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Svizzera d'Africa e cacao amaro

di

Roberto Rüegger
La storia del continente africano sfugge in gran parte ai nostri occhi fissi sull’Europa o sulle vicende delle grandi potenze militari o economiche che siano. A scuola, di Africa si parla raramente e quasi sempre in chiave terzomondista o umanitaria. Non è facile addentrarci in realtà di cui facciamo fatica a percepire i contorni o, addirittura, a pronunciarne il nome. A volte, però, un avvenimento attira l’attenzione dei cronisti e si comincia a parlare genericamente di una guerra, di un massacro, di un disastro. Cessata l’emergenza tutto tace. Recentemente ad attirare la nostra attenzione è stata la Costa d’Avorio. Detta la “Svizzera dell’Africa” a causa della sua stabilità politica (che è ormai un ricordo) e della sua grande produttività, la Costa d’Avorio è restata quasi del tutto sconosciuta agli europei fino al XV secolo. Sono stati i portoghesi a stabilire i primi contatti con le popolazioni che vivevano sulla costa, ma la loro attività si limitava all’acquisto di “merci” quali schiavi e avorio. Solo attorno al 1840 qualcuno cominciò ad interessarsi del paese e soprattutto alle sue risorse: i francesi. Dapprima ottennero il controllo commerciale della costa, seguì la costruzione di porti e basi navali per eliminare la concorrenza delle altre potenze europee. Solo in un secondo tempo i francesi rivolsero i loro sforzi alla conquista dell’interno del paese con l’obiettivo di organizzare la produzione di beni d’esportazione, soprattutto caffè, cacao e palma da olio. Naturalmente tutto questo non fu possibile senza una lunga guerra terminata nel 1893, ma che ebbe strascichi, data l’ostilità da diverse etnie, sottomesse solo nel 1917. Il sistema produttivo era saldamente in mano francese. Un terzo delle proprietà agricole era direttamente controllata da cittadini francesi che le facevano rendere utilizzando generosamente il sistema dei lavori forzati. Un medico figlio di un capo tribale dell’etnia Baoulè, Felix Houphouët-Boigny riuscì a raccogliere attorno a sé la protesta dei proprietari terrieri ivoriani e nel 1945 riusci a far abolire la pratica del lavoro coatto. Nel 1960 il paese ottenne l’indipendenza. Houphouët-Boigny divenne presidente e restò in carica fino alla sua morte, nel 1993. La ricetta di Houphouët-Boigny era semplice: grande produttività, niente opposizione e niente libertà di stampa. Alla sua morte il paese collassa. Le rivalità etniche e religiose si rinfocolano. Tra le popolazioni islamiche fa proseliti l’estremismo. I francesi tornano in scena con una forza di interposizione, ma è lecito sollevare almeno qualche dubbio sulla loro neutralità, poiché gli interessi in gioco sono molti: rischiano di perdere il monopolio sul commercio di cacao e caffè, e al largo delle coste ivoriane è stato scoperto il petrolio. Oggi la “Svizzera d’Africa” rischia di diventare l’“Irak” francese.

Pubblicato

Venerdì 19 Novembre 2004

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