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Svizzera-Sud Africa: le relazioni pericolose

di

Fabio Lo Verso
La miscela tra il capitale elvetico e il regime dell’apartheid, che ha messo in atto dal 1948 al 1991 l’odioso sistema della segregazione, rischia di esplodere come una bomba ad orologeria. Le inchieste ufficiali circa i rapporti occulti tra la Svizzera e il Sud Africa portano, per ora, su un presunto traffico d’armi chimiche e batteriologiche operato sulla base di un altrettanto presunto accordo tra i servizi segreti dei due Paesi. Le relazioni con la casta al potere nella nazione sudafricana si declinano anche in altre forme, tutte scandalosamente impure. Studi e indagini indipendenti hanno già fatto luce su finanziamenti a programmi nucleari, e anche sul ruolo della discretissima Swiss-South African Association (Ssaa) nell’opera di lobbying politico-economico messa a punto in Sud Africa da banche, aziende e grande industria elvetica. Dell’attività di questa associazione, che ha funzionato per mezzo secolo come una sorta di camera di commercio, si conosceva poco o nulla fino alla pubblicazione, nel dicembre 2001, della tesi di ricerca di David Gygax, condotta per conto dell’Università di Friburgo, che copre quarantaquattro anni di attività della Ssaa, dalla fondazione, nel 1956, alla fine del 2000. Il giovane storico indica nel sodalizio riunito attorno alla Swiss-South African Association il collante che ha compattato i ranghi del capitale elvetico alla conquista di una posizione di privilegio nel Paese più ricco del continente africano. Dall’analisi del ricercatore si evince che gli investitori svizzeri, accompagnati dalla mano ora visibile ora invisibile di grandi dirigenti e politici, hanno usato impunemente questo unico canale di diffusione dell’economia elvetica in Sud Africa, per sviluppare i propri affari, giovando dell’allineamento, acritico e a volte inchinevole, del governo elvetico e della stampa borghese, rappresentata in prima linea dai quotidiani Neue Zürcher Zeitung, e l'«Agefi». David Gygax risiede a Vevey ma lavora a Losanna, come redattore presso il settimanale l’««Evénement Syndical»», e ricercatore all’Università. Accettando di rispondere ad alcune domande, il giovane assistente universitario, classe 72, premette che, durante la ricerca, non si è mai recato in Sud Africa, né tantomeno è riuscito ad ottenere il benché minimo documento dalla Ssaa. L’inchiesta è stata condotta negli archivi federali, negli organi di stampa e attraverso documenti spuri ottenuti a seguito di un investigazione ampia. L’abbondante materiale che David Gygax è riuscito a raccogliere in circa due anni racconta della conquista programmata delle risorse del Sud Africa per mano dei poteri economico-finanziari che non si sono fermati davanti a nulla, tantomeno all’altolà internazionale decretato contro il regime dell’apartheid. Al contrario, invece, per dirla con il fondatore e primo presidente della Ssaa, il capitale elvetico ha fatto della segregazione un «campo di investimenti». Malgrado la sua insistenza, l’accesso agli archivi della Swiss-South African Association le è stato di fatto negato. Quali pretesti o argomenti hanno usato i responsabili dell’associazione per non mettere a sua disposizione i documenti da lei richiesti? Non hanno avanzato nessuna ragione. Hanno fornito risposte evasive, rimandando ogni volta la decisione, con il chiaro intento di lasciar trascorrere tempo e di vincere così la mia pazienza. Io da parte mia ho continuato le mie ricerche in altre sedi, ma non ho rinunciato a sottomettere la mia richiesta di vedere gli archivi. Non ho mai ricevuto risposte chiare, né inviti espliciti ad accedere ai documenti. Cosa potrebbero nascondere gli archivi della Ssaa? Che l’associazione avrebbe ad esempio aiutato il capitale elvetico a raggirare il boycott internazionale del regime sudafricano decretato negli anni Ottanta? Diciamo che l’apertura degli archivi dovrebbe poter permettere ai dirigenti del Ssaa di provare il contrario, ovvero che