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Sindacato

«Studiamo perché le fabbriche son pure nostre»

L'esperienza della scuola operaia

di

Raffaella Brignoni

«Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita» scriveva Antonio Gramsci. Cronaca di tre giorni con alcuni militanti che hanno partecipato alla scuola per quadri operai di Unia. E che non sono indifferenti.

Pedro, testa arruffata e barba selvaggia, arriva dal Portogallo. È qui – dove per qui intendiamo il canton Ticino – da una decina d’anni. Il 34enne lavorava nell’esercito come militare professionista. No, non gli piaceva e le illusioni di un futuro nella sua terra le ha precocemente esaurite. E poi, come tanti ragazzi, aveva quella voglia di scappare via da casa. “Appena posso me ne andrò da Lugano”. Lo abbiamo detto anche noi e i nostri figli e dopo di loro sarà la volta dei nostri nipoti. Il mondo, chissà poi perché, è sempre altrove quando si è giovani. Poi c’è chi non parte mai perché in fondo non ne ha la necessità e chi invece è costretto a fare fagotto perché qualcuno gli ha prosciugato il domani prima ancora che si iniziasse.


D’accordo, capiamo, non siamo gente senza cuore. Ma che cosa c’entriamo noi con i problemi degli altri? Non siamo mica i responsabili dei disastri dell’Europa, per non parlare poi dell’Africa e del Medio Oriente. Non sarà poi che noi apriamo le porte e questi diventano invasori, coalizzati e organizzati per depredarci come ladroni inferociti? Non più ora solo operai, commesse, venditori, magazzinieri, muratori, braccianti agricoli, ma anche personale qualificato: medici, infermieri, ingegneri, laureati che approdano qui e non si schiodano più, pretendendo pure di portarsi appresso congiunti e mocciosi.


Suvvia, non cascate anche voi come polli dopo tre righe di propaganda populista.
Eleonora ha 29 anni, una laurea in scienze politiche, anche lei è qui. Il padre è siciliano, la madre francese: «Si sono conosciuti e innamorati in treno». Gente insomma in movimento che, quando si è sposata, ha deciso di vivere a “distanza di sicurezza” dalle rispettive famiglie d’origine. Questione di autonomia. Sono finiti a Roma da dove Eleonora è, a sua volta, ripartita: «Volevo andare all’estero per capire un po’ di più quel mondo studiato sui libri». Né fame, se non quella di vita, né motivi politici. Lo ha detto in casa e i suoi hanno capito: né consigli, né patemi d’animo. La bambina era ormai adulta e poteva spiccare il volo. Non avrebbero interferito con i suoi progetti.


Due storie diverse quella di Pedro e di Eleonora. I due giovani se le raccontano durante la trasferta che da qui, dal Ticino, ci sta portando in Toscana dove parteciperemo alla scuola per quadri operai promossa da Unia Ticino e Moesa. Entrambi sono delegati, militanti del sindacato. Pedro è al volante del furgone, Eleonora è seduta nel posto accanto. «Mi sarebbe piaciuto tentare l’avventura in Australia, ma è così lontana. I miei genitori si sono spaventati e mi hanno quasi pregato “dai, Pedro, prova prima in Svizzera..., che lì abbiamo parenti”. L’inizio non è stato facile. Bisogna farci i calli alla vita di cantiere, è molto dura, non ti credere». Pedro la conosce bene quella vita, le sue dinamiche, le lotte interne e la precarietà di quelle assunzioni temporanee dove aleggia l’ombra del nero e di uno statuto di eterno lavoratore clandestino. Pedro non fa più il muratore, ma continua a essere presente in mezzo alle benne di calcestruzzo perché è diventato un funzionario del sindacato. L’uomo va sui posti di lavoro per spiegare agli operai i loro diritti ma anche a  verificare il rispetto delle condizioni contrattuali e ne vede di tutti i colori «con distaccati che dormono in cantiere, trattati come animali, già pronti al mattino presto per ricominciare il turno». Se questi sono lavoratori...


