< Ritorna

Stampa

 

Stare nel mercato

di

Giuseppe Dunghi
Salviamo le nostre cave! Salviamo il nostro marmo! Chiudono, sembra definitivamente, le cave del marmo d'Arzo. Sul piazzale a sinistra della strada per Meride i blocchi sono quelli estratti tanto tempo fa, la sega Pellegrini non taglia più le lastre. La gru è ferma da tempo nella stessa posizione e i licheni cominciano a ricoprire la parete verticale. Su tutto l'ombra dell'Ufficio esecuzione e fallimenti.
Potrebbe essere una bella notizia. Significa che si è esaurita la spinta propulsiva della Controriforma. La macchia vecchia e il broccatello sono serviti a trasformare la liturgia cristiana in rappresentazione teatrale, in conformità con le regole fissate dal Concilio di Trento: balaustre e altari magnificamente intarsiati invece della semplicità benedettina e francescana, l'oro e l'argento al posto dell'eucarestia, i paramenti preziosi a sottolineare la distanza del ministro del culto divenuto attore. Quei marmi colorati estratti a fatica dalla montagna, lisciati e lucidati sono testimoni dei roghi innalzati davanti alle chiese. Quante donne li avranno maledetti. «…adesso da per tutto. cioè Locarno, Bilinzona, Mesolgina, Riivere, et Bregno – scriveva il prevosto di Biasca Giovanni Basso a Milano il 4 luglio 1613 – ad altro non si atende, se non brugiare streghe … In Mesolgina dove s'è comminciato sin'hora intendo, ne sono brugiate circa 60. Nelle Riivere in puochi giorni in due volte 8. In Bregno hieri ne devono [haver] brugiate 6. Oggi a Bilinzona ne devono brugiare 8.»
Ma nessuno oggi pensa più alla Controriforma. La chiusura delle cave di Arzo viene giustificata con il motivo che "non stanno più nel mercato". Sembra una constatazione ovvia: se non si riesce a produrre a un prezzo competitivo, si deve chiudere. Si dà per scontato che il mercato coincida con l'economia e dunque se non si è competitivi non si è legittimati a far parte dell'economia. Il mercato, che in realtà rappresenta soltanto uno dei modi in cui è possibile organizzare l'economia, viene concepito come un'entità a cui deve sottostare tutto, in un rovesciamento dell'ordine logico che rivela un fanatismo forse più temibile della caccia alle streghe nell'epoca della Controriforma.
Le cave di Arzo non sono sprovviste dei mezzi tecnici per estrarre e lavorare il marmo, hanno manodopera sufficiente e un'esperienza secolare. Che cosa avrebbero dovuto fare di più per "restare nel mercato"? Assumere operai cinesi pagandoli un decimo dei frontalieri italiani? Far tagliare i blocchi in Italia e vendere le lastre a prezzi svizzeri? Proporre al casinò di Mendrisio di rivestire le sale di macchia vecchia? Brigare per ottenere qualche finanziamento Interreg? Insomma, si direbbe che l'economia possa svilupparsi solo a condizione che il  costo del lavoro si riduca a un livello irrisorio, in paesi dove sia facile licenziare, dove non esistono vincoli di protezione ambientale né diritti umani da rispettare, dove le imposte sono più basse e il profitto più alto. In che cosa allora l'attività "economica" si differenzierebbe dall'attività criminale?

Pubblicato

Venerdì 29 Gennaio 2010

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

Rubrica

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Venerdì 22 Ottobre 2021