l’associazione non avrebbe mai collaborato, o non avrebbe avuto un ruolo nelle vicende che oggi sono sotto la lente delle autorità federali, o in quelle che interessano l’avvocato americano Ed Fagan. Finché non si potranno leggere i documenti della Ssaa si può ragionevolmente supporre che l’associazione abbia qualcosa da nascondere. In quali fatti potrebbe essere coinvolta l’associazione? In teoria, dico bene in teoria, in tutti quelli che oggi fanno i titoli della stampa nazionale e internazionale. Alludo al presunto traffico d’armi chimiche tra i due Paesi, come ai prestiti che le banche svizzere hanno consentito al governo sudafricano quando il regime dell’apartheid era ormai denunciato da decine di Paesi in Europa e nel mondo, oppure ai finanziamenti che hanno sostenuto la fabbricazione di armi atomiche, in barba al trattato di non proliferazione nucleare e al controllo degli armamenti definito in sede internazionale. Alla lettura della sua ricerca si evince il ruolo ambiguo del governo elvetico in questa fase di stretta al collo del regime operata dai paesi riuniti attorno alle Nazioni Unite. Durante le mie ricerche ho scoperto che nel 1968 il dipartimento politico, l’attuale ministero degli affari esteri, è intervenuto tramite l’ambasciatore svizzero in loco presso il governo del Sud Africa per chiedere di cancellare dalle statistiche bilanci della banca centrale sudafricana, le scritture relative ai prestiti concessi dalle banche e industrie elvetiche al regime dell’apartheid. La richiesta faceva seguito ai rimproveri ufficiali inoltrati dalle Nazioni Unite a Berna proprio a causa dei fondi che dalla Svizzera sono pervenuti nei forzieri della casta bianca al potere in Sud Africa. Vuole dire che l’esecutivo sudafricano ha falsificato i bilanci della banca centrale seguendo la richiesta del ministero elvetico degli affari esteri? Sembra assurdo. Perché lo avrebbe fatto? Non è assurdo perché è veramente accaduto, e io ho potuto provarlo. La ragione per cui il governo sudafricano ha fatto seguito ad una tale richiesta risiede nelle ottime relazioni tra il capitale elvetico, protetto dalla mano di Berna, e il regime al potere durante l’Apartheid, che aveva bisogno delle industrie e banche svizzere. Quali leve avrebbe usato il governo elvetico per convincere i sudafricani a depennare la menzione «Svizzera» dalle statistiche ufficiali ? Si può legittimamente credere che non sia stata opera di un semplice ambasciatore, benché influente. Fino al ’95 o ’96, data della prima visita ufficiale di un ministro elvetico, Flavio Cotti, nessun rappresentante dell’esecutivo svizzero aveva messo piede in Sud Africa. Sul posto l’ambasciatore non poteva certo agire da solo. Era troppo esposto, troppo in vista per esercitare impunemente un’azione di lobbying sui ministri sudafricani. Si può supporre allora che le leve della diplomazia occulta fossero azionate da organismi non politici, come ad esempio l’associazione Swiss-South Africa che occupava un posto di rilievo nelle relazioni tra i due Paesi. L’apartheid si fondava sulla tesi cinica dello «sviluppo separato»: orari di lavoro quasi raddoppiati per la popolazione nera e salari dimezzati. Non mi sono occupato della situazione dei lavoratori neri. Altri lo hanno fatto in precedenza. Il punto centrale è l’apartheid, la segregazione, un sistema che è stato strumentalizzato dal capitale elvetico. L’avvocato statunitense Ed Fagan ha annunciato che porterà davanti ai tribunale le banche svizzere e richiederà 50 miliardi di dollari per aver abusato dell’apartheid a scopo di arricchimento finanziario. Crede sia una somma equa? È impossibile dire quale somma possa coprire le presunte colpe, presunte dall’avvocato americano, delle banche svizzere. Più che ad azioni spettacolari come quelle di Ed Fagan sarei invece propenso ad annullare il debito del paese sudafricano, una soluzione che adotterei a dire il vero su scala mondiale, applicandola a tutti i Paesi.

Pubblicato

Venerdì 22 Febbraio 2002

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