«Anche io ero tentata dall’Australia, ma la politica immigratoria del paese è ancora più restrittiva che da noi (dove per “noi” è intesa la Svizzera, ndr)» annuisce Eleonora.
Il discorso si muove sull’Australia e sulle procedure per ottenere i permessi di soggiorno. Sono giovani, la comitiva seduta nei sedili dietro è allegra e ride – una curva sì, una curva no – alla battuta di uno dei compagni di viaggio, mentre è tutto un cercare con gli occhi dai finestrini, fra le corsie dell’autostrada, i mezzi targati Svizzera per clacsonare in segno di saluto. Perché noi siamo di qui. Forse no. No, non siamo ticinesi, né svizzeri, ci ricordiamo da dove veniamo e chi siamo. Come dire: abbiamo i nostri passaporti, le nostre cittadinanze, ma la nostra identità si è amalgamata con il luogo dove lavoriamo. Il lavoro è identità, è cittadinanza. In questo senso, siamo cittadini del mondo e ci sentiamo parte di questa comunità dove ci ritroviamo non per diritto naturale.


«Non possono esserci confini fra lavoratori. Battiamoci piuttosto perché il diritto di ognuno sia rispettato. Continuiamo a lottare per fare capire agli imprenditori che gli operai non sono intercambiabili, ma con la loro professionalità e dedizione all’azienda le portano valore aggiunto facendola diventare grande e forte. La Svizzera mi ha dato tantissimo, ma io penso di averle restituito altrettanto» commenta Mariolina. La donna (vedi articolo sotto), è una frontaliera che da 33 anni, a bordo della sua macchinina, tutti i santi giorni con «precisione svizzera», fa avant e ’ndrè Cernobbio a Mendrisio. Qualcosa vorrà pur dire quel varcare confine italo-elvetico: sia per la parte di là, che per la parte di qua: «La fabbrica siamo noi operai». Il concetto è chiaro.


Ciò che lega Pedro, Eleonora, Mariolina e gli altri partecipanti alla scuola operaia è questo senso di appartenenza: al sindacato, al posto di lavoro, al loro paese, alla Svizzera, al mondo. Ma anche il senso di giustizia sociale e di solidarietà fra lavoratori. E l’impegno personale affinché – dice Mario Bertana, presidente dei delegati Unia – «chi lavora possa vivere del proprio stipendio dignitosamente. Per difendere la categoria dei salariati bisogna essere uniti e partecipare in maniera attiva e dedicare parte del proprio tempo libero per difendere la categoria. Non bastano le parole. Certo, significa esporsi. Chi ce lo fa fare? Penso sia una questione di Dna: c’è chi davanti a una persona anziana sul bus si alza e chi no. Lo stesso discorso vale per chi si impegna a livello sindacale: è un voler partecipare per concorrere a creare una società più solidale ed equa».


Essere un militante non è un semplice esercizio di ideali e parole: è un mettersi a disposizione, essere punto di riferimento per altri lavoratori. Per questo, finito il turno in fabbrica, ci si continua a impegnare, studiando i meccanismi delle leggi economiche, le norme che regolano i contratti di lavoro o la migrazione. Per non essere ingranaggi inconsapevoli visto che l’economia gira grazie a chi lavora. «Dobbiamo conoscere per non berci le fandonie di chi fa solo i propri interessi» rimarca Mariolina.


Arriviamo a Pontremoli, borgo toscano di circa 6.000 anime, nella regione storica della Lunigiana, in provincia di Massa e Carrara. No, non è una vacanza, anche se si mangerà bene e il clima è gioviale. Ci attendono  giorni di studio, discussione e riflessione in particolare sui temi della migrazione e del salario minimo che, del resto, hanno infuocato gli ultimi mesi di politica nazionale. Le votazioni «contro l’immigrazione di massa» e per un salario legale di 4.000 franchi hanno travalicato i confini suscitando l’interesse dei media internazionali. Perché sono questioni centrali che toccano non solo le agende politiche del nostro paese. Ciò che appare evidente è che se ne riparlerà in Svizzera in quello che appare uno snodo obbligato.


