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Storia di Li Hupeng, 4 anni, rapito e poi venduto

di

Harald Maass
Li Hupeng, 4 anni, è scomparso sul sentiero di casa quando stava tornando dall'asilo. Era il 12 maggio 2002. «Faceva quasi buio, cominciavo ad inquietarmi per la sua assenza», ricorda Ding Mingjuan, la mamma. Lei è una contadina. Racconta di aver percorso diverse volte il sentiero bordato di pioppi che attraversa i campi in direzione della scuola. Ha bussato a tutte le baracche di sasso che costeggiano il sentiero e ha cercato una traccia qualsiasi di suo figlio fino a notte fonda. Invano. Allora è crollata. E ha lasciato libero sfogo al pianto. «A quel momento avevamo capito che era stato rapito», racconta il nonno, Li Yongshun. Per due anni la famiglia non ha più avuto notizie.
Migliaia di bambini sono vittime di rapimenti ogni anno in Cina. I maschi sono venduti a delle famiglie senza figli delle province vicine; le femmine diventano personale domestico nelle città o sono forzate al matrimonio. Si tratta di un fenomeno gigantesco, ma le autorità lo sottovalutano, se non lo ignorano. Fra il 2001 e il 2003 oltre 42 mila bambini o adolescenti sono stati liberati dalla prigionia.
«Abbiamo cercato Hupeng per giorni», continua il nonno. Con la sua motocicletta ha percorso tutti i villaggi della regione. La radio locale ha annunciato quasi immediatamente la scomparsa del ragazzino. I membri della famiglia hanno perlustrato i boschi con cani e bastoni. «Qualche giorno più tardi una ragazza ha raccontato di aver visto due sconosciuti che prendevano sulla loro moto il nostro Hupeng».
Due settimane prima nella stessa regione già un altro bambino era sparito. La famiglia decise dunque di andare al posto di polizia di Yuncheng, il capoluogo. In un primo momento i poliziotti si rifiutarono di dare credito all'ipotesi del rapimento. «Ci servono delle prove», dicevano. La provincia di Shanxi è immensa, i bambini sono tanti e le autorità non vogliono o non possono occuparsi di singoli casi isolati. Fu soltanto alcuni mesi più tardi, quando due altri ragazzi erano spariti, che i poliziotti furono costretti ad agire, controvoglia. Nel frattempo i rapitori avevano potuto fare tranquillamente altre vittime. Si arrabbia ancora Li Yongshun, quando dice che «la polizia non ha fatto nulla per proteggere i bambini».
A Shuinan, un villaggio di campagna, la vita è dura per i suoi 400 abitanti. Le terre, in cui domina un miscuglio di granito e calcare tipico delle zone semidesertiche cinesi, sono ancora lavorate a mano. Producono appena il necessario per sopravvivere. La famiglia Li abita in una modesta casetta di mattoni con il pavimento d'argilla. Nella stanza principale campeggia un vecchio televisore. In queste regioni il destino riserva spesso colpi duri, ma la perdita dell'unico figlio maschio è una catastrofe. «Piangevo continuamente», precisa la mamma. Uno dei muri esterni della casa è completamente ricoperto di ideogrammi neri. Sono delle poesie, attraverso le quali il nonno ha tentato di elaborare il lutto di questa tragica scomparsa.
Nell'antica Cina era prassi corrente che le famiglie più povere vendessero i loro figli come servi della gleba ai grandi proprietari terrieri. Ai giorni nostri, in un'economia di libero mercato, i bambini sono di nuovo diventati merci. Una delle ragioni è senza dubbio la politica di controllo delle nascite. Introdotta quasi 25 anni fa, fissa il limite di un solo figlio per ogni coppia. L'altra ragione è la tradizionale predilezione della società cinese per i maschi. Sono chiamati "Xiao Huangdi" ("Piccolo imperatore"). La convinzione che soltanto un figlio maschio possa perpetuare il nome della famiglia e garantire una vecchiaia serena ai genitori è radicata soprattutto nelle campagne.
