Di che accanimento è vittima la signora Terri Schiavo? Di quello terapeutico o di quello antiterapeutico? Presumendo di conoscere il vero desiderio della loro figlia, i genitori vorrebbero continuare a tenerla in vita con tutti i mezzi possibili. Presumendo di conoscere il vero desiderio di sua moglie, il marito vorrebbe lasciarla morire, spegnendo gli apparati che la tengono in vita. La scelta tra queste due opzioni è terribile e solo i parenti stretti della signora Schiavo dovrebbero occuparsene. In questo caso però i parenti più stretti non sono d’accordo. Inoltre la vicenda si svolge negli Stati Uniti, l’unico Paese al mondo con più avvocati e giudici che agricoltori. In Italia un caso simile verrebbe probabilmente risolto con la mediazione di un vecchio medico, di un parroco, di un amico di famiglia. Eppure anche da noi potrebbe capitare che in un caso estremo di disaccordo tra i parenti debba essere lo Stato, con un giudice, a tutelare l’interesse di un malato incapace, decidendo tra le opposte opzioni dei parenti. Anche questa del giudice è una responsabilità terribile. Io non so chi presuma meglio il vero desiderio della signora Schiavo. Non lo sapremo mai. Se si trattasse del mio parente più caro non so, così in astratto, cosa potrei volere. Bisogna essere dentro in una vicenda come questa, con tutte le informazioni e con tutte le emozioni che solo le pochissime persone più vicine possono avere. Per questo mi sconvolge sentire così tante persone che quasi nulla sanno di questa vicenda e che vivono a diecimila chilometri di distanza, prendere partito per gli uni o per gli altri, quasi come in una contesa sportiva o elettorale. Ma come è stato possibile arrivare a tutto questo? Credo anch’io di potere presumere un vero desiderio della signora Schiavo: non finire quello che le resta della vita in pasto alle fauci dei venditori di detersivi, di pannolini e di spot pubblicitari. È di loro che bisogna parlare per capire come mai siamo arrivati a questo punto, non dell’etica dei giornalisti. Non c’è più. È un lusso che pochi di loro ormai possono permettersi. La maggioranza dei giornalisti fanno l’unica cosa che possono fare se non vogliono perdere il posto: rispettare i clienti più importanti, che ormai sono gli inserzionisti pubblicitari, non gli spettatori. Gli inserzionisti vogliono solo una cosa: più spettatori davanti al video. Il modo più efficace per ottenerli è puntare non sull’informazione discreta e rispettosa, ma sui sentimenti, sui visi straziati, sulle emozioni, sui microfoni inzuppati di lacrime. Quasi chiunque di noi, anche le persone più riflessive, dimostra spontaneamente più interesse per le immagini che per le parole e per immagini forti e drammatiche invece che per le altre. E questo interesse va messo a profitto. Questa è la prima e ormai forse l’unica regola di quasi tutti quelli che fanno la televisione commerciale. Basta guardarla per poche ore per rendersene conto. È per questo che alcuni preferiscono tenersene fuori. Se non avessero l’attenuante di lavorare in un sistema corrotto dove non hanno scelta, il giudizio sulla maggioranza dei giornalisti televisi sarebbe devastante. Non hanno mai visto nè conosciuto la signora Schiavo. Perché la chiamano “Terri”, come un cagnolino o una margarina? Perché in ogni telegiornale si permettono di trasmettere le sue immagini più intime? Provate a pensare alla vostra morte. Chi di voi vorrebbe che nei propri ultimi giorni la propria faccia stravolta e impotente fosse filmata e sbattuta sui teleschermi di mezzo mondo? Se ancora c’è una soglia che la televisione dovrebbe rispettare è quella della stanza dove qualcuno sta morendo e dell’immagine del suo viso. Probabilmente ci sono molti altri casi simili a quello della signora Terri Schiavo, ma i parenti hanno saputo difenderli dalle fauci delle telecamere. Forse sarebbe stato meglio così anche per la dignità della signora Schiavo. Il caso è appassionante perché tocca un dilemma in cui ognuno potrebbe trovarsi. Non c’è niente di male a esporlo con un articolo o con un servizio televisivo. Ma c’è modo e modo. Chi di voi vorrebbe avere tra i piedi le telecamere di mezzo mondo mentre si dibatte in questo dilemma? Facciamo l’avvocato del diavolo: forse è inevitabile che i dilemmi della vita vengano a volte ricordati a tutti non solo con storie inventate da un romanziere o uno sceneggiatore ma con la mediatizzazione di una vicenda reale, che diventa simbolo di una situazione in cui tutti possono riconoscersi. Ma non è inevitabile buttarsi con le telecamere sul letto di una persona che muore. Se ciò è normale negli Stai Uniti e nella televisione di quel Paese, lasciamogli questa macabra normalità. Qui siamo in Europa, non nel Far West. Io sono favorevole a staccare immediatamente la spina. Quella delle telecamere. Tratto dallo spettacolo “beppegrillo.it”

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08.04.05

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