< Ritorna

Stampa

 

Strategie per le "due Simone"

di

Loris Campetti
Il paese è compatto, tutti uniti contro il terrorismo e per chiedere la liberazione delle “due Simone”. È un clima strano, ambiguo, quello che si respira in Italia dal giorno in cui Simona Pari, Simona Torretta e i due cooperanti iracheni sono stati rapiti a Baghdad, da chissà chi, nella sede della ong indipendente “Un ponte per”. La nuova e improbabile “Unità nazionale” è decollata nel corso dell’incontro tra il presidente del consiglio Silvio Berlusconi e la sua scorta al completo (i soci della Casa delle libertà) da un lato del tavolo e tutte le opposizioni di centrosinistra e di sinistra sedute di fronte. Il nemico, il terrorismo; l’obiettivo, la liberazione. A questo scopo, s’è detto giustamente, il governo deve assumersi le sue responsabilità, agire cioè nel modo opposto a quello con cui è stato accompagnato da palazzo Chigi il rapimento e poi l’assassinio di Enzo Baldoni. Il governo deve trattare, con discrezione, evitando proclami di “fermezza” della serie: l’Italia manterrà i suoi impegni presi con l’amico Bush e con il governo (fantoccio) iracheno, guai a parlare di ritiro delle truppe. In cambio di una linea discreta e ragionevole del governo (alla francese, per intenderci), l’opposizione si impegna a non parlare nel corso dell’emergenza rapite di ritiro dei nostri soldati dall’Iraq. Hanno fatto scandalo a sinistra e nel movimento, oltre alla legittimazione data al governo da parte dell’Ulivo e di Rifondazione comunista, le dichiarazioni del segretario dei Ds Piero Fassino e di Fausto Bertinotti, leader del Prc. Il primo ha sparato a zero contro l’antiamericanismo aggiungendo che in nome della lotta al terrorismo bisogna stare non solo con Kerry ma persino con Bush. Il secondo ha detto che in questo momento è inopportuno legare la richiesta della liberazione degli ostaggi al ritiro delle truppe. Tutte dichiarazioni che difficilmente aiutano a distinguere tra l’impegno pacifista e umanitario delle ong indipendenti e quello criminale, bellico delle truppe d’opposizione. Scandalo, o più precisamente sconcerto nel movimento pacifista che in più deve fare i conti con l’angoscia dei milioni di uomini e donne che hanno manifestato in Italia contro la guerra e si domandano, dopo il rapimento più strano, contro chi si debba manifestare e se serva ancora riempire le piazze e i balconi di bandiere arcobaleno. Non è facile ricostruire il clima di un anno fa, o solo di pochi mesi fa, con i messaggi ambigui e le pressioni che arrivano dalle forze democratiche. Il Comitato fermiamo la guerra, i social forum, le associazioni laiche e cattoliche pacifiste e nonviolente sono messe sotto pressione dalla “politica”. Eppure, la risposta popolare è stata immediata e sta crescendo in tutte le città italiane: presidi, cortei, fiaccolate, slogan e processioni silenziose dicono che la società civile è più avanti di chi vorrebbe rappresentarla politicamente. Per questo sabato, sperando che una qualche trattativa seria sia stata avviata e che non si debba manifestare con il lutto al braccio, Roma tornerà a ospitare migliaia di cittadini e cittadine contro la guerra e il terrore e per la liberazione degli ostaggi, e come Roma anche le altre città saranno sedi di protesta e partecipazione popolare. Protesta pacifista che si allargherà a tutt’Europa quando, il 17 ottobre, il social forum europeo terrà a Londra una grande manifestazione continentale. Appuntamento successivo ancora a Roma, a fine ottobre, per un nuovo appuntamento nazionale color arcobaleno. Ed è una novità la partecipazione alle manifestazioni per chiedere la liberazione degli ostaggi, degli islamici italiani, invitati alla solidarietà dalle organizzazioni civili e religiose musulmane. Ma intanto, degli ostaggi non c’è notizia. Il governo tiene sì un atteggiamento prudente ma senza rinunciare a ripetere che i nostri militari a Baghdad svolgono un ruolo di pace, umanitario, e dunque resteranno lì finché Bush lo chiederà. E senza rinunciare a ricevere a Roma il capo del governo fantoccio dell’Iraq a stelle e strisce. Dopo aver fatto girare a vuoto il sottosegretario Margherita Boniver nei paesi arabi, finalmente il ministro degli esteri Frattini si è deciso ad