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Stato e chiese, nuove ingerenze

di

Martino Dotta
Sin dagli albori dei tempi, i rapporti istituzionali tra potere religioso e autorità politica sono stati segnati dalle tensioni relative ai diversi modi d’intendere lo spazio riservato o riconosciuto all’uno dall’altra e viceversa. Gli esponenti religiosi hanno sempre cercato di esercitare un influsso sui rappresentanti politici, i quali hanno incessantemente tentato di tenere sotto controllo le attività religiose. Non è strano che la storia dell’una o dell’altra parte sia costellata di pretendenti al titolo di “unti del Signore”? A ben vedere, la questione si ripresenta ogni volta che una società umana attraversa un periodo di crisi e si trova confrontata con il bisogno di fornire nuova legittimità ai suoi fondamenti culturali e politici. Credo che anche noi ci troviamo in una fase simile, come nazione e come continente. Un discorso a sé meriterebbero gli Stati Uniti d’America e le “interferenze religiose” che il dibattito collettivo vi sta subendo da alcuni decenni in qua. Vorrei pertanto limitarmi ad evocare tre avvenimenti recenti, altrettanti esempi di “indebite ingerenze” dell’ambito religioso in quello politico e, rispettivamente, della politica nelle problematiche spirituali. Per cominciare, in nome della laicità dello Stato e della società, la legge francese dello Stato e della società, vieta l’ostentazione di qualsiasi segno religioso nei luoghi pubblici. Tale normativa è stata sovente presentata come limitazione della crescita dell’Islam in Francia. In realtà, si sta rivelando un autogol sociale, politico e culturale che rischia di esacerbare lo “scontro tra mentalità” in atto, poiché nega il diritto costituzionale d’esprimere liberamente le proprie convinzioni di fede. Nel medesimo ordine d’idee si colloca, a mio avviso, l’inutile “bravata” di Sergio Savoia con l’iniziativa parlamentare contro il diritto riconosciuto agli ecclesiastici di non testimoniare, per non rompere il dovere del segreto del confessionale. Tra l’altro, l’iniziativa denota una grave mancanza di conoscenza della legislazione canonica della Chiesa cattolica, nonché della sua prassi pastorale abituale. Anzitutto la violazione dell’obbligo d’assoluta discezionalità, imposto al prete, comporta sanzioni assai gravi, quali la sua sospensione ipso facto da tutte le funzioni legate al presbiterato (vedi can. 983). Esiste forse sanzione civile corrispondente? Non mi pare che, ad esempio, un Consigliere federale venga estromesso dal suo ufficio, se non rispetta il divieto di non diffondere informazioni riservate… In secondo luogo, è assurdo considerare una copertura del colpevole o una forma di complicità con lui il fatto che il confessore rifiuti di deporre a suo riguardo (vedi can. 984). Infine, la coscienza impone al penitenziere d’invitare il colpevole di un reato perseguibile all’autodenuncia. Ha pure il colore dell’ingerenza indebita negli affari statali l’invito rivolto ai cattolici italiani dal card. Ruini (e ripreso da papa Benedetto XVI), a non andare a votare domenica sul referendum contro la legge relativa alla fecondazione assistita. Ricordare i principi morali o di fede è giusto; fornire indicazioni precise di voto (l’astensione) mi sembra eccessivo.

Pubblicato

Venerdì 10 Giugno 2005

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