, senza intaccare direttamente l’offerta dei programmi. La cura dimagrante era stata avallata a maggioranza il 20 settembre dal comitato della Società cooperativa per la radiotelevisione nella Svizzera italiana (Corsi), che aveva esaminato in tre occasioni il piano d’azione elaborato nel corso dell’estate dai vertici della Rtsi dopo l’annuncio del primo “pacchetto” di risparmi fatto a fine giugno dal direttore della Ssr Srg idée suisse Armin Walpen (vedi box sotto). Ratti allora non aveva escluso licenziamenti: «nella peggiore delle ipotesi per 10 unità», aveva spiegato a laRegioneTicino. Una cifra tutt’ora valida, ci conferma via e-mail. Per il resto si farà capo il più possibile a prepensionamenti e spostamenti interni. Oltre che ricorrere all’“esternalizzazione” di alcuni servizi. «L’impressione è che si voglia risparmiare più del necessario. E che si possa trovare una strada meno dolorosa per il personale», dice ad area Renato Soldini, collaboratore Rtsi e presidente della sezione di Lugano del Sindacato svizzero dei massmedia (Ssm). Soldini è convinto che già con queste prime misure – che fanno seguito però ad anni di sforzi per contenere i costi – i programmi soffriranno. «Fra le unità aziendali della Ssr, la Rtsi è la più produttiva: produce programmi equivalenti alle altre regioni con un numero di dipendenti molto inferiore, e il personale già oggi lavora al limite. Se si tolgono altre risorse non potrà che esserci un peggioramento della qualità e della quantità dei programmi, già in questa prima fase». Sarebbe il risultato, indicava in una nota la sezione di Lugano dell’Ssm, di una politica «miope», che erroneamente «identifica nel personale la principale fonte di risparmio». Ad essere sul chi vive in queste settimane sono soprattutto i collaboratori della scenografia (13 persone), del trovarobato (5) e del garage (2) della Tsi. Tre settimane fa a un’assemblea del personale indetta dall’Ssm giravano volti scuri. «Tirava una brutta aria: ognuno si chiedeva se toccherà a lui o a un suo collega», dice Soldini. «C’è molta preoccupazione, anche perché non si sa nulla di preciso», confida ad area un collaboratore dei laboratori di scenografia che ha richiesto l’anonimato. La petizione contro lo smantellamento dei tre settori (alla quale se ne aggiungerà un’altra a livello nazionale, vedi articolo sotto) lanciata in quell’occasione dall’Ssm ha riscosso un discreto successo. Martedì mattina al segretariato di Lugano erano rientrate 577 firme. Il sindacato spera di superare quota 600 (più o meno la metà dei collaboratori della Rtsi) entro lunedì, quando le sottoscrizioni saranno consegnate al direttore della Tsi Dino Balestra. Intanto, un gruppo di lavoro sta verificando costi e produttività del settore scenografia. L’analisi fornirà cifre che aiuteranno a calibrare i tagli. Sulla loro entità Remigio Ratti non si sbilancia: la cifra di -13 unità lavorative nei tre settori è «sostanzialmente corretta», afferma. Sui possibili licenziamenti nei tre settori, il direttore regionale si limita però a ribadire il dato generale già noto: «un numero che va da 0 alla decina». Nei corridoi di Comano si dice che l’“esternalizzazione” di scenografia, trovarobato e garage comporterebbe un risparmio compreso tra i 500 e gli 800 mila franchi, una cifra tutto sommato modesta se letta alla luce dei ventilati (e dall’ancora imprecisato numero) licenziamenti che rischiano di avere pesanti conseguenze personali e sociali. «Il termine “modesto” è un concetto relativo», spiega Ratti. «I risparmi da noi valutati rappresentano un contributo significativo rispetto ai 7,9 milioni, anche perché i risparmi in questi settori ne rendono possibili altri in altri ambiti (affitti, come nel caso dei magazzini di Bioggio), altrimenti non realizzabili», ribatte via e-mail il direttore regionale. Che non risponde alla nostra domanda: “non si può procedere in modo più graduale, facendo ricorso alla normale fluttuazione del personale?”