alzarsi dalla sedia. Non è andato a Baghdad, però, ci ha girato intorno: Qwait, Qatar, Emirati arabi in cerca di notizie – che sostiene di aver trovato – sulle rapite e di solidarietà. La solidarietà non manca – è giunta persino dai talebani prigionieri nelle carceri afghane, dal movimento palestinese Hamas, dagli hezbollah libanesi – ma chi siano i rapitori, mentre scriviamo e mentre Frattini è impegnato a spiegare al Parlamento le ragioni del suo ottimismo, è tutt’altro che chiaro. Gli ulema iracheni sostengono che Frattini farebbe bene a dare un’occhiata dalle parti dei servizi segreti. Magari il governo potrebbe chiedere lumi all’ambasciatore americano a Baghdad, quel Negroponte diventato famoso per il suo sostegno economico e politico alle dittature centroamericane, in Honduras e nella guerra informale degli Usa contro il Nicaragua sandinista. Tornando al “patto” di unità nazionale, il confronto politico a sinistra sta assumendo toni autolesionisti. Basta con le critiche eccessive agli Stati uniti e basta con la teoria secondo cui il terrorismo sarebbe il prodotto della guerra. Vero, ma come dimenticare che il terrorismo a Baghdad è iniziato con i bombardamenti americani? Chi cerca di capire le ragioni del “martirio” è accusato di connivenza, persino i cineasti americani che raccontano i legami tra Bush e bin Laden o Saddam sono sospettati di sottovalutare il terrorismo. Si rischia il trionfo della cultura dello “scontro tra civiltà”, tra il Bene che saremmo noi, il mondo occidentale che esporta la democrazia con le bombe, e il Male che sarebbero loro, gli islamici tagliatori di teste. C’è poco da star tranquilli, con questi chiari di luna. Senonché, l’Italia è per fortuna un paese complesso, i suoi cittadini sono pazienti e con pazienza ma senza chiudersi in casa aspetteranno che passi anche questa ubriacatura. Sarà però più difficile, d’ora in poi, sostenere che il governo Berlusconi appena rilegittimato dalle opposizioni, è un pericolo pubblico per l’Italia e per l’Europa. Quel Berlusconi che continua a ripetere: «Siamo tutti uniti, governo e opposizioni». Un ponte per sapere e aiutare Ma chi sono “le due Simone”, come vengono affettuosamente chiamate le volontarie in tutte le manifestazioni e le fiaccolate che da mercoledì della scorsa settimana illuminano l’Italia, dal Piemonte alla Sicilia? Sono due tra le tante donne che portano avanti progetti di pace insieme alla popolazione civile irachena. Appartengono a un’organizzazione – Un ponte per... – che dal 1991, dalla fine della prima guerra del Golfo opera a Baghdad. Durante tutto il periodo dell’embargo che ha ucciso centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini, Un ponte per ha realizzato diversi progetti di aiuto in campo sanitario, a partire dalla depurazione delle acque. In campo educativo, la ong italiana ha svolto un ruolo importante in collaborazione con la Mezza luna rossa irachena, alcune agenzie dell’Onu e dell’Unione europea. I volontari italiani e i loro collaboratori locali non hanno lasciato il paese neppure durante i bombardamenti a tappeto e hanno anzi svolto un intervento d’emergenza nelle aree più duramente colpite dalla guerra. Un ruolo riconosciuto e apprezzato, quello di Simona e Simona, che spiega la coraggiosa manifestazione di madri e bambini nel centro di Baghdad per chiederne l’immediata liberazione senza condizioni. Anche gli ulema della capitale irachena, le organizzazioni e le associazioni civili e religiose musulmane in Italia, i gruppi combattenti in Palestina e in Libano, hanno avanzato con forza la stessa richiesta. Le due Simone hanno collaborato da Baghdad con radio e giornali italiani di sinistra, da Radiopopolare al Manifesto, a Carta. Un ponte per, sotto la presidenza di Fabio Alberti, non si è limitato all’attivazione di progetti a sostegno della popolazione irachena. Nel ’99, con Un ponte per Belgrado, è stata tra le prime organizzazioni non governative a intervenire in Serbia, durante e dopo i bombardamenti occidentali, rifiutando i soldi sporchi del governo italiano che aveva attivato, insieme alle bombe, la “Missione Arcobaleno”, bombe e pastasciutta scaduta, tutta roba umanitaria. Un ponte per Belgrado ha operato soprattutto nel settore sanitario con l’invio di