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Swisscom e l'eredità di Alder

di

Silvano De Pietro
Con poca sorpresa e con tanto rincrescimento di molti, il presidente della direzione generale di Swisscom, Jens Alder, la settimana scorsa ha rassegnato le dimissioni. La decisione era nell’aria dopo che, in novembre, il Consiglio federale aveva opposto il veto alla strategia di espansione all’estero della società di telecomunicazioni per due terzi di proprietà pubblica. E poiché la posizione del governo – che mercoledì ha avviato la procedura di consultazione accelerata (fino al 6 marzo) per la privatizzazione di Swisscom – appariva inconciliabile con quella del management dell’operatore telecom, era chiaro che prima o poi Alder se ne sarebbe dovuto andare. Attivo da 23 anni nel settore delle telecomunicazioni, il 48 enne Jens Alder era diventato membro della direzione del gruppo Swisscon nel 1988, salendo al vertice il 16 dicembre dell’anno successivo. Nei sei anni in cui ha diretto l’azienda, Swisscom è riuscita ad affermarsi come leader del mercato svizzero delle telecomunicazioni e a consolidare le proprie attività. Gli utili miliardari conseguiti negli ultimi anni ne sono la prova. Ma al prezzo di una profonda ristrutturazione costata migliaia di posti di lavoro. Il merito (o la colpa, a seconda del punto di vista) va certamente a Jens Alder. Di lui, nel giorno delle sue dimissioni, si sono sentite molte lodi. Hans-Rudolf Merz, il ministro delle finanze, ha fatto dire al suo portavoce di aver apprezzato «i servizi resi da Alder». Moritz Leuenberger, ministro delle comunicazioni, oltre che dei trasporti, dell’energia e dell’ambiente, l’ha definito «un buon manager che ha conseguito molteplici successi». Persino ai sindacati Alder piaceva – come ha affermato il presidente del Sindacato della comunicazione, Christian Levrat – perché negoziava duramente ma era corretto e teneva fede agli impegni. Socialisti e democristiani si sono dichiarati dispiaciuti delle dimissioni di Alder, ed hanno detto di ritenere il Consiglio federale responsabile della «perdita di un eccellente dirigente» da parte di Swisscom. Ma a prescindere da questi riconoscimenti, peraltro abbastanza generici o scontati (incluso quello che gli ha tributato il presidente del consiglio d’amministrazione di Swisscom, Markus Rauh), che cosa lascia veramente dietro di sé Jens Alder? Un’azienda con elevata redditività e priva di debiti, senza dubbio, ma anche priva di prospettive in un mercato piccolo come quello elvetico, dove la concorrenza è tale che i guadagni non potranno che diminuire. Alder è rimasto insensibile ad ogni critica, proseguendo imperterrito nella drastica cura dimagrante imposta a Swisscom per ridurne gli effettivi. La sua strategia per rendere l’azienda redditizia e competitiva è costata, dalla fine del 1999 alla fine del 2004, una diminuzione dell’organico da 20’400 a 15’660 posti a tempo pieno. E i tagli occupazionali sono proseguiti anche nel 2005 Alder ha però anche difeso strenuamente l’ex regia federale, che la progressiva liberalizzazione delle telecomunicazioni ha costretto a cedere parti di mercato. Si è battuto per mantenere il più a lungo possibile ogni vantaggio di cui godeva la sua società, come ad esempio il monopolio sull’ultimo chilometro. E Swisscom è così finora riuscita a rimanere saldamente leader elvetico nella telefonia fissa e mobile, come pure per l’accesso ad Internet (con “bluewin”). Comunque, negli ultimi cinque anni la Commissione della concorrenza (Comco) ha aperto una decina di inchieste, alcune delle quali ancora in corso, contro la Swisscom; al punto di far dire ad Alder di sentirsi «perseguitato» dalla Comco. Per Swisscom, l’unica possibilità di svilupparsi ed assicurarsi un solido futuro sarebbe stata, secondo Alder, quella di espandersi all’estero. Portata a termine la cessione della traballante tedesca Debitel, rilevata nel 1999 all’epoca del suo predecessore Tony Reis, Alder è andato a caccia di bersagli potenziali. Telekom Austria gli è sfuggita nel 2004 per motivi politici. Cesky Telekom gli è a sua volta scappata di mano l’anno scorso per un’offerta leggermente insufficiente. Alla fine di novembre aveva iniziato a negoziare l’acquisto della irlandese Eircom e della danese Tdc (proprietaria di Sunrise). Ma a questo punto il Consiglio federale s’è spaventato ed ha imposto