. La questione, però, non è meramente finanziaria. In gioco v’è dell’altro. Chiudere i laboratori di scenografia, «uno degli elementi fondamentali della produzione televisiva», equivale a compiere «un primo passo verso la privatizzazione della produzione», sostiene Renato Soldini. Una tendenza che sarebbe già in atto: «A livello di persone si sta “disinvestendo” dalla produzione, dove da anni sta pure dilagando l’impiego di personale a prestito in modo da aggirare il contratto collettivo». Per il presidente della locale sezione dell’Ssm rinunciare alla scenografia è «perdere un sapere». Ed è «una frottola» affermare che la sua esternalizzazione completa (da anni la produzione delle nuove scenografie viene sempre più spesso appaltata a ditte esterne) non intaccherà l’offerta e la qualità dei programmi. Di smantellamento della produzione Remigio Ratti non vuol sentir parlare: «In Tsi oggi, su 17 mila ore di programmi diffusi, oltre 10 mila sono prime diffusioni, il 46 per cento delle quali sono nostre produzioni. Credo che parlare di smantellamento/trasferimento di produzioni sia quantomeno azzardato». Forse è vero oggi. Ma è pur vero anche che i programmi e la produzione propria della Rtsi (in primis la costosa e poco pagante “fiction” Tsi) rischiano grosso nell’eventualità tutt’altro che remota di ulteriori tagli, di un secondo pacchetto di risparmi Ssr che molti dentro l’azienda (Walpen compreso) danno quasi per scontato in un futuro nemmeno molto lontano. «Esistono delle ipotesi di lavoro per ulteriori risparmi, così come esistono piani per iniziative di sviluppo», rassicura Ratti. Che però negli ultimi mesi, di fronte alle critiche e alle rivendicazioni provenienti dalle altre regioni linguistiche sulla ripartizione “iniqua” dei proventi del canone, aveva detto a chiare lettere che la Tsi corre il rischio di ridursi a «una televisione di serie B», ripiegata su sé stessa, sempre più regionale, sempre meno nazionale e internazionale (Il Caffè, 25 settembre 2005). Il sostegno alle emittenti private con una parte dei proventi del canone (il cosiddetto “splitting”) costerà meno del previsto. Per questa ragione, e per altri fattori di minore incidenza finanziaria, l’obiettivo di risparmio indicato all’inizio dell’estate dev’essere rivisto verso il basso. Di 10 milioni di franchi. È questo il tenore della lettera che il Sindacato svizzero dei massmedia (Ssm) ha spedito la scorsa settimana al direttore della Ssr Srg idée suisse Armin Walpen chiedendo che l’azienda rifaccia i suoi calcoli e rinunci alla soppressione di posti di lavoro. Una richiesta contenuta pure in una petizione che il comitato nazionale della Ssm ieri si accingeva ad approvare (al momento di andare in stampa la riunione non si era ancora svolta) dando luce verde alla raccolta delle firme che dovrebbe partire nei prossimi giorni. Le ripercussioni sul bilancio aziendale della nuova Legge federale sulla radiotelevisione (Lrtv), passata a fine settembre in Consiglio nazionale, sono meno pesanti di quanto avevano preventivato quattro mesi fa i vertici della società. In particolare, lo “splitting” «non costerà 50 milioni di franchi come stimato in giugno dalla Ssr, ma “solo” 44», spiega da noi interpellato il segretario centrale dell’Ssm Stephan Ruppen. Nel complesso, in gioco vi sarebbero «grossomodo 10 milioni in meno», sostiene Ruppen. Annunciando un obiettivo di risparmio di 80 milioni di franchi prima che i giochi parlamentari sulla Lrtv si facessero, i vertici della Ssr avrebbero quindi peccato di pessimismo. I 10 milioni di franchi di risparmi in eccesso «corrispondono più o meno a 100 posti di lavoro», su per giù quelli che sarebbero a rischio secondo le informazioni attualmente in possesso del sindacato. Ruppen rifà la somma: 58 posti in meno alla Tsi, una trentina in meno alla Radio Suisse Romande (Rsr), tra 12 e 15 alla radio Drs, «sicuramente diversi» alla Tsr e «qualcuno» alla televisione Drs. Per un totale di 110 posti circa. «Una stima prudenziale», afferma. Il segretario della Ssm crede infatti che «verosimilmente saranno di più» se la Ssr vorrà mantenere l’obiettivo di risparmio di 80 milioni di franchi indicato a suo tempo. Che siano di più i posti da sopprimere lo suggerisce la logica. Il peso della parte del “pacchetto” di risparmi a carico delle unità aziendali della Ssr (35 milioni) è stato distribuito tra di esse secondo la chiave di ripartizione dei proventi del canone: la Rtsi deve sobbarcarsi 7,9 milioni di franchi su 35, una percentuale del 22,5 grossomodo equivalente a quella delle risorse destinate alla radiotelevisione svizzera di lingua italiana in base alla chiave di riparto. A rigor di logica, anche il taglio di posti da sopprimere dovrebbe seguire lo stesso principio. Invece, se si tiene per buona la stima prudenziale del Sindacato svizzero dei massmedia, non è così. La Rtsi taglierebbe infatti oltre la metà dei 110 posti che secondo il sindacato sarebbero a rischio in tutte le unità aziendali della Ssr. Un taglio di tale portata, «incomprensibile», Stephan Ruppen se lo spiega unicamente col fatto che la Rtsi è stata sin qui l’unica unità aziendale della Ssr Srg idée suisse ad aver annunciato ufficialmente il numero di posti da cancellare. Un numero che nel complesso, secondo nostre informazioni, dovrebbe aggirarsi attorno alle 240-250 unità, oltre il doppio della stima sindacale. box Nuova Legge federale sulla radiotelevisione (Lrtv, con la concessione del 4 per cento del canone alle emittenti private), esenzione dal canone per chi percepisce prestazioni complementari dell’Avs/Ai, impennata dei costi per i diritti sportivi e cinematografici, nuove tecnologie produttive e distributive, versamento del contributo per il rincaro. È tenendo conto di questi fattori che il Consiglio d’amministrazione della Srg Ssr idée suisse a fine giugno aveva annunciato un ammanco di 160 milioni di franchi entro il 2009. Un “buco” nel piano finanziario 2006-2010 corrispondente a circa il 10 per cento del bilancio, da colmare parzialmente in una prima fase (a partire dal 2007) con una serie di provvedimenti di risparmio (soppressione di posti compresi) per 80 milioni, 45 a livello centrale (direzione generale, distribuzione, Business Unit Sport, ecc.) e 35 a carico delle singole unità aziendali. Durante l’estate le direzioni di queste ultime hanno elaborato dei “pacchetti” di misure di risparmio (nel caso della Rtsi vedi sopra). L’indicazione della direzione generale della Ssr era di incidere innanzitutto sui costi fissi, solo in un secondo luogo sui programmi (e in un’eventualità del genere l’offerta del prime time non avrebbe dovuto essere toccata). In una nota l’azienda aveva però anche detto che con questa prima serie di misure si stava «avvicinando al momento in cui dovrà intervenire sulla programmazione stessa». Sarà verosimilmente musica di un futuro prossimo. La Ssr ha già ventilato infatti la possibilità di varare un secondo pacchetto di risparmi che, questo sì, andrà a toccare anche la programmazione. Dipenderà tra l’altro dalla sorte definitiva della Lrtv (passata a fine settembre al Nazionale, in dicembre tornerà al Consiglio degli Stati), dalle verifiche affidate al Controllo federale delle finanze (i risultati sono attesi entro marzo 2006) e, non da ultimo, da un eventuale aumento del canone. Lo scorso inverno il direttore generale Armin Walpen aveva evocato la possibilità di chiedere un adeguamento del canone radiotelevisivo, fermo dal 2000. Una richiesta ufficiale non è ancora stata formulata. Ma pare improbabile che alla Ssr venga concesso quell’adeguamento del 7 per cento al quale punterebbero i vertici dell’azienda per colmare con nuove entrate l’altra metà (o almeno una parte sostanziale di essa) del “buco” da 160 milioni.

Pubblicato

Venerdì 21 Ottobre 2005

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