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Svizzera, l’isola degli alti prezzi

di

Silvano De Pietro
La battaglia contro i prezzi alti in Svizzera è stata nuovamente bloccata; e quasi certamente il problema di questo Paese, dove la vita è molto più cara che altrove, sarà il prossimo terreno di scontro politico tra destra e sinistra. L'ostacolo da eliminare per aprire il mercato e far in modo che la concorrenza produca un abbassamento dei prezzi, si chiama divieto delle importazioni parallele di prodotti brevettati. Ma nel corso dell'ultima sessione parlamentare il Consiglio nazionale, condizionato dalle varie lobby in agguato, non è riuscito a progredire sulla via della liberalizzazione del mercato.

Questo protezionismo commerciale costa ai consumatori, secondo l'ex Mister prezzi Rudolf Strahm, da uno e mezzo a due miliardi di franchi all'anno: un regalo alle multinazionali, che, grazie ai loro diritti esclusivi di distribuzione, possono continuare ad imporre prezzi alti in Svizzera. Un'alternativa era stata indicata dal Consiglio degli Stati, dove i rappresentanti dei cantoni si erano chiaramente espressi a favore di una modifica della legge sui brevetti che permettesse l'importazione parallela dai paesi europei di prodotti protetti in Svizzera. Unica eccezione: i farmaci, i cui prezzi vengono regolati dallo stato solo per proteggere le grandi case farmaceutiche che investono molto nella ricerca e nello sviluppo dei medicinali.
Il Nazionale ha però deciso di rimangiarsi subito il consenso dato in un primo momento a questa soluzione, sostenuta peraltro da diversi parlamentari radicali e democristiani. In una seconda votazione è riuscita infatti ad imporsi una proposta complementare presentata dalla radicale bernese Christa Markwalder, presidente di un movimento europeista che cerca di sfruttare ogni occasione per spingere la Svizzera a negoziare con l'Unione europea (Ue). Paradossalmente tale proposta – che era quella di autorizzare le importazioni parallele soltanto se l'Ue farà altrettanto nei confronti della Svizzera – è passata grazie all'Udc, il partito più ostile a qualsiasi apertura apertura verso l'Europa.
Ma pretendere la reciprocità significa, in questo caso, ostacolare di fatto l'apertura del mercato, poiché occorrerebbe negoziare un accordo bilaterale con Bruxelles. E l'Ue da tempo ha fatto capire che in cambio di un tale favore si attende dalla Svizzera una controprestazione in campo fiscale, cioè relativa al segreto bancario, che per adesso è ancora tabù. Così, il secondo paradosso è che l'Udc e il Plr, partiti che si considerano difensori del mercato, approvando la proposta Markwalder hanno bloccato per la terza volta l'apertura del mercato . Si vede che gli interessi delle lobby che sponsorizzano i partiti stanno loro a cuore più della loro sbandierata fede nell'economia di mercato.
Adesso il progetto di riforma ritorna al Consiglio degli Stati, il quale probabilmente vorrà ribadire la necessità di autorizzare le importazioni parallele. È quindi piuttosto difficile, visti gli stretti margini con cui la maggioranza si è imposta, prevedere quale sarà poi la risposta del Consiglio nazionale. Certo è che il commercio al dettaglio e la protezione dei consumatori sembrano alleati in questa battaglia: quasi certamente lanceranno insieme un'iniziativa per le importazioni parallele, qualora il Parlamento adottasse definitivamente la proposta Markwalder e facesse quindi rimandare alle calende greche l'apertura effettiva del mercato.
Il 28 agosto scorso, infatti, il Forum per le importazioni parallele e un più alto potere d'acquisto ha presentato all'esame preliminare la sua "iniziativa dei consumatori". A questo Forum aderiscono, oltre alle diverse associazioni dei consumatori (tra cui l'Acsi, l'Associazione consumatrici e consumatori della Svizzera italiana), anche la Comunità d'interessi del commercio al dettaglio (che significa Migros, Coop, Denner, Manor, Vögele e Valora), la cassa malati Helsana ed organizzazioni di piccoli contadini. «Non avremo  bisogno di molto tempo per raccogliere le firme occorrenti», ha dichiarato Martin Schläpfer, responsabile della politica economica della Migros.

Socialisti a favore

Il Pss ha definito semplicemente «incomprensibile» la decisione del Consiglio nazionale di lasciare che l'autorizzazione delle importazioni parallele rimanga ancora incagliata nel suo percorso parlamentare. Il Pss è stato il solo, tra i partiti maggiori, ad essersi impegnato in modo coerente nella difesa degli interessi dei consumatori. Per ottenere dei risultati, ha anche teso la mano a possibili compromessi, come quello trovato in Consiglio degli Stati, dove la decisione di permettere le importazioni parallele è stata compensata con il mantenimento della protezione contro l'importazione di prodotti farmaceutici.
Da parte della maggioranza di centro-destra in Parlamento non c'è solo una scarsa coerenza rispetto alle proprie idee liberiste (in questo ambito la crisi della finanza globale ci ha ormai abituato ad incoerenze ben maggiori), ma c'è anche un atteggiamento ostile nei confronti dei consumatori. Lo ha dimostrato la discussione al nazionale nel quadro della revisione della Lamal, la legge sull'assicurazione malattie. I partiti borghesi si sono pronunciati contro il controllo statale sui prezzi dei medicinali: una decisione che ha impedito un forte abbassamento di tali prezzi.
In particolare è sembrato incoerente disporre solo ogni tre anni il confronto dei prezzi dei medicinali in Svizzera con i prezzi praticati per gli stessi farmaci nei paesi esteri di riferimento. Se già non si vogliono le importazioni parallele, si dovrebbe volere almeno un efficace (e quindi più frequente) confronto di questo tipo. In un suo commento pubblicato sul Tages-Anzeiger Rudolf Strahm ha fatto notare che all'estero il prezzo finale dei farmaci meglio venduti viene corretto rapidamente verso il basso, per una sola ragione economica: grandi quantità significano prezzi più contenuti. «Da noi invece i prezzi rimangono per 7, rispettivamente per 15 anni dopo l'introduzione del prodotto sul mercato, statalmente garantiti e congelati».
Questo significa che la spesa per la salute viene annualmente gravata di 300 o 400 milioni di franchi in più. Il Pss sostiene che saranno soprattutto i democristiani a dover «faticare a spiegare ai loro elettori la propria incostanza tra le promesse fatta alla lobby dell'industria farmaceutica e la volontà di lottare contro questa isola dei prezzi che è diventata la Svizzera». 

Pubblicato

Venerdì 17 Ottobre 2008

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