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Sviluppo, si può fare di più

di

Can Tutumlu
Fabia Bottani
Essere un politico significa essere a stretto contatto, e dunque saper capire la società civile e i suoi problemi. Franco Cavalli, candidato al Consiglio degli Stati, nel corso della sua carriera ha già dimostrato di possedere questa qualità. Ma ha voluto ribadirlo durante una conferenza stampa in cui si è circondato di alcuni esponenti della società come Pietro Veglio, ex membro del Consiglio direttivo della Banca mondiale, un'istituzione non sempre apprezzata da Cavalli. Qui di seguito un faccia a faccia sull'aiuto allo sviluppo.

Franco Cavalli lei ha spesso portato uno sguardo molto critico sul Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca mondiale (Bm). Cosa non va in queste istituzioni?
La mia critica al Fmi e alla Banca mondiale emersero soprattutto nel momento in cui si trattò di decidere se la Svizzera doveva entrare a far parte di queste istituzioni. All'epoca sia all'interno della Bm, sia del Fmi si era all'apice dell'euforia neoliberale; le due istituzioni giocavano un ruolo estremamente negativo, in particolare in America latina, – un contesto che conoscevo da vicino – commettendo "disastri" soprattutto a livello della salute. Faccio un esempio: con Amca, avevamo lanciato in Nicaragua un progetto di diagnosi precoce del tumore dell'utero, un'epidemia in quella regione. Quando nel '90 cambiò il governo in carica, anche sotto la spinta di Fmi e Bm, una serie di ospedali furono privatizzati rendendo a noi impossibile portare avanti il nostro progetto con conseguenze ben immaginabili per la popolazione locale.
Dagli anni Novanta non è cambiato nulla alla Bm e al Fmi?
In questi anni alcuni sforzi sono stati fatti altrimenti non sarebbe pensabile che Dominique Strauss Khan, un socialista, diventi presidente dell'Fmi. Inoltre è cambiato il ruolo, l'importanza di queste istituzioni. Con questo non voglio dire di essere entusiasta di queste istituzioni ma penso che si possa dire che vi sia stata un'evoluzione positiva; vi è stata soprattutto una presa di coscienza dei problemi, dei "nuovi problemi" anche a livello ecologico e ambientale. Oggi la partecipazione alla Bm e al Fmi si pone un po' negli stessi termini della partecipazione al Consiglio federale: è difficile non farne parte, ma se ne facciamo parte, dobbiamo giocare un ruolo più attivo, più propositivo.
Pietro Veglio, lei nella Banca mondiale ha rappresentato per anni le posizione elvetiche, come reagisce alle critiche sollevate da Franco Cavalli?
Alla Banca mondiale siamo abituati a ricevere delle critiche, critiche che provengono da varie fonti, non solo dalla sinistra. A volte la Banca mondiale è criticata addirittura da chi considera che il sistema economico mondiale non ha bisogno di nessun appoggio, di nessuna riforma. Tra le critiche molte sono costruttive, dunque utili, come quella sollevata da Cavalli sull'orientamento a volte unidimensionale delle politiche economiche. È vero che ci sono stati errori di questo tipo ma oggi mi sembra di poter dire che questi errori sono stati parzialmente corretti non solo per merito della Bm ma anche perché i vari paesi membri hanno dei governi che cercano di mettere in cantiere e di attuare delle politiche economiche diverse. È poi vero che, a volte, il Fmi prescrive misure draconiane con tagli alla spesa pubblica che hanno conseguenze in particolare in ambito sociale. Tuttavia è anche vero che in molti paesi l'orientamento della spesa pubblica non è dei migliori in quanto è a beneficio di una cerchia ristretta della popolazione, spesso i redditi medio alti. A fronte di questi problemi di orientamento posso dire che vi è senz'altro un'accresciuta sensibilità, sensibilità che è scaturita anche da critiche di diverse ong riconosciute e autorevoli. Ma ammetto che l'istituzione è ancora perfettibile...
Si è parlato del peso che può essere giocato dai diversi governi membri. Cosa ha fatto la Svizzera in questo senso e cosa potrebbe ancora fare?
Veglio: Dal mio punto di vista direi che il nostro paese oltre a non avere ambizioni di tipo egemonico, ha anche una posizione di "ponte" tra le esigenze dei paesi industrializzati e quelle dei paesi in via di sviluppo. Paesi, questi ultimi, che sempre più rivendicano a giusta ragione un peso maggiore negli organi di decisione di Fmi e Bm. Oggi paesi come la Cina, l'India o il Brasile fanno sentire la loro voce nel consesso internazionale, rivendicano il potere, parlano delle loro prospettive in modo molto chiaro. E in questo contesto la Svizzera cerca di fare da ponte tra queste richieste dei paesi in via di sviluppo e le posizioni a volte un po' rigorose dei paesi industrializzati soprattutto sui temi economici e su quelli di natura ambientale e sociale. Temi su cui mi sembra che la Svizzera abbia sempre dimostrato apertura, flessibilità anche perché lei stessa rappresenta alcuni paesi che devono far fronte a queste sfide sociali e ambientali, penso ai paesi dell'Asia centrale, ex Urss, membri del Wto (Organizzazione mondiale del commercio, ndr) rappresentati dalla Svizzera.
