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Ticino e Ginevra

Storie di frontiera e di dumping

Ginevra e Ticino, destini simili

di

Francesco Bonsaver

Nel corso degli ultimi cent’anni, la Svizzera ha importato in gran numero capitali e braccia su cui costruire la propria ricchezza. Sfortunatamente, per qualcuno, arrivarono anche gli uomini, parafrasando Max Frisch.
I cantoni Ticino e Ginevra, in modo forse ancor più marcato di altre regioni svizzere, hanno tratto profitto dalla presenza della frontiera. Capitali francesi e italiani di ogni genere hanno fatto la fortuna delle piazze finanziarie dei due cantoni, mentre le braccia italiane o francesi andavano a sopperire alla carenza di manodopera nei mestieri più umili, ormai disertati dagli svizzeri perché attratti dalla crescente società dei servizi.


Il sistema dei contingenti consentiva di espellere la manodopera estera quando le crisi di sistema lo imponevano, garantendo così, tra le altre cose, un tasso di disoccupazione molto basso da esibire come successo elvetico. La competizione tra lavoratori restava confinata tra frontalieri e immigrati, mentre il terziario nel pieno della sua fase espansiva garantiva un benessere individuale agli svizzeri, nell’illusione che fosse eterno.


Il vento invece cambiò, e il sistema mostrò tutte le sue debolezze con le crisi cicliche ripetutesi con maggior frequenza e intensità (la crisi del 2008 ha bruciato più ricchezza di quella del 1929). E il castello crollò. L’unificazione del mercato europeo, una delle risposte alle crisi economiche di sistema, oltre ad abbattere le frontiere per il capitale, ha posto in brutale concorrenza lavoratori in condizioni di partenza fortemente diseguali, provocando danni sociali di ampiezza incalcolabile e i cui sbocchi sono imprevedibili.
La possibilità del padronato di assumere manodopera qualificata a basso costo si è estesa anche al terziario, fino a pochi anni or sono riserva occupazionale quasi esclusiva degli svizzeri. È notizia dell’altro giorno quanto sia diffuso il degrado anche in questo settore. Il sindacato degli impiegati di commercio (Sic) ha rilevato che in un sondaggio tra i loro membri in Ticino, un terzo degli impiegati d’ufficio dichiara salari inferiori a 3.500 franchi, e uno su dieci percepisce meno di 2.500 franchi mensili.


Al gioco al massacro delle condizioni salariali e di lavoro partecipano da qualche anno dunque anche i residenti, ovviamente scontenti della situazione venutasi a creare. Come in ogni gioco che si rispetti, c’è chi perde e chi guadagna. Chi speculando sulle riduzioni di paga dei propri dipendenti, chi invece raccogliendo voti per garantirsi poltrone ben retribuite.


In Ticino e Ginevra è in corso una gara tra soggetti politici nel focalizzare il mirino sul nemico da combattere: il frontaliere. A Ginevra ad esempio, in questi giorni  con il Movimento dei cittadini ginevrini (Mcg). L’ultima cartellonistica pubblicitaria del Mcg ritrae Michel Charrat, presidente del Gruppo transfrontaliero, mentre sullo sfondo s’intravedono una bandiera di Unia e il municipale ginevrino di sinistra Pierre Vanek. Sotto l’immagine, l’inequivocabile slogan: «I nemici dei ginevrini! Basta frontalieri!». Non male come inizio di campagna elettorale, il cui appuntamento con le urne per i ginevrini è a ottobre.


Campagne simili a quelle già conosciute in Ticino, condotte dall’Udc locale dove i frontalieri diventavano dei ratti o quelle puntualmente presenti ogni domenica sull’organo della Lega dei ticinesi.
Il malessere su cui alcuni partiti speculano per guadagnare voti poggia su basi materiali. Sia Ginevra che Ticino hanno conosciuto negli ultimi anni una crescita degli impieghi. Per una parte importante di questi posti di lavoro, i datori locali hanno assunto dei frontalieri. A sud delle Alpi la quota dei frontalieri impiegati lo scorso anno raggiungeva il 30,7 per cento degli attivi nel cantone. Negli ultimi sette anni, in Ticino i frontalieri sono passati da 35.000 a 56.000.
Nello stesso periodo, a Ginevra i frontalieri sono passati da 40.000 a 65.000, raggiungendo la quota del 23 per cento degli attivi cantonali.


Complice la debole legislazione svizzera sulla tutela dei salariati, il padronato ha assunto in massa frontalieri per semplice convenienza economica, riducendo i salari. I suoi effetti sono visibili ora anche nelle statistiche. A Ginevra, per la prima volta nella sua storia, il salario mediano è calato lo scorso anno. In Ticino negli ultimi due anni sono diminuiti gli incassi delle imposte alla fonte dei frontalieri, sebbene il loro numero sia notevolmente aumentato. In altre parole, aumentano i lavoratori frontalieri e parallelamente scendono i loro stipendi. E poiché  i residenti sono da qualche anno in concorrenza diretta nel mercato del lavoro, anche i loro stipendi e condizioni di lavoro si stanno degradando.


La risposta sindacale pare di facile comprensione: un salario minimo di 4.000 franchi per tutti. Il padronato s’inalbera accusando il sindacato di ingerenza nel libero mercato con l’introduzione di «un salario di Stato». Curiosamente pare dimenticarsene quando chiede allo Stato le sovvenzioni e sgravi fiscali decennali per le aziende o miliardi per i salvataggi bancari.


Chi invece ha costruito la propria fortuna elettorale sui “nemici”, vedi Lega dei Ticinesi, propone di aumentare le tasse ai frontalieri. Una proposta bizzarra perché lascia intatta la convenienza economica del datore di lavoro locale nell’assumere un dipendente a basso costo. Una misura inutile per i residenti e utile per punire l’odiato “nemico”, nella speranza di guadagnare altri voti.  

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Giovedì 6 Giugno 2013

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