Nella sua “parabola” della scorsa settimana Sergio Savoia osservava che “il centro non c’è” (più) perché verso la metà degli anni novanta chi lo occupava se n’è andato, in genere a destra. «Gli strapuntini sono rimasti vuoti» commentava Savoia con rassegnata ironia. Probabilmente ha ragione: se il centro è il luogo deputato a ospitare il nucleo dei valori condivisi da una larga maggioranza di una data società in un dato momento storico, oggi sembrerebbe che questi valori siano evaporati e con i valori anche gli strapuntini e chi li occupava. In Ticino come altrove. Può consolare constatare che questa volatilizzazione dei valori incomincia a preoccupare tutti, compreso chi, per convinzione o interesse si è rifugiato a destra. Tito Tettamanti, ad esempio, in occasione di un recente incontro a Mendrisio ha parlato di «distruzione del capitale sociale» e «di perdita del senso di responsabilità». Alfonso Tuor sul “Corriere del Ticino” di giovedì scorso, commentando il forum di Davos, ha scritto che «le società civili non possono essere governate dalle presunte leggi di mercato, ma hanno bisogno di valori, di obiettivi condivisi e anche di un certo grado di giustizia sociale». Marco Panara, commentando pure lui il forum di Davos su “Repubblica”, ha scritto che in quel convegno «anche i capitalisti più monolitici sono stati conquistati dalla curiosità di vedere se Lula da Silva ha una ricetta che possa conciliare le regole del mercato e le aspettative dei suoi elettori» (queste ricette sarebbero certamente dei nuovi importanti valori) e «hanno fatto un po’ di tifo per lui», anche se «prudentissimo». Con il mondo intriso di ingiustizia, di rancore e di odio, con la prospettiva di una guerra insensata che oltre ad uccidere vite innocenti e a seminare nuova sofferenza non farebbe che peggiorare questo quadro desolato, con una “globalizzazione” governata piuttosto dagli interessi commerciali e finanziari dei paesi più ricchi che non dalla necessità di superare gradualmente disparità intollerabili e di salvaguardare il pianeta da nuovi disastri ambientali, con il fallimento delle nuove regole liberiste che avrebbero dovuto garantire stabilità e prosperità dopo il crollo del comunismo sovietico, con i ripetuti scandali del mondo finanziario, industriale e politico, mostrare preoccupazione è il minimo che si possa pretendere da una persona dotata di raziocinio. Chi vuole andare un poco più in là non può non porsi il problema di come contribuire a riproporre, al posto della ricerca del successo e della ricchezza a qualsiasi costo, l’attualità dei valori di solidarietà, di trasparenza, di onestà e di democrazia (che comprende anche il mercato). Valori che vanno applicati non solo a livello locale e nazionale, ma anche nel governo del processo di “globalizzazione” in atto. Forse questi discorsi non hanno un impatto immediato su elettrici ed elettori. Potranno averlo se sono accompagnati dalla coerenza nei fatti, anche in quelli piccoli. Comunque attenzione ad evitare di ridurre la politica a un faccia a faccia tra eletti ed elettori, tra governanti e governati. Affrontare temi come la tolleranza, la sicurezza, l’occupazione, gli accordi bilaterali, i trasporti, la fiscalità, la formazione, la ricerca, la socialità, la sanità… senza una visione globale (un progetto da confrontare con la realtà) porta facilmente a una politica ondivaga, a rimorchio dei sentimenti e delle emozioni del momento. Porta alle promesse impossibili, alle tirate demagogiche, al populismo. Esempi maggiori e minori a noi vicini sono Berlusconi e Bignasca. Possono avere successo e resistere fino a quando resiste il carisma più o meno istrionico del leader. Poi spariscono senza lasciare tracce importanti se il sistema democratico non è stato compromesso.

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07.02.03

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