L'Onu ritiene che vi sia un 22 per cento in più di maschi fra i neonati. Nelle ricche regioni del sud, dove le donne hanno spesso la possibilità di fare un'ecografia durante la gravidanza, il rapporto fra maschi e femmine è di 130 a 100, mentre la media nazionale è di 106. Una cifra che ha probabilmente spaventato Pechino: per impedire l'aborto delle bambine le autorità hanno addirittura proibito le ecografie. Ma nella pratica questo decreto non viene rispettato. Siccome le diverse province applicano con un rigore variabile la politica del bambino unico, il traffico di neonati s'è diffuso a macchia d'olio. Delle bande organizzate passano al setaccio le regioni più povere del paese e propongono ai contadini o agli operai agricoli di acquistare il loro figlio. O, più semplicemente, lo rapiscono.
A volte vengono alla luce casi clamorosi. Qualche anno fa la polizia di Kumming, una città della Cina meridionale, scoprì 28 neonati che stavano per essere portati nella ricca città costiera di Shantou. Il quotidiano Yangcheng ritiene che ogni anno siano decine i bambini che scompaiono da Kumming. In un altro caso che fece scalpore erano invece implicati alcuni ospedali della provincia della Mongolia: furono liberati 76 bimbi, uno dei quali era appena nato. Erano destinati alla provincia di Hebei, dove sarebbero stati venduti per una cifra compresa fra i 7 e gli 8 mila yuan (fra 1'050 e 1'200 franchi), l'equivalente del reddito annuo di un contadino. Il prezzo di una bambina è di al massimo 2 mila yuan (300 franchi).
Tre mesi dopo il suo rapimento ancora non c'erano tracce di Hupeng. La polizia locale aveva istituito una commissione speciale, che però era operativa solo sulla carta. A livello nazionale non era stato emesso alcun avviso di ricerca. Frustrati per il disinteresse riscontrato, i genitori dei bambini scomparsi della provincia di Shanxi istituirono un comitato. Li Yongshun ne divenne il portavoce. Chiese l'aiuto del governo centrale, si rivolse all'associazione delle donne del Partito comunista, tentò di attirare l'attenzione dei media. Invano. Nessuno voleva occuparsene. L'ultima carta da giocare era quella di Pechino. Le famiglie fecero una colletta e con 3 mila yuan Li e il padre di un altro bambino scomparso partirono per la capitale. «Abbiamo fatto giorni di coda prima di poter parlare con un responsabile», racconta nonno Li. La Repubblica popolare cinese ha 1,3 miliardi di abitanti, ma è pur sempre ancora uno Stato centralizzato. Tutto è deciso a Pechino. Migliaia di cinesi provenienti dalle province più lontane sbarcano ogni giorno nella capitale per esporre un problema o sostenere una causa di fronte alle autorità. La città del resto è piena di "Alberghi delle petizioni", dei dormitori a buon mercato che permettono a questi particolari visitatori di trovare un alloggio nell'attesa di essere ricevuti dall'autorità competente. «Pechino è così cara che quasi non osavamo comprarci qualcosa da mangiare», precisa Li. Dopo una settimana riuscirono a parlare con un funzionario del governo, il quale a sua volta telefonò ai responsabili della polizia di Yuncheng. È soltanto a questo momento che gli inquirenti iniziarono il loro lavoro.
Ma i rapimenti continuavano. Tre altri bambini scomparvero prima dell'inverno. Più passava il tempo, e più le famiglie diventavano ostinate e pugnaci. La polizia, irritata, minacciò di arrestare i parenti per turbamento dell'ordine pubblico. La tv e la stampa locali rifiutarono la pubblicazione degli avvisi di ricerca. «Per la polizia eravamo semplicemente dei rompiscatole», riassume Li, che ancora oggi non se ne capacita. In quel periodo ai genitori di Hupeng nacque una bambina: la chiamarono Xiang Ge, "pensiero per il fratello". Ma il nonno continuava la lotta, in particolare con una lettera al capo dello Stato, rimasta senza risposta.