medicinali agli ospedali serbi e ai profughi del Kosovo. Analoghe iniziative in Libano (Un ponte per Chatila), a sostegno dei palestinesi reclusi in 12 campi profughi e nel Kurdistan turco (Un ponte per Dyarbakir) con progetti educativi. In Iraq hanno operato e continuano a operare anche altre ong, estranee a collusioni con il governo guerrafondaio di Berlusconi: Itersos, Emergency e l’Ics. A Baghdad gli italiani fanno paura Una mazzata tra capo e collo. Così il movimento pacifista, in tutte le sue anime, ha vissuto il rapimento di Simona Pari e Simona Torretta di “Un ponte per Baghdad” e di Ra’ad Ali Abdul-Aziz e Minhaz Bassam di un’altra ong italiana impegnata in Iraq, “Intersos”. Un rapimento che chiamare strano è un eufemismo: venti uomini armati di tutto punto arrivano indisturbati nella sede di “Un ponte per...”, controllano nominalmente i presenti e fanno prigioniere esattamente le persone che avevano deciso di prendere, quindi se ne vanno tranquillamente con i quattro ostaggi, tre donne e un uomo, due italiane e due iracheni. Dopo il rapimento e l’uccisione di Enzo Baldoni e la cattura di due giornalisti francesi – cioè di un paese che non ha partecipato alla guerra di aggressione anglo-americana e non ha truppe di occupazione in Iraq – il nuovo attacco terroristico contro i volontari che in quel martoriato paese svolgono un lavoro di pace e solidarietà con la popolazione locale, opposto a quello bellico del paese di cui fanno parte, lascia interdetti. È come se si volessero eliminare dal mattatoio iracheno gli ultimi testimoni, voci contrarie alla guerra che ne raccontano all’occidente le atrocità o si impegnano direttamente con iniziative umanitarie volte a ridurne, sia pure di un millesimo, gli effetti devastanti. Le ipotesi per tentare di capire i colpevoli dell’ultimo sequestro sono molte, a differenza delle sue conseguenze: accreditare l’ipotesi che in Iraq non c’è resistenza contro gli eserciti occupanti ma solo terrorismo e che il movimento pacifista mondiale farebbe bene a smettere la sua campagna contro chi si batte per portare a Baghdad “la democrazia”, l’unica possibile: quella americana. E pazienza se a questo scopo si debbano “momentaneamente” cancellare i diritti della popolazione civile, bombardare le città, uccidere uomini donne e bambini, torturare i prigionieri ad Abu Graib, o a Guantanamo. Il fine giustifica i mezzi e non c’è terza via: o si sta con Bush o si sta con i terroristi tagliatori di teste. Da qui a dire che, dunque, i rapitori rispondono agli ordini della Cia, ce ne corre. Anche se l’Iraq “ospita” migliaia e migliaia di spie, dai servizi segreti Usa al Mossad, agli agenti degli altri paesi occidentali, dei paesi arabi, del disciolto servizio di Saddam i cui spioni sono finiti da tutte le parti, sotto ogni bandiera. Il “cui prodest” non giova mai a capire quel che avviene, ma escludere l’interferenza dei servizi dei paesi occupanti negli ultimi atti terroristici sarebbe altrettanto dissennato. Si può aggiungere che, come il terrorismo in Iraq è stato “portato” dalla guerra e dall’occupazione militare del paese, così la guerra produce mostri, tutto sporca, fino a rendere via via meno diversi tra loro vittime e carnefici, il Bene e il Male. L’impazzimento e l’imbarbarimento di Baghdad è figlio della guerra, ogni ipotesi è verosimile salvo una: che a ordinare e/o eseguire la cattura dei quattro cooperanti sia la resistenza che ha a cuore la liberazione del paese dall’occupante. Il rapimento e l’uso in veste di ostaggi di chi si batte contro la guerra e i suoi effetti allontana l’obiettivo della resistenza. Anche se la menzogna di governi come quello italiano – non siamo truppe d’occupazione ma in missione umanitaria, di pace, per aiutare gli iracheni – genera caos, confusione, non si capisce più cos’è bellico e cosa umanitario per cui finisce che passa l’equazione “italiano uguale Berlusconi uguale guerra e morte”. Quando lo staff di Berlusconi dice che le ong sono in Iraq per svolgere un ruolo di pace così come il nostro esercito, qual è il messaggio che arriva alla popolazione civile delle città martoriate dalle bombe americane?

Pubblicato

Venerdì 17 Settembre 2004

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Venerdì 4 Giugno 2021