ad Alder la cessazione di qualsiasi trattativa per operazioni costose fuori dai confini nazionali. Il governo – ha detto Alder nell’annunciare il suo ritiro – «ha deciso, piuttosto precipitosamente, che vuole una strategia estera diversa da quella che io ho sviluppato negli ultimi anni. È assolutamente un diritto legittimo dell’azionista di maggioranza imporre i suoi interessi». La conseguenza logica, per lui, non s’è fatta attendere a lungo. Se ne va, comunque, agganciato ad un buon paracadute: una liquidazione di 1,54 milioni di franchi. Quale successore di Jens Alder, è stato scelto Carsten Schloter, già capo di Swisscom Mobile e membro della direzione del gruppo Swisscom. Schloter, cittadino tedesco, esperto conoscitore del settore informatico e delle telecomunicazioni, prima di passare a Swisscom nel 2000, aveva lavorato per Mercedes e Debitel in Francia e in Germania. Sotto la sua guida, Swisscom Mobile ha raddoppiato il numero di clienti, superando i quattro milioni, e contemporaneamente ha introdotto molti nuovi servizi. Pardini: "è la politica che conta" «Per noi non è rilevante chi vi sia alla testa di Swisscom», dichiara ad area Giorgio Pardini, vicepresidente del Sindacato della comunicazione. «Per noi è importante la strategia della Confederazione, che Swisscom deve poi mettere in atto. Ovviamente, l’era Alder presenta due facce. La prima è che Alder ha contribuito alla riduzione degli impieghi negli ultimi 6 anni, per circa 5-6 mila posti di lavoro. L’altra faccia della medaglia è che Alder ha sempre mantenuto un rapporto con i sindacati più o meno corretto. Ha sempre cercato di trovare un’intesa con i sindacati; ed i sindacati hanno potuto sviluppare un contratto collettivo, come l’ultimo, che rispecchia una politica aperta al partenariato sociale. E questo s’è visto anche nell’intesa sul piano sociale». Pensa che questo buon rapporto con i sindacati continuerà con Carsten Schloter? Il buon rapporto con i sindacati era dovuto ovviamente anche all’impegno che la Confederazione, quale azionista di maggioranza, aveva esplicitamente fissato nelle linee strategiche per Swisscom. Ma se ora la Confederazione dovesse totalmente privatizzare Swisscom, o venderne la maggioranza delle azioni, la nuova direzione si adatterebbe ai tempi; e pertanto sono convinto che, da una parte, ci sarà una riduzione massiccia del personale, e d’altra parte una politica di confronto con i sindacati, cioè una maggiore conflittualità. Che cosa ne pensa di questa idea di Blocher che vuole privatizzare Swisscom regalandone le azioni alla popolazione? È un gesto populistico dell’Udc, di cui si capisce che non ha nessun senso, nessuna logica politica. È solo un atto strumentale per spingere la gente a sostenere una probabile privatizzazione, in quanto noi abbiamo deciso che, se ci sarà questa privatizzazione o il parlamento ne manifesterà l’intenzione, ricorreremo al referendum. Insomma, diciamo che è una pre-campagna già lanciata da Blocher contro il referendum che noi avvieremo nei prossimi mesi dopo che il parlamento avrà deciso sulla privatizzazione. Come sindacato, qual è invece l’assetto definitivo che voi proponete per Swisscom? Noi siamo dell’avviso che la maggioranza delle azioni, cioè il 51 per cento, resti alla Confederazione. A noi sta bene la nuova strategia di orientare l’investimento all’interno della Confederazione, allo scopo di investire nell’infrastruttura pubblica in modo che questa costituisca un plusvalore per la società, e quindi per le imprese e per la collettività. Ma ciò sarà possibile soltanto se la Confederazione manterrà la maggioranza, così da poter investire nel servizio universale. Dunque, volete che Swisscom resti in mani pubbliche e non si espanda all’estero? No, non abbiamo detto esplicitamente che Swisscom non debba espandersi all’estero. Noi siamo sempre dell’avviso che ogni investimento all’estero debba dare sempre una certa garanzia d’occupazione per gli impiegati in Svizzera. In altre parole, se un investimento porta lavoro nelle sedi svizzere, a noi sta bene. Il problema nasce quando si fanno investimenti con l’obiettivo di ricavare il massimo a livello speculativo. In questo caso non siamo più d’accordo, perché le conseguenze poi si ripercuotono sulla manodopera qui in Svizzera.

Pubblicato

Venerdì 27 Gennaio 2006

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