Allora, e scusate se siamo grezzi, va bene la solidarietà, e tutti i bei discorsi di giustizia sociale, ma gli svizzeri e gli indigeni devono temere?
«Non si è mai registrata un’immigrazione di massa in Svizzera: i lavoratori stranieri non si sono ammassati alle nostre frontiere, spingendo per entrare. Sono stati chiamati per le nostre fabbriche, i nostri cantieri, coltivare le nostre terre. I padroni sono andati a prenderli direttamente a casa loro. Negli anni Sessanta 400 giovani donne sono state condotte dalla Sicilia a Zugo per fornire la loro manodopera in fabbrica. Gli imprenditori svizzeri sono scesi nel Sud Italia a selezionare le giovani tramite un test attitudinale per verificarne il potenziale produttivo» annota Bruno Bollinger. Il funzionario Unia rievoca poi le trattative condotte negli anni Settanta fra le associazioni contadine svizzere e il governo di Tito per reclutare braccianti: «Anche in questo caso gli uomini della ex Jugoslavia sono arrivati perché chiamati per rispondere alle esigenze dell’agricoltura elvetica. Lavoravano con forza ma avevano condizioni di vita indegne: mangiavano gli avanzi e dormivano in stalla».


Non andava meglio ai muratori e agli impiegati della ristorazione : pochissimi diritti e tanto sacrificio. «Con lo statuto dello stagionale, rimasto in vigore fino al 2007, questi lavoratori sono stati discriminati giuridicamente e hanno vissuto una situazione di costante precarietà. Stagionali per una vita, senza possibilità di ricongiungimento familiare, relegati in baracche simili a ghetti fuori dai centri, con coperture sociali limitate» evidenzia dal canto suo Vasco Pedrina. Per l’ex presidente nazionale di Unia si tratta di una onta gravissima che ha portato molti bambini a vivere da clandestini in Svizzera (vedi articolo a pagina 7). E quel voto dello scorso 9 febbraio, che ha fatto diventare articolo costituzionale i contingentamenti, riporta drammaticamente al passato.


D’accordo, è grave, sarà una vergogna, ma in Svizzera si respira aria di crisi... «Dopo sette anni di crisi (1991/97) l’economia svizzera si è ripresa. Per sfruttare la crescita, i padroni sono andati ancora una volta a prendersi la forza lavoro all’estero. Chi è allora che mette in ginocchio la nostra economia? I migranti o chi versa salari da fame?  Chi sono i dumper? Gli Abzocker? Quelli che fanno salire i prezzi? Chi sono i grandi approfittatori?». Per Pedrina non si uscirà da questa situazione facendo la guerra all’Unione europea («di cui abbiamo bisogno visto che il 70% delle importazioni e il 60% delle esportazioni nazionali avviene con paesi membri dell’Ue») o ai migranti. Occorre invece negoziare migliori misure di protezione. Ciò che va rivendicato è una libera circolazione con salari svizzeri: «I sindacati hanno sostenuto la Libera circolazione delle persone (Lpc) a condizione che l’immigrazione non venga usata in modo abusivo dai padroni per praticare dumping sociale. Il principio che deve valere è il seguente: in Svizzera devono essere pagati salari svizzeri. Su questo punto chiediamo la flessibilità europea»


Va da sé che una definizione degli stipendi svizzeri passa dall’obbligatorietà generale dei contratti collettivi di lavoro. Salari svizzeri in Svizzera: ed ecco fatti subito i contingentamenti... 

Pubblicato

Giovedì 3 Luglio 2014

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