Nell'autunno del 2003 la denuncia dei contadini dello Shanxi arrivò nelle mani del signor Zhu, un alto funzionario del Ministero della sicurezza. Egli venne da Pechino a Yuncheng per incontrare le famiglie. Da quel momento, tutto si mise in moto. La polizia diffuse su larga scala le fotografie dei bambini rapiti e un identikit dei presunti rapitori. In febbraio, ad un posto di blocco nella regione dell'Henan, due uomini a bordo di una moto rubata furono arrestati. Interrogati, confessarono di aver rapito dieci bambini per venderli. Il 4 marzo 2004 i piccoli furono restituiti alle famiglie. Fra di essi anche Hupeng, che dopo due anni poteva finalmente tornare a casa.
«È un crimine che merita la pena di morte», dice accalorandosi il nonno. Hupeng rimane in piedi in un angolo della stanza. Ascolta senza parlare, lo sguardo rivolto al suolo. È un ragazzino robusto, guance rosate e capelli a spazzola. «Da quando è tornato fa regolarmente degli incubi, parla con l'accento dell'Henan, non ha mai imparato il nostro dialetto», racconta sua mamma. I suoi rapitori, nove in tutto, sono in carcere in attesa del processo. Le famiglie che gli hanno comprato i bambini se la sono cavata con una piccola multa. Per festeggiare il ritorno dei piccoli la polizia di Yuncheng ha organizzato un grande ricevimento – la fattura di 2 mila yuan (300 franchi) l'ha pagata il nonno di Hupeng: «in totale questa storia mi è costata 20 mila yuan».
Yao Ling, del vicino villaggio di Shifeng, è uno dei dieci bimbi liberati. I suoi genitori indossano abiti logori e hanno l'aria stanca. I locali della loro piccola abitazione in mattoni sono minuscoli e scuri. «Eravamo pazzi di gioia quando la polizia ci ha riportato nostro figlio», racconta Fan, la mamma, mentre prepara il pranzo su una piccola stufa a carbone. Ma quando chiediamo di poter vedere il bambino le sue risposte si fanno evasive. Solo il primogenito e il padre sono presenti. «È dura tirar grandi due figli, e la famiglia che aveva comperato Liang lo trattava bene», mormora l'uomo. Il piccolo è stato rispedito nella provincia di Henan.
Dopo un giorno e una notte di viaggio lungo sentieri e strade di campagna arriviamo al villaggio di Laoguanzui, nell'Henan. È una regione ricca. I campi di grano sono rigogliosi. Le case in cemento hanno diversi piani. Le nostre domande sulla famiglia Chen ci rendono sospetti agli occhi degli abitanti. È Chen Junli che ha comperato il piccolo Yao Ling. Lo contattiamo sul numero di cellulare che ci hanno dato i genitori del bambino. «Non vi riguarda», taglia corto Chen, che evidentemente non si aspettava la nostra visita. Accetta comunque di incontrarci nei pressi di un ponte fuori dal villaggio. «Non vogliamo problemi», spiega mentre ci dirigiamo verso casa sua. È un contadino magro, di circa 35 anni, il volto fine. «Ho soltanto delle figlie», continua Chen Junli indicando le tre ragazzine che ci osservano da dietro una finestra. A parte la breve parentesi della "liberazione" Yao Liang abita ormai con loro. «Lo tratto come fosse mio figli». E le autorità? «Nessun problema, va a scuola come tutti i bambini del paese. Abbiamo trovato un accordo con i suoi genitori. I dettagli non vi riguardano», dice irritato Chen.
Yao Liang ha osservato la nostra conversazione in silenzio. Nei suoi primi otto anni di vita è stato venduto due volte. Probabilmente i suoi genitori sono troppo poveri per far fronte ai bisogni di due bambini. Così, alcune settimane dopo averlo riabbracciato l'hanno rimandato da quelli che l'avevano comperato ai suoi rapitori. Il prezzo è stato fissato con un accordo fra i due patriarchi delle famiglie. In Cina il desidero di avere un bambino è più forte della legge. Anche nonno Li, che ha combattuto per due anni per ritrovare il suo nipotino, si dimostra comprensivo. L'importante è che il bambino sia trattato bene e mangi abbastanza tutti i giorni. «Se avessi un altro nipotino forse lo darei anch'io ad una famiglia dell'Henan», ammette.

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Venerdì 11 Luglio 2008

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