Cavalli: Già da quando ero membro della commissione degli affari esteri del consiglio nazionale ho la netta impressione che il parlamento elvetico non sia sufficientemente coinvolto dal consiglio federale nelle relazioni con gli organismi internazionali. Questo è vero nelle relazioni con la Bm e il Fmi ma ancora di più con l'organizzazione mondiale del commercio. Penso a quando ci furono le trattative di Doha o sui brevetti dei farmaci: in entrambi i casi il consiglio federale escluse dalle discussioni i parlamentari che si trovarono messi davanti a posizioni "estreme" sostenute ormai solo da Stati Uniti e pochi altri paesi. Questa debolezza elvetica è a mio avviso dovuta alla dualità della nostra politica estera che da un lato è dettata dal dipartimento degli affari esteri, con una sua idea dello sviluppo, e dall'altro dal dipartimento dell'economia, con il Seco e la sua idea di sviluppo. Risultato? All'estero i nostri interlocutori sono destabilizzati e si chiedono quale delle due idee corrisponda realmente alla Svizzera.
Sono più di 40 anni che in Svizzera si parla dello 0,7 per cento del prodotto nazionale lordo da destinare alla cooperazione e allo sviluppo ma siamo ancora lontani. Franco Cavalli lei intende impegnarsi in questo senso?
Io mi sono impegnato in questo senso e sicuramente mi impegnerò di più qualora dovessi venir eletto agli Stati. Sono convinto che l'aiuto allo sviluppo sia fondamentale. Purtroppo anche in questo ambito vi è stato un periodo in cui è stato fatto credere che l'aiuto allo sviluppo non serviva a molto, anzi. È evidente che non è distribuendo soldi alla cieca, senza avere dei progetti precisi, che si contribuisce allo sviluppo: se però con gli aiuti si cerca di generare autonomia e non dipendenza, si possono raccogliere ottimi frutti, anche a lungo termine. E in questo la Svizzera è già sulla buona strada.
Pietro Veglio, come mai non si è ancora arrivato allo 0,7 per cento?
Rispondo in tre punti: innanzitutto per un'evidente mancanza di volontà politica. Inoltre bisogna riconoscere un certo scetticismo non solo nella classe politica ma anche nella popolazione verso l'aiuto allo sviluppo. C'è anche chi, esagerando, critica l'efficacia degli aiuti e lo fa in un modo distorto: un esempio lampante è la corruzione. È vero che il fenomeno corruzione esiste, tuttavia per esistere presuppone che vi siano almeno due parti coinvolte. E spesso una delle due è un paese del Nord. Per eliminare questi problemi occorre più analisi oggettiva.
Secondariamente, avendo partecipato alle analisi delle politiche dello sviluppo, in seno all'Ocse, posso dire che la Svizzera è internazionalmente giudicata in modo positivo sul piano della qualità degli aiuti ma purtroppo criticata sul piano della quantità: rimediare a questa lacuna è un compito che spetta al Parlamento e al Consiglio federale. Infine, vi è l'aspetto della coerenza delle politiche di aiuto rispetto ad altre politiche. Un esempio: il commercio estero citato da Cavalli. La Svizzera è uno dei paesi che più difende il sussidiamento dell'agricoltura. Ma questa posizione sullo scacchiere internazionale entra in contraddizione con una politica di apertura nei confronti dei paesi in via di sviluppo che vorrebbero poterci esportare le loro merci.
Per concludere, Pietro Veglio, perché un ticinese dovrebbe votare Franco Cavalli?
La scelta del candidato agli Stati è legata alla persona. E la persona di Cavalli merita fiducia innanzitutto per ragioni etiche. Alcuni politici hanno avuto una condotta non del tutto rispettabile con conseguenze negative per il nostro cantone. Con Cavalli questo rischio non si corre. Secondariamente nutro profondo rispetto per quello che ha fatto a livello professionale, anche grazie alla sua capacità di leadership imprenditoriale. Terzo: Franco Cavalli ha una statura internazionale riconosciuta, premiata ancora lo scorso anno con la nomina a presidente dell'Unione internazionale contro il cancro. L'impegno di Cavalli è innegabile anche nel settore dell'aiuto allo sviluppo, in particolare grazie ad Amca e anche alla sua onestà nel esprimere il suo pensiero critico nei confronti di Fmi e Bm spingendole a riorganizzarsi, a migliorarsi. Infine Cavalli è il primo a volere che il Ticino smetta di fare piagnistei e osi  dire a Berna che anche il Ticino può, sa e fa quello che si fa (anche di più) Oltralpe. Basti guardare il settore della ricerca.

Pubblicato

Venerdì 16 Novembre 2007

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